Banking Anti-Capitalista

di Shawn Carrié, attivista di Occupy Wall Street Leggi la versione originale in inglese. Una domanda semplice: che cos’è una banca? Pensate a come lo ...

Di Claudia Vago


di Shawn Carrié, attivista di Occupy Wall Street
Leggi la versione originale in inglese.
Una domanda semplice: che cos’è una banca?
Pensate a come lo spieghereste ai vostri figli. Al livello più elementare – una banca è una risorsa per la comunità. Il concetto esiste da secoli. E’ un luogo dove le persone possono depositare il proprio denaro così che sanno esserlo al sicuro, e quando molte persone della comunità mettono i loro soldi nello stesso posto, una banca ha la possibilità di utilizzare l’eccedenza per dare prestiti a qualcuno che ne ha bisogno per poter acquistare una casa, mandare i figli a scuola, eccetera. Quando si depositano i soldi guadagnati col lavoro in una banca, avviene un reciproco scambio di fiducia. Fiducia, comprensione reciproca e consenso sono concetti fondamentali in tutti i rapporti. Si affidano i soldi alla banca con l’obbligo di mantenerli al sicuro, in modo che si possa procedere al ritiro se si decide di averne bisogno – e in cambio, alla banca è concesso il consenso di coloro che depositano i loro soldi a gestire queste risorse in modo che l’accordo porti benefici collettivamente alla comunità.
Se le parti costitutive di una banca potessero essere tutte nella stessa stanza e guardarsi l’un l’altra, ci sarebbe una chiara comprensione di chi sono le parti interessate, chi ha investito cosa, chi è responsabile per cosa – non nel senso di “investitori” e “azionisti”, ma nel senso che queste persone sono una comunità, e che la banca è un tentativo, un’istituzione in cui la sicurezza di uno dipende dagli altri, e la responsabilità che richiede, la fiducia e la scrupolisità, così come qualsiasi relazione in cui decidiamo di entrare.
Ma non è così. E le banche sono un po’ più complicato, non è vero?
Per la prima volta nella storia, la nostra epoca è quella in cui la gestione del denaro è un business in sé. Azioni, obbligazioni, derivati, dividendi, opzioni, futures, titoli … “Prodotti” finanziari appena inventati hanno reso il settore finanziario uno dei più redditizi del mondo, ma non per coloro che ritirano e depositano soldi che avevano affidato, dato il loro consenso a depositare per mantenere al sicuro. Ad un certo momento negli ultimi due secoli, mentre eravamo tutti addormentati o ubriachi di champagne importato, è diventato del tutto normale e naturale prendere tutti i propri soldi e darli prontamente a una banca. Ma certo! Cosa mai altro fareste con i vostri soldi, tenerli sotto al materasso? Questa la risposta standard, che graffia la superficie di quanto profondamente il settore finanziario ha incorporato l’idea della sua posizione dominante nella nostra cultura, in modo da poter mantenere il monopolio sul denaro. Società finanziarie spendono una quantità oscena di (nostri) soldi per inquinare il paesaggio psichico con gli annunci e le campagne di marketing attentamente studiati per dare un volto affascinante, istituti di beneficenza fedelmente impegnati a servirvi, che interpellano l’identità mitica dell’illustre consumatore: un personaggio sano e capace di discernimento che cammina sempre lontano da una transazione soddisfatto, sorridente e esistenzialmente realizzato nella vita, grazie al (prodotto x).
Scegliete di resistere alla facciata accattivante, e la vita diventerà sempre più difficile per voi. Il rovescio della medaglia di tutte le mercanzie e servizi meravigliosi che le banche forniscono al loro amato gregge di consumatori è costituito da un campo di sanzioni e inconvenienti. Non hai una carta di credito? Dovrai pagare le bollette con un controllo presso l’ufficio postale. Non hai ancora un conto corrente? Questo è un costo aggiuntivo, e dovrete pagare sette giorni di anticipo. Per costruire credito è necessario entrare in debito, e se non hai credito o cattivo credito, beh, è ​​meglio affrettarsi e pagare una caparra più alta per l’appartamento, o un tasso d’interesse più elevato per quella macchina. Ma perché tutta questa coercizione? Che cosa è stato spazzato sotto il tappeto persiano oltre ad una etichetta che recita “MADE IN SVEZIA”?
L’auto-perpetuazione di una cultura in cui la mente-spazio delle masse è satura di pubblicità e distrazioni si fonda sopra il non sapere, l’agile dileguarsi di particolari sgradevoli di ciò a cui stiamo partecipando, mantenendo le persone all’oscuro, in particolare coloro che deve continuare a comprare, fare shopping, lavorare 14 ore al giorno in una fabbrica nelle Filippine. Il fatto irrefutabile è che una banca è un istituto capitalista il cui scopo di fondo è il profitto – e per fare profitto si possono fare alcune cose cattive con i nostri soldi, rendendoci tutti involontariamente complici di pratiche come investire in armi nucleari, il traffico di armi con tiranni dispotici, la privatizzazione dell’acqua nei paesi in via di sviluppo, speculando sul prezzo del cibo, precludendo il diritto di riscatto di mutui tossici… la lista potrebbe continuare all’infinito. Il settore finanziario è come un gigantesco casinò internazionale, in cui i banchieri giocano il nostro futuro con chip che noi abbiamo pagato.
Il capitalismo globalizzato parla una sola lingua: profitto. Non fa differenza da dove il profitto arriva. E in un sistema globalizzato di capitalismo finanziario, i guadagni sono direttamente proporzionali allo sfruttamento. I guadagni di un uomo corrispondono alla perdita di un altro uomo, l’oppressione di un’altra donna, e gli occhi ciechi di un centinaio di persone. Perché il denaro è la lingua franca, dare soldi a grandi banche multinazionali consente loro di fare con esso ciò che vogliono, e non abbiamo molta voce in capitolo, e la responsabilità non fa parte di una grammatica che comprende solo i numeri, guadagno e simboli di valuta. Non c’è nessuno spazio per una comunità internazionale di depositanti e manager finanziari in cui guardarsi l’un l’altro e partecipare ad una comprensione delle faccende che si verificano utilizzando le risorse di capitale. Quando non siamo consapevoli di ciò a cui stiamo dando il nostro consenso siamo lasciati impotenti, senza rappresentanza, controllo o libertà di scegliere. Quando un settore finanziario non regolamentato è aggrovigliato a un sistema politico nebbioso che rispecchia la mancanza di trasparenza e di partecipazione democratica, abbiamo un problema. E quando i due sono così perversamente intrecciati che il denaro, il potere e la politica sono talmente parte della stessa orgia da essere indistinguibili, abbiamo un problema ancora più grande. (Jamie Dimon, sei uno stronzo.)
Mentre l’austerità infuria e minaccia di radere al suolo le capitali europee, gli operatori delle macchine che alimentano questo sistema si stanno rapidamente rendendo conto di quello che le banche hanno combinato finora. Gli Islandesi hanno già respinto attraverso un referendum nazionale il debito pubblico imposto loro con la forza da irresponsabili gestori finanziari. La sfida che ci sta davanti è quella di realizzare la prossima generazione di istituti bancari – ma faremo gli stessi errori del passato? La gente può decidere di bruciare le banche (e giustamente), ma la cosa più avveduta è quella di iniziare a pensare a cosa mettere al loro posto. Così, torniamo alla domanda iniziale: che cos’è una banca, e, soprattutto, a che cosa ci serve? E’ una domanda fondamentalmente semplice. Invece di inseguire il dissolvente sogno della crescita senza fine, che semina inevitabilmente recessione e ripercussioni nascoste lontano dalla nostra periferia, come possiamo stabilire istituzioni sostenibili in grado di soddisfare le nostre esigenze di base? Emergendo dalla disillusione che l’era della creatività finanziaria era troppo bella per essere vera, assumiamoci la responsabilità di cosa acconsentiamo sia fatto con le nostre risorse. Una comunità che prende decisioni insieme in un rapporto collettivo basato sulla comprensione e la fiducia può solo decidere di creare istituzioni responsabili per il futuro del settore bancario.
 
