Parte 2

L’analfabetismo sta tornando. E frena il futuro dell’Italia

Solo il 20% degli italiani ha competenze adeguate per una società complessa. Eppure, ogni anno d'istruzione in più vale mezzo punto di Pil

Di Emanuele Isonio

Speriamo che questa notizia ispiri gli studenti che riprendono la scuola dopo la pausa estiva:

se si innalzasse di un anno il livello d’istruzione di ogni cittadino, il Pil italiano segnerebbe una crescita permanente annua di mezzo punto percentuale.

Quando si affronta il “tema istruzione”, di solito se ne enfatizzano le ricadute positive sulla qualità di vita e sulle capacità critiche dell’opinione pubblica. Pur volendo mettere da parte questi aspetti, una cosa è ormai certa: aumentare il nostro livello di formazione conviene. Soprattutto al nostro conto in banca.

Educazione-innovazione-sviluppo-benessere

Molte ricerche economiche hanno dimostrato che le politiche educative influiscono su crescita e capacità di innovazione della società. E la scoperta non è certo nuova di zecca: «L’istruzione – si leggeva già una dozzina d’anni fa in un’analisi realizzata per la Banca Mondiale da due docenti delle università di Stanford e Monaco, Eric Hanushek e Ludger Woessmann – può innalzare i redditi individuali e il livello di sviluppo di un’economia soprattutto attraverso l’accelerazione impressa al progresso tecnologico».

Impatto della conoscenza istruzione sul livello di redditi in alcuni Stati mondiali.

Impatto della conoscenza sul livello di redditi in alcuni Stati mondiali. FONTE: Education Quality and Economic Growth. World Bank, 2007.

Sulla stessa linea, l’attuale governatore di Via Nazionale, Ignazio Visco. Quando era ancora “solo” vicedirettore generale di Bankitalia, spiegava così il legame tra istruzione e crescita: «Il capitale umano accresce il prodotto pro capite sia direttamente sia permettendo l’adozione di metodi di produzione più efficienti. Un aumento del capitale umano pari a un anno di istruzione in più per la media dei lavoratori comporta un aumento del prodotto pro capite del 5%».

Se passiamo ad osservare i vantaggi retributivi per ogni lavoratore il discorso non cambia: «nella maggior parte dei Paesi Ocse – prosegue Visco – i laureati guadagnano almeno il 50% in più dei diplomati».

Qui si inserisce tuttavia la prima italica anomalia: secondo Antonio Ciccone, ricercatore dell’Icrea (Istituto catalano per la ricerca e gli studi avanzati), in Italia studiare è redditizio ma meno che in altri Paesi Ue ed Ocse: 8,6% contro l’8,8% della Ue, il 12,3% dell’Irlanda, l’11 del Regno Unito, il 10,3 della Finlandia. Una situazione che disincentiva gli investimenti in capitale umano.

La quantità non vuol dire qualità (e i dati PISA allarmano)

Precisiamo però una cosa: la quantità d’istruzione è importante ma da sola insufficiente a far aumentare produttività e salari. Ad essere anche più è la qualità della formazione ricevuta. Stare inerti a scaldare i banchi o ascoltare per ore docenti impreparati serve dunque a poco.

Secondo le indagini PISA (Programme for International Student Assessment) condotte dall’OCSE, la scuola italiana è infatti ampiamente incapace di fornire un’istruzione in linea con gli altri partner Ue, in ambiti essenziali come lettura, matematica, scienze e problem solving:

a parità di anni di studio, è come se i quindicenni trascorressero un anno senza far nulla rispetto ai loro coetanei Ocse.

Ma l’aspetto più drammatico sta nella scarsa capacità di comprensione di ciò che si legge: il 10% dei nostri studenti è in grado di leggere un testo ma non di comprenderne i contenuti. E al Sud la percentuale sale al 15%.

La ricerca PISA 2015 (l’ultima disponibile. La prossima, relativa al 2018, sarà presentata il 3 dicembre di quest’anno) segnala che gli studenti delle scuole secondarie italiane hanno ridotto il gap rispetto alla media Ocse in matematica ma mantengono il ritardo in scienze e lettura.

PISA -OCSE 2015 competenze in scienze
Risultati dei test di competenze in scienze – Analisi PISA OCSE 2015.

L’Italia, tutto considerato, è ancora nella parte bassa fra i 35 Stati Ocse e anzi, è scesa dal 32° al 34° posto. Un supplemento di preoccupazione è legato alle fortissime differenze regionali: in alcune aree (Bolzano, Trento e Lombardia) le competenze mostrate dagli studenti gli valgono i primi posti della classifica Ocse. Al Sud, sono lontani anni luce. La Campania ad esempio è vicina ai risultati dell’Argentina. (Qualcuno dovrebbe iniziare a spiegare come mai, proprio nel meridione, si continua anno dopo anno a fare l’en plein di voti massimi agli esami di maturità…).

L’analfabetismo “moderno”

Alla luce di quanto detto, cosa significa essere analfabeti in una società moderna? La domanda è d’obbligo perché nel merito c’è una vera e propria guerra di cifre, causata dai diversi criteri usati per assegnare tale “marchio”.

