Bangladesh, il "no" dei colossi americani all'accordo sulla sicurezza

Diverse società statunitensi continuano a opporsi fermamente al piano internazionale per migliorare le condizioni di sicurezza degli stabilimenti in Bangladesh. Un accordo che è nato in ...

Di Valentina Neri


Diverse società statunitensi continuano a opporsi fermamente al piano internazionale per migliorare le condizioni di sicurezza degli stabilimenti in Bangladesh. Un accordo che è nato in seguito al crollo del complesso di Rana Plaza in cui hanno perso la vita più di 1.100 lavoratori. 
A dirlo è il New York Times, che cita l’esempio del meeting annuale di Gap, tenuto questa settimana, in cui alcuni azionisti hanno chiesto che venisse spiegato il perché del "no" al piano. Il Ceo Glenn Murphy ha obiettato che le aziende statunitensi, sulla base di tale accordo, incorrerebbero in rischi legali molto più consistenti rispetto alle loro omologhe del Vecchio Continente. Di fatto – argomenta Johan Lubbe, consulente legale per la Federazione nazionale del retail – le società statunitensi rischierebbero di risultare responsabili in prima persona in caso di incidenti ai loro stabilimenti nel resto del mondo. Il sistema legislativo d’Oltreoceano infatti si presterebbe maggiormente alla possibilità di cause intentate direttamente dalle famiglie dei lavoratori, a differenza di quello europeo che, ad esempio, in genere non prevede le class-action.
A seguire la scia di Gap sono stati altri colossi del calibro di Wal-Mart, che hanno preferito promettere di condurre ispezioni autonome invece di unirsi al progetto internazionale volto a scongiurare il ripetersi di episodi tragici come quello del Rana Plaza.

 

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