Ambiente

Agostinelli verso Parigi: se Cop21 fa un buco nell’acqua

Pubblichiamo volentieri le note di Mario Agostinelli in partenza verso Parigi alla Cop21. Chimico-fisico, esperto di questioni energetiche e ambientali, impegnato politicamente e spesso presente ...

Di Corrado Fontana
Cop-21-Valori2 ©Andrea Barolini
Mario Agostinelli con mini biografia
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Pubblichiamo volentieri le note di Mario Agostinelli in partenza verso Parigi alla Cop21.

Chimico-fisico, esperto di questioni energetiche e ambientali, impegnato politicamente e spesso presente sulle pagine di Valori, Agostinelli riflette in modo approfondito e trasversale, toccando i temi del clima e del modello economico globale, delle istituzioni internazionali e della geopolitica dei poteri economici, fino a ragionare sui recenti fatti drammatici di terrorismo, il ruolo dell’ industria delle armi, del petrolio, i flussi migratori.

VOGLIA DI GUERRA E COP 21: 

PALLE DI FUOCO E BUCHI NELL’ACQUA

Mario Agostinelli, Inchiesta Dicembre 2015

Nota: le riflessioni che seguono sono anche frutto di scambi e comunicazioni tra persone partecipi di una comune tensione, proveniente da esperienze condivise nell’ambito dei movimenti che non smettono di lottare per il cambiamento.

PREMESSA

Scrivo queste note in partenza per Parigi, dove si sta aprendo la Conferenza Mondiale sul clima (Cop 21). Come ricorda l’acronimo, si tratta della 21esima Conferenza sul clima e se ci aggiungiamo anche tutti i “meeting” preparatori di natura politica e tecnica, sono diverse centinaia gli incontri svolti ad oggi a livello internazionale (migliaia se ci aggiungiamo quelli a livello interregionale) per cercare di adottare una politica climatica che sia “compatibile” con la sopravvivenza della specie umana, almeno alle condizioni di cui una parte della popolazione terrestre beneficia già oggi e tenendo in mente i limiti fisici che dobbiamo porre alla nostra impronta ecologica.

L’atmosfera di creativa mobilitazione che sta accompagnando in tutto il mondo l’attenzione della società civile all’evento – la preparazione delle marce del 29 Novembre è stata laboriosa e diffusa anche territorialmente -, si scontra con i cupi bagliori che stanno attraversando la capitale parigina e con le immagini senza rumore delle bombe sganciate dai “raid notturni”. Vita di giorno – per quanto si riesce a sottrarla civilmente alla paura – coprifuoco, morte e distruzione di notte, in una dicotomia in cui i cittadini da una parte e gli stati “democratici” e le organizzazioni terroristiche dall’altra, accettano di fare due parti distinte: prendere il sonno necessario da un lato, proteggerlo o interromperlo per sempre dall’altro.

Così, non posso evitare la domanda se vi siano comuni interessi tra gli attacchi terroristici accaduti pochi giorni fa e un malaugurato (e prevedibile) fallimento della ventunesima conferenza delle parti, circoscritta a ben 14.000 delegati, isolati però dagli attivisti ed esponenti della società civile provenienti da tutto il mondo e ridotti nella presenza da un disincentivo all’accesso non dichiarato.

Ne tratterò più avanti in dettaglio, ma questa premessa serve a rendere il giusto quadro storico- epocale delle prossime giornate, che, al contrario dell’11 Settembre, propongono subito un intreccio che non si può ridurre a scontro di religioni o a pura geopolitica. Parigi non andrà ricordata come le due torri colpite a Manhattan o solo come insanguinata dai Kalshnikov, ma come l’ultimo precipizio a cui ci avviciniamo troppo in fretta se non facciamo nel mondo intero una capriola culturale e politica. Il palcoscenico planetario – sottolineavo – si è molto articolato. In queste settimane di riacutizzazione di una guerra mondiale asimmetrica in corso da decenni per l’appropriazione delle risorse energetiche sempre più scarse e la privatizzazione dei beni comuni naturali sempre più sottratti ai territori di appartenenza,   il papa, vero leader profetico e responsabile che vive tra noi, svolge in Africa la sua missione a difesa di una natura irrimediabilmente lacerata e tratta la criminalità dei terroristi come “zanzare” endemiche a cui andrebbe bonificato il territorio in cui prolificano. Proprio in queste stesse settimane, “zanzare mutanti”, perché cariche di capacità di fuoco terrificante, seminano e annunciano morte con strumenti venduti loro da sciagurati costruttori che risiedono in Paesi dotati delle tecnologie e degli eserciti più avanzati. Ancora, nelle stesse settimane i detentori di una potenza di distruzione che ha alle spalle migliaia di ordigni nucleari si fronteggiano in una “alleanza” che ingolfa i cieli e non ricorre nemmeno più all’alibi delle bombe intelligenti. Ed è in questi stessi giorni che i governanti di 195 Paesi, ubbidienti senza battere ciglio alle road map di rientro dal debito imposte dalle banche e dalla finanza multinazionale, non sapranno concordare su uno straccio di calendario vincolante per l’emergenza climatica. Mentre irrimediabilmente si deteriora la biosfera ed è minacciata la specie umana, siamo di fronte alla possibilità che, anziché unire le forze per curare il pianeta, si acceleri pericolosamente verso quella terza deflagrazione mondiale oltre la quale, diceva Einstein, ci si combatterà solo con le pietre.

