10 motivi per cui la crisi è delle banche — e non solo nostra

E’ ancora una crisi bancaria. A fine febbraio la BCE presta 530 miliardi di euro alle banche europee, dopo i 490 miliardi erogati a dicembre 2011. Complessivamente oltre 1.000 ...

Di Andrea Baranes


E’ ancora una crisi bancaria.
A fine febbraio la BCE presta 530 miliardi di euro alle banche europee, dopo i 490 miliardi erogati a dicembre 2011. Complessivamente oltre 1.000 miliardi di euro in un prestito a tre anni all’1% di interesse. Un tasso addirittura negativo, tenuto conto dell’inflazione. Il perché di questa montagna di soldi, mentre cittadini e lavoratori devono stringere la cinghia e accettare piani di austerità se non misure lacrime e sangue è presto detto: quella che ancora oggi ci viene presentata come una crisi dei debiti pubblici è in realtà una crisi bancaria. E’ il sistema bancario, molto più e molto prima di quello statale, a rischiare il tracollo.
A sostegno di questa tesi possiamo portare non uno, ma almeno dieci argomenti.
1. Le banche sono ancora piene di titoli tossici risalenti alla crisi dei mutui subprime. La prima misura adottata a fine 2008 dalle istituzioni, tanto negli USA quanto in Europa, è stato modificare in fretta e furia i criteri contabili. Fino a quella data valeva il mark to market: le banche iscrivevano a bilancio i loro titoli al prezzo di mercato. Più i titoli salgono, più i bilanci si gonfiano, più aumentano profitti e bonus per i manager. Quando scoppia la bolla e molti dei titoli diventano carta straccia, di colpo si autorizzano le banche a mettere questi titoli a bilancio non al prezzo di mercato ma a quello di carico, ovvero al costo di acquisto. E’ quello che il premio Nobel per l’economia Stiglitz ha definito il mark to hope, ovvero dare un valore in base alla speranza. Con tale trucco, per magia bilanci in profondo rosso tornano in attivo. Cambiare le regole non cambia però il valore di questi titoli. Prima o poi le perdite dovranno tornare sui bilanci. E saranno dolori. Diversi tra i maggiori gruppi bancari del mondo occidentale avevano nel 2008 titoli illiquidi – eufemismo per indicare la montagna di spazzatura nei loro bilanci – per importi superiori ai rispettivi patrimoni. Tradotto in termini non tecnici, senza questo trucco contabile oggi sarebbero fallite.
2. Come se non bastassero i titoli tossici, molte delle stesse banche hanno speculato, anche negli ultimi mesi, su titoli di Paesi in difficoltà, Grecia in primis. Titoli che garantivano alti tassi di interesse. Se queste nazioni facessero default, quali sarebbero le conseguenze per le banche più esposte?
3. Le stesse banche si sono coperte da questi acquisti in titoli di Stato con i CDS, i derivati che permettono di assicurarsi contro il fallimento di un’impresa o di uno Stato. Si tratta però di strumenti negoziati fuori mercato, ovvero con scarsissima trasparenza e ancora meno controlli, e utilizzati principalmente per scopi speculativi. E’ il motivo per cui le istituzioni internazionali chiedono alle banche e agli altri creditori di accettare volontariamente una riduzione del 70% del valore dei titoli di Stato della Grecia che hanno nei loro portafogli. Se fosse la Grecia a dichiarare default scatterebbero i CDS, ma con ogni probabilità diventerebbe evidente che non è possibile nessun rimborso perché questi strumenti non funzionano e sono di fatto carta straccia. E le conseguenze per le banche esposte in titoli di Stato sarebbero pesantissime. Non solo, ma ci sarebbe anche un immediato effetto contagio, perché se sono carta straccia i CDS contro il fallimento della Grecia, lo sono anche quelli contro il fallimento degli altri Paesi europei in difficoltà. E l’esposizione in titoli di questi Paesi per le grandi banche è ben superiore a quella corrispondente nella Grecia.
4. I punti precedenti sono legati alle attività ufficiali delle banche. Negli ultimi anni è cresciuto a dismisura un sistema bancario ombra fatto di società veicolo registrate nei paradisi fiscali, di titoli frutto di cartolarizzazioni e di altre operazioni decisamente opache. Un sistema ombra di dimensioni superiori a quello ufficiale. Negli ultimi anni le autorità hanno imposto alle banche degli stress-test, ovvero delle prove per misurare se la stessa banche sarebbe in grado di reggere a un nuovo periodo di crisi. Quasi tutti gli istituti europei hanno superato la prova. Qual è però il valore di tali test, nel momento in cui la metà o più degli attivi sono fuori bilancio e nel sistema ombra? Chi può dire quale sia la reale situazione del sistema finanziario e cosa potrebbe succedere in caso di una crisi analoga a quella del 2008?
