Finanza etica

Argentina: gli speculatori incassano il 1200%

2, 28 miliardi di dollari a fronte di un investimento iniziale di appena 177 milioni. Come dire, un rendimento prossimo al 1200%. È la misura dell’eccezionale profitto incassato dal ...

Di Matteo Cavallito
Buenos Aires, Plaza de la República e Obelisco. Foto: Dalibor Ribičić (Wikimedia Commons)
Buenos Aires,   Plaza de la República e Obelisco. Foto: Dalibor Ribičić (Wikimedia Commons)
Buenos Aires, Plaza de la República e Obelisco. Foto: Dalibor Ribičić (Wikimedia Commons)

2, 28 miliardi di dollari a fronte di un investimento iniziale di appena 177 milioni. Come dire, un rendimento prossimo al 1200%. È la misura dell’eccezionale profitto incassato dal fondo distressed NML, un veicolo offshore (è domiciliato nel paradiso fiscale delle Isole Cayman) di proprietà della Elliot Management, la società del finanziere americano Paul Singer che dal 2001 conduceva una battaglia legale contro Buenos Aires con l’obiettivo di recuperare l’intero valore – sommato a interessi e penali varie – dei titoli di Stato dell’Argentina dichiarati in default. Un risultato clamoroso, frutto del definitivo accordo tra le parti ratificato ieri dal Senato argentino.

 

La vicenda aveva preso il via nel dicembre del 2001, quando, incapace di pagare un debito complessivo di oltre 130 miliardi di dollari, l’ Argentina aveva dichiarato bancarotta avviando un complicato processo di ristrutturazione. Il concambio – ovvero la sostituzione dei titoli in default con nuovi bond per un valore complessivo pari a circa 1/3 di quello originale – era stato perfezionato in due diversi momenti trovando l’accordo del 93% dei creditori. A rifiutare la proposta era stato però un agguerrito gruppo di dissidenti, tra cui lo stesso NML e altri fondi distressed, che insistevano per il recupero dell’intero valore delle obbligazioni. Da lì la battaglia legale che avrebbe raggiunto il suo culmine con la sentenza pronunciata nel 2012 dal giudice della corte distrettuale di New York, Thomas Griesa, che aveva dato ragione ai fondi costringendo l’Argentina a dichiarare, de facto, l’ottavo default della sua storia.

 

L’ammontare erogato a NML, riferisce tra gli altri il New York Times, corrisponde al 369% del valore nominale dei titoli in mano al fondo, pari a 617 milioni di dollari. Ma il rendimento effettivo, a conti fatti, sale a quota 1188% a fronte del bassissimo prezzo pagato dal fondo per l’acquisto dei bond sul mercato secondario (177 milioni, come dire circa 29 centesimi per dollaro). L’Argentina, che si è anche impegnata a pagare le spese legali, avrebbe ottenuto quindi un modesto sconto rispetto alle richieste iniziali di NML, pari, come specificato nei documenti diffusi dal Ministero delle Finanze di Buenos Aires, a 2, 422 miliardi (il 392% del valore nominale che avrebbe implicato in quel caso un rendimento effettivo del 1268%).

 

Le richieste dei fondi. Fonte: http://argentine.shearman.com,   via Washington Post
Le richieste dei fondi. Fonte: http://argentine.shearman.com, via Washington Post.  Clicca sull’immagine per ingrandire

Non è ancora chiara, per il momento, l’entità degli importi definitivi che spetteranno agli altri fondi coinvolti – Bracebridge, Aurelius e Blue Angel – le cui richieste ammontano rispettivamente a 1.146, 759 e 330 milioni di dollari a fronte di titoli caratterizzati da un controvalore nominale di 120, 299 e 177 milioni. [FOTO]. A queste cifre, i rendimenti di facciata ammonterebbero rispettivamente al 952, al 254 e al 186%. Ma quelli reali, ovviamente, risulterebbero decisamente superiori a fronte del prezzo, presumibilmente basso, pagato dai tre fondi per l’acquisto dei titoli.

 

A garantire l’intesa definitiva con i fondi, nota il Washington Post, sembrerebbe essere stata soprattutto la volontà del neo presidente, il conservatore Mauricio Macri, il cui mandato è iniziato lo scorso 10 dicembre. Nel corso della campagna elettorale, Macri aveva più volte sottolineato la necessità di un accordo definitivo sul debito in polemica con la posizione difesa per anni dal presidente uscente Cristina Fernández Kirchner che, da anni, definiva pubblicamente NML e soci come “fondos buitres”, fondi avvoltoio, riprendendo così il soprannome internazionale (vulture funds) che da anni viene attribuito da più parti ai veicoli finanziari del comparto distressed. La conclusione della contesa dovrebbe ora garantire a Buenos Aires il definitivo rientro sul mercato obbligazionario aprendo così la strada a nuovi finanziamenti di importanza vitale per le casse pubbliche. Ma quello stabilito con l’accordo di giovedì, in ogni caso, resta un precedente inquietante per tutti Paesi che, in futuro, si troveranno ad affrontare le conseguenze di un default sovrano.

@mcavallito

 

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