LE QUESTIONI CHIAVE PER LA COP 21

Produzione di energia, industria, trasporto, industrializzazione su scala mondiale della catena alimentare e uso del suolo hanno aumentato la presenza dei gas climalteranti, portando la loro concentrazione in atmosfera da 278 ppm di CO2 equivalente prima della rivoluzione industriale a 400 ppm nel 2015.

Cop-21-Valori2 ©Andrea Barolini
Cop-21-Valori2 ©Andrea Barolini

Come è noto, gli scienziati dell’IPCC hanno affermato che, se l’umanità continua con l’attuale tasso di emissioni senza prendere misure per ridurlo, la temperatura media globale aumenterà entro il 2100 tra 3, 7 e 4, 8 gradi rispetto al livello pre-industriale, con conseguenti innalzamenti dei mari, eventi meteorologici estremi come inondazioni, siccità e cicloni, perdita di fertilità dei suoli, ondate di migrazioni. E sulla base di modelli comprovati, la comunità scientifica ha fissato in 2°C l’aumento di temperatura massimo sostenibile.

A partire dal 2020, il protocollo di Kyoto ormai scaduto dovrebbe essere sostituito da un nuovo meccanismo ben più drastico, cogente, universale. Ma la Cop 21 si avvia a ratificare un trattato non più giuridicamente vincolante che, secondo una formula più blanda e inconcludente perfino rispetto a Kyoto, concordi approssimativamente sulla convergenza verso i 2°C e certifichi che ogni singolo paese attuerà volontariamente impegni di riduzione nella direzione immancabilmente condivisa finchè  rimane un auspicio. Più di 170 Paesi, comprese tutte le principali potenze economiche del mondo hanno già quotato i loro programmi. Estrapolando tutti gli impegni presi sulla carta L’IPCC e Bloomberg hanno stimato che la temperatura crescerà dai 3° ai 4°C.

Come colmare allora il gap drammaticamente lasciato aperto mentre il crescente impegno bellico sottrae risorse alla riconversione e succhia e disperde come gas in atmosfera il carbone organico che andrebbe lasciato sotto la terra o sotto gli oceani? Senza uno sforzo di pace, senza una risposta razionale ai malefici del terrorismo, senza vincoli giuridici nella lotta alla decarbonizzazione, a Parigi non resta che aprire la strada dell’adattamento e della cosiddetta mitigazione: il mercato avrà mano libera (con la solita illusione dell’autosufficienza) e l’economia neoliberista manterrà lo scettro della globalizzazione, nella perversa convinzione che lo sviluppo della tecnologia sia la soluzione dei problemi creati da un assetto politico e da una struttura economica e sociale incompatibile con la sopravvivenza. Naturalmente, lo spirito del capitalismo caritatevole non verrà meno: si prevede infatti di creare il cosiddetto “Green Climate Fund” per i Paesi più poveri (e meno inquinatori), anche se per il suo sostegno ancora non c’è accordo tra gli eventuali contributori (già il vertice 2009 di Copenaghen era fallito su questo punto, lasciando a secco il conto corrente bancario).

Va considerato che, nonostante una mobilitazione in crescita, che avrà la sua esplosione il 29 Novembre, il giorno avanti l’apertura del vertice, anche se mantiene incertezze e articolazioni sulla qualità delle rivendicazioni e sulle modalità di prosecuzione, non c’è ancora una sufficiente pressione popolare per costringere i governi ad un accordo risolutivo e di un profilo all’altezza dell’urgenza riconosciuta da tutto il mondo scientifico e metabolizzata dalle persone informate. Di fatto la soluzione volontaria messa sul tavolo dai singoli Paesi o gruppi di Paesi, senza vincoli giuridici fissati dal nuovo trattato, rappresenterebbe una sconfitta per l’ONU e insinuerebbe tra le popolazioni, accuratamente disinformate dalla campagna a cui i media si sono da tempo predisposti, l’idea che ormai la lotta contro i cambiamenti climatici sia in via di soluzione, non abbia carattere globale e debba essere lasciata in secondo piano rispetto alla crisi economica e alla lotta al terrorismo. Producendo in tal modo una nuova “narrazione” globale (che fa il paio con quella sperimentata nazionalmente di “un’Italia che riparte e ha ripreso a correre”) che non convince affatto e che è agli antipodi di quella ecologia integrale che scarta le mezze misure e va al cuore della giustizia sociale.