Definizioni analfabetismo

Stando all’ultimo censimento Istat del 2011, tale numero è pari a poco più di 593mila unità. I dati dell’UNLA (Unione nazionale lotta all’analfabetismo) sono ben diversi: «Il 36,5% dei nostri concittadini ha al massimo la licenza elementare – spiega il professor Vitaliano Gemelli, presidente dell’associazione – Circa 20 milioni di cittadini che non possono certo dirsi alfabetizzati».

33 milioni di illetterati

Secondo l’indagine “ALL” dell’Invalsi, il 46,1% degli italiani si trova in condizione di “illetteralismo”, non riesce cioè a superare il livello base di comprensione di un brano di prosa: oltre 33 milioni di persone. Se la definizione restrittiva può andar bene per migliorare le statistiche, economisti e linguisti sono tuttavia concordi nel sostenere che in una società complessa non si può considerare alfabetizzato chi magari riesce a leggere un testo o a mettere la firma su un modulo ma non è in grado di fare proprie le informazioni che gli vengono sottoposte.

«Gli esperti internazionali hanno concluso – denunciava già 10 anni fa Tullio De Mauro, linguista ed ex ministro dell’Istruzione – che soltanto il 20,2% della popolazione italiana possiede le competenze minime di lettura, scrittura e calcolo indispensabili per muoversi in una società complessa: riescono cioè a leggere un grafico, controllare un estratto conto in banca, leggere un giornale, un avviso o un’istruzione, sanno chi è l’Autorità per la privacy e così via».

Non è un Paese per meritevoli

Se questa è la situazione, indagare le cause dell’arretratezza italiana è essenziale per uscire dal guado. In Italia, i rendimenti economici privati per chi si laurea sono inferiori alla media europea: colpa dei vantaggi monetari ridotti, come abbiamo detto.

Ma, secondo l’Ocse, esistono anche di altri due fattori: in Italia il possesso di una laurea riduce meno che altrove il rischio di essere disoccupati. «Ciò – ipotizza il governatore di Bankitalia, Visco – potrebbe dipendere dal fatto che i meccanismi di regolazione del mercato del lavoro hanno sempre protetto l’occupazione dei lavoratori più deboli che di solito sono anche i meno istruiti». Inoltre, gli incentivi destinati a incoraggiare il conseguimento di un titolo di studio terziario e per favorire la frequenza universitaria degli studenti meritevoli ed economicamente svantaggiati sono più bassi: l’80% degli universitari non beneficia di premi o finanziamenti.

Distribuzione dei sostegni finanziari agli studenti universitari 2016 OCSE
Distribuzione dei sostegni finanziari agli studenti universitari 2016 in alcuni Paesi OCSE. FONTE: Education at a Glance 2017.

Il background familiare

A questo si aggiunge un fattore extrascolastico: il background familiare. «Secondo l’Ocse – spiega Pasqualino Montanaro, ricercatore di Bankitalia – le differenti condizioni sociali e culturali, già nell’età prescolare, influiscono in modo decisivo sulle abilità cognitive. Esiste una relazione strettissima tra il tipo di scuola scelta e lo status socio-culturale ed economico della famiglia di appartenenza».

La ricerca PISA mostra come per uno studente della classe sociale più elevata, la probabilità di essere iscritto a un liceo è sette volte più alta di quella di uno con condizioni familiari più sfavorevoli. Delle vere e proprie “periferie dell’istruzione” presenti in tutte le città italiane, con differenze significative da quartiere a quartiere.

Le vie d’uscita: merito e più rigore

Come è possibile accelerare l’approdo dell’Italia nel gruppo degli Stati a più elevato capitale umano? «È ovvio che non si tratta solo di studiare di più – osserva Visco – ma anche come e che cosa. Una delle chiavi è valorizzare adeguatamente il merito, che nella moderna società della conoscenza significa un’adeguata remunerazione degli investimenti in istruzione».

Le soluzioni concrete possono essere ovviamente diverse. Ma a livello europeo, le vie seguite dai Paesi più “virtuosi” vanno in due direzioni:

  • collegare i finanziamenti alle varie scuole con il numero di alunni iscritti
  • creare un sistema nazionale di valutazione uniforme dei diversi istituti per garantire alle famiglie la possibilità di una scelta informata. Ciò sposterebbe le iscrizioni verso le scuole migliori, attivando un circolo virtuoso: le altre sarebbero infatti “costrette” a migliorare i livelli di servizio per non perdere studenti.

Merito e rigore, quindi. Che dovrebbero ispirare anche le riforme della formazione universitaria. Oggi in Italia gli studenti possono ripetere gli esami per un numero infinito di volte senza essere penalizzati in alcun modo (anzi, avendo a disposizione numerose “sessioni d’esame” durante l’anno).

In questo modo non solo si incentivano i furbi e i fuoricorso, ma il costo dell’istruzione universitaria cresce e non si concentrano le risorse sui più meritevoli. Per porre un freno al fenomeno, altri Stati hanno deciso di istituire una sola sessione annuale di esami e gli studenti possono ripeterli una sola volta. Certo, vien da chiedersi: chi glielo dice a quegli studenti ormai assuefatti ad una decennale mancanza di rigore? Ma questa è un’altra storia…

Un Paese con scarse competenze e capitale umano può davvero crescere?

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