Diritti umani

Bambini soldato, sono 300mila nel mondo. Arruolati per guerre e industrie senza scrupoli

L'Unicef celebra la Giornata internazionale dei bambini soldato. Nel solo 2018, si contano 12mila morti e 7mila nuovi arruolati. E anche l'Italia ha responsabilità nel fenomeno

Di Emanuele Isonio

Tra 250mila e 300mila bambini nel mondo sono tuttoggi impiegati come soldati. 7mila solo nel 2018. Pedine in “giochi” più grandi di loro, che, hanno causato, nello stesso arco temporale, 12mila tra morti e mutilati e 24mila violazioni a danni di minore.

Numeri atroci, ricordati in occasione della Giornata internazionale contro l’uso di bambini soldato, celebrata proprio oggi.

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Purtroppo il fenomeno è agevolato da almeno due fattori, uno giuridico e l’altro industriale. «Arruolare minori – spiega Serena Doro, ricercatrice presso Archivio Disarmo, che ha curato una ricerca in merito, pubblicata nei giorni scorsi – è vietato da diverse convenzioni e trattati internazionali. Ma a livello pratico, sono ancora moltissime le organizzazioni nel mondo che ricorrono a manodopera infantile per svolgere compiti direttamente legati ai conflitti armati. Non esiste a livello internazionale nessuno strumento che sanzioni chi si macchia di tali crimini senza aver ratificato le sopracitate Carte di Diritti, essendo quest’ultime, espressione del diritto pattizio e pertanto vincolanti solo per i contraenti».

…e industrie senza scrupoli

C’è poi una responsabilità diretta dei produttori di armi: l’uso di bambini soldati e paradossalmente reso più facile dall’evoluzione tecnologica dell’industria bellica. Sono ormai ampiamente diffuse e facilmente reperibili armi leggere e di piccolo calibro: attrezzature che non hanno bisogno della forza fisica di un adulto per essere impiegate e che di conseguenza divengono ottimali per essere distribuite e adoperate anche dai minori.

Quali? Tra le più diffuse, il Kalashnikov AK-47, un mitragliatore del peso che varia tra i 3,5 e i 2,8 kg, facilmente smontabile e la cui manutenzione non richiede particolare cura, prodotto da industrie russe, principalmente diffuso in 100 milioni circa in Africa, Asia e Medio Oriente, e il fucile mitragliatore M16, dalle caratteristiche tecniche simili e diffuso in 8 milioni di esemplari nel continente americano, in Europa, in India e in Arabia Saudita.

Un miliardo di armi leggere

«Le stime più recenti – ricorda Doro – calcolano che in circolazione nel mondo ci siano 1.013 milioni di armi leggere, di cui 857 (circa l’85%) in mano a civili. Di queste solo il 12% è registrato e molte non vengono neanche annoverate nel conteggio perché di fabbricazione autonoma. Già da questi pochi dati è facilmente intuibile come un regime di non-regolamentazione unito ad un’alta diffusione e reperibilità della merce rende veramente conveniente e semplice fare ricorso a questi fucili per armare i bambini e gli adolescenti reclutati. Un controllo più stretto e sistematico circa la diffusione delle armi leggere sarebbe quindi quantomeno necessario anche per disincentivare le forze e i gruppi armati ad arruolare minori».

Onu: bambini sei volte vittime

Bambini e ragazzi sono almeno sei volte vittime di gravi violazioni che affliggono “in modo permanente e ingiustificabile” la loro vita, secondo le Nazioni Unite:

  1. arruolamento e uso di minori in contesto bellico,
  2. uccisione o mutilazione,
  3. violenza sessuale,
  4. attacchi a scuole o ospedali,
  5. rapimento,
  6. negazione dell’accesso agli aiuti umanitari.

«Ogni anno – spiega Doro – il segretario generale ONU stila un rapporto ove vengono elencati tutti i Paesi, i gruppi e le Forze Armate che si sono macchiati di uno o più crimini elencati. Una pratica che è utile, oltre a identificare i colpevoli, a stigmatizzare anche tutti quei Paesi terzi che entrano in contatto (attraverso la compravendita di armi o svariati accordi di natura militare o commerciale) con le parti citate, divenendo a loro volta indirettamente complici dei reati».

Le due facce dell’Italia

Ed è proprio questo aspetto che non dovrebbe far dormire sonni tranquilli nemmeno fra i confini italiani. Da un lato, non c’è dubbio che, a livello normativo, l’Italia sia sempre in prima fila nel difendere i diritti dell’infanzia e condannare qualsiasi tipo di violenza a danno di minori, ratificando tutte le convenzioni e i trattati che si occupano di tutelare bambini e adolescenti.

Dall’altro lato però, le ombre sul comportamento italiano non mancano. Il nostro Paese nel corso degli anni, attraverso missioni di peacekeeping e accordi di cooperazione militare, ha stretto rapporti con decine e decine di paesi, alcuni dei quali coinvolti in guerre di vario genere, mentre altri retti da regimi autoritari, al centro dell’osservazione da parte di organizzazioni che si occupano di diritti umani, come Amnesty International o Human Rights Watch.

«Tali accordi – denuncia Maurizio Simoncelli, vicepresidente e cofondatore di Archivio Disarmo – permettono le esportazioni di materiali d’armamento in deroga alle norme della legge 185/90, di fatto rendendo vano il regime di controllo che si vorrebbe attuare con tale legge. Con alcuni paesi (come Afghanistan e Somalia), ripetutamente segnalati dal Rapporto ONU sui baby soldiers, l’Italia da anni svolge anche attività di addestramento e di formazione militare nell’ambito delle sue missioni».

Per inciso, la Somalia, Paese principale destinatario dei fondi che il governo italiano stanzia per la cooperazione allo sviluppo, è quello nel quale, lo scorso anno, è stato registrato il più alto numero di arruolamenti minorili: 2300.

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