di Gianpiero Magnani

Il Film della Crisi

E' un libro interessante Il Film della Crisi, scritto da Giorgio Ruffolo con Stefano Sylos Labini; nei primi quattro capitoli, per poco meno di cento pagine, vengono spiegati gli eventi che dal 2007 ad oggi hanno caratterizzato la crisi globale ...
E' un libro interessante Il Film della Crisi, scritto da Giorgio Ruffolo con Stefano Sylos Labini; nei primi quattro capitoli, per poco meno di cento pagine, vengono spiegati gli eventi che dal 2007 ad oggi hanno caratterizzato la crisi globale, mentre il quinto capitolo è focalizzato sui rapporti fra capitalismo e ambiente, un argomento che di rado si trova nei libri che si occupano di crisi economica, scritti per lo più da economisti che si preoccupano della crescita meramente quantitativa piuttosto che della qualità dell’ecosistema.

Democrazia e capitalismo, osservano gli autori, sono le due grandi forze dell’età moderna, forze che talvolta cooperano fra loro ma che spesso sono in contrapposizione, come sta accadendo ora. L’Età dell’Oro, durata circa trent’anni dalla fine della seconda guerra mondiale alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, fu l’epoca di maggiore cooperazione fra democrazia e capitalismo, caratterizzata da una crescita economica rilevante ma anche dall’aumento dell’eguaglianza, con una classe media sempre più estesa; la contrapposizione Est-Ovest, in quel contesto, contribuì a stabilizzare il sistema internazionale.

Tre fattori contribuirono però a cambiare gli scenari: il passaggio del dollaro al regime di cambi flessibili, l’aumento dei tassi d’interesse, e soprattutto la liberalizzazione su vasta scala del movimento dei capitali, che finora era stato fortemente limitato dagli accordi di Bretton Woods: nasce così il capitalismo finanziario, i mercati si strutturano, acquistano un potere politico (il finanzcapitalismo descritto da Luciano Gallino) capace di condizionare i governi e inizia la fase delle delocalizzazioni produttive, che condizionerà i destini di intere popolazioni; la globalizzazione, che sembra favorire i consumatori, finisce col penalizzare fortemente i lavoratori.

I profitti di breve periodo e il ruolo della finanza assumono un’importanza via via crescente, aumenta la divaricazione fra l’entità dei salari e quella dei profitti e delle retribuzioni al top management, aumenta l’indebitamento privato: il crollo del comunismo in Europa e l’abolizione del Glass-Steagall Act negli Stati Uniti daranno il colpo di grazia al vecchio sistema economico internazionale; l’indebitamento crescente e l’espansione dell’economia finanziaria amplificano i consumi, ma a fronte di salari che in realtà sono decrescenti: il sistema continua così ad autoalimentarsi, fino alla crisi attuale, dove gli Stati – finora considerati un problema dall’ideologia liberista - diventano ora il cavaliere bianco che salva il sistema dal collasso. Ma i costi giganteschi del salvataggio del sistema finanziario vengono ribaltati sui cittadini e mandano così in crisi la più grande conquista dell’Età dell’Oro, cioè il welfare state.
L’aumento dei debiti pubblici e la mancata regolamentazione finanziaria tornano a far confliggere capitalismo e democrazia: “il debito assume i connotati di una forma di dominio che non riguarda più i rapporti interpersonali come accadeva nell’antichità, ma interessa le istituzioni stesse, che perdono la loro libertà”. La crisi che inizialmente era finanziaria è divenuta crisi economica ed infine crisi sociale, con conseguenze devastanti sulle vite dei singoli individui.

Nel libro gli autori non si limitano però a descrivere la situazione, ma propongono una serie di interventi necessari per fermare il circolo vizioso della recessione, acuito dalle politiche restrittive di risanamento dei governi e dalle fughe di capitali verso i paradisi fiscali, “un enorme buco nero nell’economia mondiale”.

Proviamo dunque a riepilogare le diverse misure proposte.

1. Anzitutto, una nuova regolazione del sistema finanziario a livello mondiale; non una nuova ‘Bretton Woods’ (.), precisano gli autori, piuttosto la riscoperta del progetto che fu di John Maynard Keynes “e che prevedeva una pari responsabilità dei Paesi creditori e dei Paesi debitori”. Da conseguire attraverso:
a) Interventi restrittivi sul movimento dei capitali, la lotta decisa ai paradisi fiscali, la separazione fra banche commerciali e banche d’affari, “il divieto di detenere attivi bancari fuori bilancio e l’imposizione di una tassa internazionale sulle transazioni finanziarie”.
b) Interventi di cooperazione internazionale, che prevedano agenzie di rating pubbliche e una vigilanza a livello planetario.

2. Federare i debiti pubblici dei Paesi dell’Eurozona, emettendo finalmente gli eurobond e permettendo alla Banca Centrale Europea di comprare direttamente (e illimitatamente) i titoli pubblici degli Stati in difficoltà, per ridurre i tassi di interesse e per difendere l’euro.

3. Emettere ‘moneta speciale’, sull’esempio di analoghe esperienze storiche (che gli autori descrivono in modo molto dettagliato nel libro), allo scopo di finanziare la domanda pubblica di investimenti che è necessaria per far ripartire le economie europee più deboli. Prevedendo, ad esempio, “la possibilità che i titoli pubblici possano essere utilizzati negli scambi e negli investimenti sostituendo la moneta”, ed operando una strategia che porti alla trasformazione del debito pubblico da estero a debito interno; come avviene in Giappone: “un Paese che ha un debito pubblico doppio rispetto all’Italia ma senza il problema dello spread”.
I titoli pubblici, osservano gli autori, possono diventare una vera e propria moneta complementare “che può essere utilizzata per eseguire pagamenti di una certa entità dove non serve il contante”.

4. Occorre infine costruire una economia mista, in particolare nei settori strategici dell’energia, del credito e delle assicurazioni, in cui aziende pubbliche coesistano a fianco di aziende private, ma con obiettivi diversi dalla massimizzazione dei profitti a breve termine: “gli obiettivi di sviluppo civile devono tornare ad avere la priorità sui risultati finanziari speculativi di breve e di brevissimo periodo”.
L’intervento pubblico negli Stati Uniti durante gli anni Cinquanta e Sessanta, nel settore militare ma anche nei grandi progetti spaziali, osservano, ha mantenuto elevata la crescita dell’economia per decenni ed è stato determinante per le successive rivoluzioni dell’informatica e delle telecomunicazioni: “l’esperienza americana smentisce le tesi di coloro i quali sostengono l’inutilità dell’intervento pubblico nello sviluppo dell’economia”.

L’obiettivo finale, di più lungo periodo, è sintetizzato nell’ultimo capitolo del libro, che si occupa dei rapporti fra capitalismo e ambiente: occorre superare il concetto di ‘Pil’, il prodotto interno lordo è una misura sbagliata della ricchezza collettiva, bisogna invece realizzare uno stato stazionario di natura dinamica in cui il modello attuale di crescita (meramente quantitativa) venga sostituito da un nuovo modello, “un’economia della conoscenza, della sostituzione e dell’efficienza”. Non una società perfetta, precisano Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, ma una società che sia più prospera e più giusta.




Giorgio Ruffolo, Stefano Sylos Labini, IL FILM DELLA CRISI. La mutazione del capitalismo, Einaudi, Torino 2012.


I collegamenti web qui proposti sono tratti da alcuni riferimenti bibliografici citati nel libro stesso. Sul sito della casa editrice è invece possibile leggerne l’Introduzione.





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2 Gennaio 2013
Gianpiero Magnani    @ gianpiero.magnani@libero.it