5. Come nel 2008, le banche sanno che le loro omologhe versano in brutte acque. Non siamo unicamente in una crisi finanziaria, ma nel mezzo di un altrettanto pericolosa crisi di fiducia. Detta in altre parole, le banche non si prestano più i soldi l’una l’altra, ovvero si è bloccato il mercato interbancario, vera e propria linfa vitale che in condizioni normali assicura la liquidità e la circolazione dei capitali nell’intero sistema.
6. L’effetto contagio è anche dovuto al fatto che, malgrado un sistema interbancario di fatto congelato, le banche sono profondamente interconnesse tra loro da rapporti finanziari di diversa natura. Se la Grecia fa default e falliscono alcune banche elleniche e/o alcune banche particolarmente esposte in titoli greci, rischia di partire un effetto domino, senza che nessuno sia in grado di prevedere le potenziali conseguenze. Tra queste interconnessioni, un ruolo centrale è quello del processo di fusioni e acquisizioni degli ultimi anni, che ha portato alcuni dei principali gruppi bancari europei (tedeschi, francesi, inglesi e anche italiani) a comprare pacchetti azionari anche di controllo in istituti di credito dei Paesi più a rischio .
7. Per realizzare le fusioni e le acquisizioni e per speculare usando somme sempre maggiori, la maggior parte delle grandi banche lavora con leve finanziarie anche di 30 o 40 a uno. Una leva di 40 a uno significa avere 2,5 euro di capitale proprio ogni 100 investiti sui mercati, il resto sono debiti (obbligazioni o altro). Visto che perdite vanno ripianate con soldi propri, questo significa che basta una perdita del 2,5% per azzerare il capitale della banca in questione, rendendola di fatto insolvente.
8. Le banche devono rifinanziare i loro debiti, e in particolare le obbligazioni in scadenza. Solo nel 2012, le banche europee avranno 800 miliardi di euro di obbligazioni in scadenza. In un mercato in crisi e che vede già una concorrenza esasperata tra Stati per rifinanziare i loro, di debiti, chi si compra però le obbligazioni bancarie? E quali tassi di interesse queste dovrebbero offrire per farlo?
9. Il rovescio della medaglia di un’eccessiva leva finanziaria è la sottocapitalizzazione di gran parte delle banche europee. Le banche avrebbero bisogno di rafforzare il proprio capitale sociale per essere più solide e potere eventualmente affrontare nuove situazioni di difficoltà. Più in generale al patrimonio di una banca è legata la sua capacità di erogare prestiti e in ultima analisi di stare sul mercato. Il valore di borsa della maggior parte delle grandi banche è crollato rispetto a pochi anni fa. E in una situazione di crisi e di recessione diventa ancora più difficile aumentare sensibilmente il capitale sociale emettendo nuove azioni. L’ennesimo motivo di fragilità delle banche, e di molte banche italiane in particolare.
10. Con la recessione causata dalla stessa finanza aumentano le difficoltà del sistema produttivo e delle famiglie, e di conseguenza rischiano di aumentare le sofferenze, intendendo con tale termine i prestiti che non vengono restituiti. Nuovamente a causa dell’elevata leva finanziaria, anche un piccolo peggioramento del tasso di sofferenza può avere grandi conseguenze per la banca in questione. La soluzione è quella di tagliare il credito a famiglie e imprese per evitare ogni rischio, ovvero il cosiddetto credit crunch.
E’ sulla base di questo decalogo che mentre Stati, lavoratori e cittadini devono stringere la cinghia, le banche vengono inondate di liquidità. Erogare liquidità in un periodo di crisi può essere una soluzione per fare ripartire l’economia. Il problema non è nel fornire liquidità in sé. Il problema è se questo viene fatto come l’ennesimo assegno in bianco, dal 2008 a oggi, al mondo finanziario.