Mi sento di aggiungere a titolo non solo informativo che, al di là delle chiacchiere (e dei silenzi), l’Italia alla Cop 21, al pari della parte più arretrata dei paesi europei, è propensa a sostenere un sistema flessibile, volontario, senza alcun vincolo cogente europeo e nazionale, in specifico sugli obbiettivi di efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. D’altra parte, il freno sulle rinnovabili e la spinta alle trivellazioni, l’occhiolino di A2A al carbone del Montenegro, l’incentivo agli inceneritori e una politica energetica fondata sul ruolo strategico del Paese come hub del gas, fanno pensare ad un tranquillo galleggiamento dei nostri governanti nello stagno in prosciugamento.

Invece, a Parigi risulteranno assolutamente irrimandabili le scadenze entro cui realizzare la decarbonizzazione, le pratiche più urgenti per la riconversione ecologica dell’economia, la trasformazione della fornitura elettrica in 100% da fonti rinnovabili, il cambiamento delle pratiche agroforestali a rilevante impatto climalterante, la sostituzione completamente ridisegnata della mobilità odierna praticata con veicoli a combustione fossile e a proprietà prevalentemente individuale. Occorre pertanto una rappresentazione più problematica della realtà in trasformazione e, contemporaneamente, lavorare per far emergere la necessità e praticabilità di un cambiamento profondo nei modi di produrre le merci, i servizi, l’energia; di consumare; di gestire i rifiuti; di muoversi; di vivere le nostre città, di alimentarsi e coltivare la terra, in funzione della giustizia sociale. Per tutto questo, servono gli accordi globali, normative stringenti, ma anche la promozione e assunzione di comportamenti coerenti da parte di tutti i soggetti sociali e, alla fine, una conversione anche personale cosciente della posta in gioco e applicata agli stili di vita e alle relazioni sociali.

Ma la Conferenza non sembra avviarsi a farsi carico del passaggio epocale, della minaccia alla pace che si compie anche attraverso la guerra alla natura e ad adottare modifiche strutturali. Perciò temo – e vorrei proprio essere smentito – che non risulterà all’altezza né di creare una coscienza di massa – sia in termini narrativi che di rigore scientifico –  sull’urgenza di lottare contro il superamento di 2°C, né di trovare i collegamenti tra il degrado ambientale e sociale e la crisi politica che il terrorismo criminale trascina con rare opposizioni su un terreno irrazionale e sciagurato.

Ancora manca una presa d’atto politica della fine corsa di un sistema spinto all’apice e non più rigenerabile e che pone in rotta di collisione fisica e economia, democrazia e capitalismo, diritto della pace e rapina della natura. Capire quanto i cambiamenti climatici siano il termometro di un corpo malato, significa anche porre con tutte le loro implicazioni le questioni della sopravvivenza e della riproduzione della biosfera; dello scarto e dello spreco di donne e uomini, lavoro, natura e merci; della fine dell’antropocentrismo; della non scontata compatibilità tra le cadenze dei tempi biologici e la velocità di quelli artificiali; del controllo sociale delle tecnologie. Sotto questa angolatura a Parigi si dovrebbe chiedere una svolta profonda e una riconsegna del futuro nelle mani dei popoli sovrani. Quindi, una svolta democratica, che valorizzi attraverso la partecipazione più larga un’opportunità storica per rinnovare i sistemi economici e introdurre innovazioni tecnologiche e sociali che rispondano alla crisi in corso sul piano dell’occupazione, dei diritti del lavoro, del ripianamento del debito finanziario e verso la natura. Solo entro la cornice di un cambiamento complessivo co-deciso e non solo annunciato, risultano opportune e necessarie anche strategie di mitigazione e di adattamento, per affrontare gli impatti negativi dei cambiamenti climatici comunque già in atto e per alimentare anche così un processo decisionale partecipato, che prenda in considerazione la percezione del rischio e i bisogni di specifici territori, bilanciando da subito costi e benefici. Sotto questo profilo è di notevole rilievo l’appello degli scienziati italiani (v. http://www.climalteranti.it/2015/11/22/clima-lappello-degli-scienziati-italiani/#sthash.wtUJTBXJ.dpuf )  che impegna “le istituzioni nazionali e internazionali a sostenere la ricerca nell’ambito delle scienze del clima, degli impatti e delle tecnologie, lo sviluppo istituzionale di discipline convergenti sul piano scientifico e tecnologico e specifici programmi di training e di alta formazione sulle scienze e sull’economia del clima”. Ma – attenti! – mitigazione + adattamento +  soluzioni tecnocratiche  + carità ai poveri, da soli costituiscono semplicemente una sottomissione alla via d’uscita contemplata dall’opzione liberista…

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