Attorno allo stadio i documenti sono “top secret”

Il consigliere di Fratelli d'Italia, Andrea De Priamo, aveva chiesto di visionare il parere dell'Avvocatura comunale sullo stadio di Tor di Valle. Niente da fare.

Di Emanuele Isonio
Il Campidoglio

Taci, il nemico ti ascolta. E vuole leggere i tuoi documenti. A poco vale il fatto che quei documenti dovrebbero essere pubblici e chi chiede di visionarli è un rappresentante degli elettori romani nell’Assemblea capitolina (il consiglio comunale della Capitale).

L’opacità che avvolge la questione dello stadio di Tor di Valle si estende anche al parere che l’Avvocatura comunale aveva inviato al sindaco Virginia Raggi e sul quale si basa il “sì” a 5 Stelle che da critici contro l’opera quando erano all’opposizione («solo una scusa per costruire un intero quartiere e intasare un quadrante della città», tuonavano dal Blog di Beppe Grillo a dicembre 2014) sono diventati supporter convinti del suo interesse pubblico.

Secretato il parere dell’avvocatura comunale

Succede che il consigliere di Fratelli d’Italia, Andrea De Priamo, l’anno scorso aveva chiesto, come suo diritto, accesso agli atti per visionare i contenuti di quel parere. Ma si era visto rispondere picche: “questione di natura estremamente riservata”, con buona pace della legge sulla trasparenza e del diritto dei cittadini di saperne di più su un’opera che farà colare centinaia di migliaia di metri cubi di cemento su un’ansa del Tevere. L’Avvocatura puntualizzò che il parere è stato “redatto in unico originale, protocollato ma non scansionato e consegnato a mano in busta chiusa direttamente alla sindaca e del quale l’Avvocatura non è più in possesso”.

Il consigliere d’opposizione non ci sta, scrive alla Raggi e per lei (che in quel momento è a sciare) risponde il vicesindaco e assessore alla Cultura, Luca Bergamo, che propone un compromesso, “consentendo la sola visione del documento senza il rilascio di copia e senza la possibilità di riprodurre parti di esso con qualsiasi mezzo”. In pratica, i medesimi criteri, contestatissimi da più parti (grillini inclusi) in quel di Bruxelles, che sono stati fissati per far visionare agli europarlamentari i documenti relativi al TTIP, la bozza di Trattato di libero scambio Ue-Usa, fallito proprio grazie all’enorme ondata di proteste dell’opinione pubblica europea.

La legge che solletica appetiti privati

A rendere “appetitosa” la costruzione dello stadio, quello della Roma in questo caso, ci si è messa anche la legge Stadi: la norma introdotta qualche anno fa in alcuni commi della Legge di Stabilità 2014, che dà fiato ai sogni delle società calcistiche e, spesso, alle pretese di costruttori e speculatori.

Il nodo fondamentale della nuova norma sta nell’aver previsto la possibilità di inserire gli stadi tra i “beni di pubblica utilità”. In questo modo i Comuni possono dichiarare l’interesse pubblico alla realizzazione dell’opera. Una sostanziale novità rispetto a una legge che risaliva a pochi anni dopo l’unità d’Italia (la famosa “Legge di Napoli” del 1865) perché apre a opere avviate da società private quanto prima consentito solo a Stato ed enti locali.

Il punto più controverso della legge è però nella possibilità di costruire alberghi, centri commerciali, ristoranti, negozi per tifosi e musei delle squadre nell’area dello stadio. Obiettivo ufficiale: aumentare e diversificare i ricavi dell’opera per essere sicuri di mantenere i bilanci in attivo. Ma altrettanto indubbio è che i progetti rischiano di diventare enormi aree business e commerciali contenenti “anche” uno stadio.

Per quanto riguarda invece il Fondo nazionale di garanzia, avrà una dotazione di 45 milioni di euro e dovrà essere amministrato dall’Istituto per il credito sportivo. Destinatari del fondo, che potrà garantire fino al 50% dei finanziamenti, dovrebbero essere impianti piccoli e medi, soprattutto di sport minori o squadre delle serie inferiori (Lega Pro o dilettanti).

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