Perché nel momento in cui il pubblico, che siano i governi, le banche centrali o altre istituzioni, devono nuovamente intervenire per aiutare le banche, non viene contestualmente proibito alle stesse banche di portare avanti comportamenti rischiosi e spregiudicati? A dispetto delle roboanti dichiarazioni che chiudono ogni vertice internazionale, dal G20 in poi, dopo la crisi del 2008 poco o nulla è stato fatto per fermare la finanza-casinò, per chiudere i paradisi fiscali, per diminuire la leva finanziaria, per regolamentare i derivati a partire dai CDS, per smantellare il sistema bancario ombra, per controllare i movimenti dei capitali e via discorrendo. Persino una misura in sé limitata e di buon senso come una tassa sulle transazioni finanziari si scontra da mesi contro il muro delle lobby bancarie e della finanza.
Tutto questo senza considerare che con somme enormemente minori di quelle impiegate per i successivi piani di salvataggio (palesi e nascosti) gli Stati avrebbero potuto nazionalizzare le banche insolventi e responsabili della crisi, interrompendo comportamenti irresponsabili se non fraudolenti e portando le stesse banche a fare finalmente le banche: soggetti al servizio dell’economia e della società, e non giocatori di un casinò globale in cui conta unicamente fare più soldi possibile nel minore tempo possibile, con qualunque mezzo.
Non solo non è stata fatta la nazionalizzazione, ma anche la semplice imposizione di regole e controlli sarebbe un’eresia che andrebbe contro il neoliberismo che si fonda su un sempre minore intervento dello Stato e sull’efficienza dei mercati. Un’efficienza che unicamente una teoria economica assunta a dogma può continuare a sostenere senza rendersi conto del ridicolo in cui è sprofondata.
In mancanza di regole, le banche che ricevono i finanziamenti dalla BCE li utilizzano solo in minima parte per erogare credito a famiglie e imprese. Le stesse istituzioni europee si augurano che una parte sostanziale vada all’acquisto dei titoli di Stato dei Paesi europei. Siamo all’assurdo che si spera che le banche private agiscano come prestatore di ultima istanza per i governi, perché per statuto la banca centrale non può farlo.
Se anche questo paradossale meccanismo dovesse funzionare, in pratica significa che i governi non devono attuare politiche che rispondano alle attese e al giudizio dei cittadini, ma dei mercati finanziari. Sono questi ultimi che chiedono e ottengono piani di austerità, riforme del lavoro, apertura di nuovi mercati, e in particolare dei servizi pubblici e essenziali. Gli Stati della zona euro hanno di fatto abdicato alla propria sovranità, e hanno affidato ogni giudizio sul loro comportamento e le loro scelte politiche al ricatto dei mercati finanziari. Una vera e propria finanziarizzazione della politica.
Ancora prima, i prestiti della BCE vanno però a coprire le perdite e a rifinanziare la montagna di obbligazioni in scadenza delle stesse banche. In pratica la banca centrale non può aiutare gli Stati, ma fornisce soldi in quantità illimitata per le banche. Questo perché se nel 2008 molte banche erano too big to fail, troppo grandi per fallire senza rischiare di trascinare con sé l’intera economia, oggi il sistema bancario nel suo insieme è too big to save, troppo grande per potere essere salvato se esplodesse una nuova crisi paragonabile a quella del 2008, e considerando che i governi sono già alle prese con una situazione drammatica dei conti pubblici.
Ecco allora che i prestiti della banca centrale, senza nessun vincolo al loro utilizzo e senza imporre alle banche alcuna regola, potrebbero essere addirittura nocivi.
Nel 2001 negli USA si è usciti dalla bolla della new economy con bassi tassi di interesse e soldi facili per le banche, il che ha contribuito alla successiva crisi dei subprime. Oggi si riparte per un nuovo giro di giostra. Si prova nuovamente a rispondere a una bolla finanziaria rischiando di innescare una nuova bolla finanziaria.
Ciliegina sulla torta, buona parte dei prestiti all’1% sono stati ottenuti dalle banche grazie a una garanzia pubblica sui prestiti ricevuti, come nel caso del ministero del Tesoro italiano che ha fornito una garanzia alla BCE per i prestiti accordati alle nostre banche. Di fatto un pubblico ridotto unicamente a mucca da mungere per socializzare le perdite quando le cose vanno male, mentre i profitti rimangono nelle solite mani.
All’inizio dello scorso secolo Henry Ford dichiarava che è una fortuna che le persone non capiscano il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario. Se così non fosse, ci sarebbe una rivoluzione prima di domattina . Per quanto ancora i burocrati della BCE e della Commissione europea pensano di potersi affidare a questa fortuna?

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