AzoPORE, spugna italiana contro le emissioni di CO2

La ricerca italiana sui nano materiali scopre una spugna capace di assorbire le emissioni climalteranti. Nessun brevetto per condividere globalmente la scoperta tramite uno studio ...

Si chiama AzoPORE ed è il primo materiale molecolare nano poroso – una specie di spugna – in grado di assorbire selettivamente l’anidride carbonica e rilasciarla a comando: se esposta al calore la “spugna”  si presenta infatti porosa e disponibile ad accogliere i gas, mentre alla luce questo materiale si compatta e li espelle, come se fosse strizzato. Capace di raggiungere performance di selettività altissime (assorbendo perciò la CO2 e non l’Azoto) AzoPORE può rivelarsi fondamentale nei processi di purificazione dei gas e per la lotta ai cambiamenti climatici causati dal riscaldamento globale, o per assorbire i gas combustibili o nocivi. Ogni grammo di AzoPORE si traduce infatti in un’area di ben 5 mila metri quadri di superficie, tramite la quale può avvenire l’immagazzinamento e il rilascio dei gas. Non solo. Si tratta di un materiale sintetico a basso costo, di semplice produzione da materie prime facilmente reperibili: 1 kg di materiale puro preparato in laboratorio, quindi senza ricorrere ad ingegnerie di processo ed economie di scala, per poche decine di euro.

 

Totalmente sviluppato dai ricercatori degli atenei italiani, AzoPORE è nata grazie al Dipartimento di Chimica “G. Ciamician” dell’Università di Bologna e al Dipartimento di Scienza dei Materiali dell’Università di Milano-Bicocca, quest’ultima finanziata nel suo lavoro di studio da Fondazione Cariplo. E la soddisfazione degli scienziati è palpabile. «Così importante è la novità e la possibilità di maneggiarlo che abbiamo preferito non brevettare la scoperta ma pubblicare uno studio su una rivista scientifica autorevole. Lasciamo ad altri soggetti il brevetto di eventuali applicazioni industriali»: così, con semplicità, la professoressa Angiolina Comotti del coordinamento scientifico dell’Università di Milano-Bicocca denuncia l’approccio strettamente scientifico e lo spirito di condivisione che ha portato alla libera divulgazione del lavoro con uno studio pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Nature Chemistry