Anti-Capitalist Banking
A simple question: What is a bank?
Think about how you would explain it to your children. At the most basic level – a bank is a community resource. The concept has existed for centuries. It’s a place where people can store so that they know it’s safe, and when a group of people in the community all put their money there, a bank has the ability to use the excess to loan out to someone who needs it so they can buy a house, send their children to schools, et cetera. When you deposit the money that you’ve worked for into a bank, there’s an element of trust that is mutually exchanged there. Trust, mutual understanding, and consent are foundational concepts in any relationship. You entrust the bank with an obligation to keep your money safe, so that you can withdraw it if you decide you need to – and in return, the bank is granted the consent of those who deposit their money there to manage these resources so that the arrangement collectively benefits the community.
If the constituents of a bank could all be in the same room and look at each other, there would be a clear understanding of who the stakeholders are, who has invested what, who is accountable for what – not in the sense of “investors” and “shareholders”, but in the sense that these people are a community, and that the bank is an endeavor, an institution, where the security of one depends on the others, and requiring responsibility and trust, as does any relationship we decide to enter into.
But this isn’t how it is. And banks are a little bit more complicated than that, aren’t they?
For the first time in history, our epoch is one where the affair of managing money is a business in itself. Stocks, bonds, derivatives, dividends, options, futures, securities… Newly invented financial “products” have made the Financial Industry is one of the most profitable in the world – but not for the constituents who withdraw and deposit the money that they had entrusted, given their consent to store for safe keeping. At some moment in the last couple centuries, while we were all either asleep or drunk on imported champagne, it became so that the completely normal and natural thing to do was to take all the money you have, and promptly give it to a bank. Why, of course! What on earth else would you do with your money, keep it under a mattress? So goes the clichéd response, which scratches the surface of how deeply into the culture the financial industry has embedded the idea of its dominance, so that it can maintain a monopoly on money. Financial companies spend an obscene amount of (our) money to pollute the psychic landscape with ads & marketing campaigns carefully designed to give a charming face as a caring, benevolent institutions faithfully committed to serving you; interpellating a mythical identity of the celebrated consumer: a wholesome and discerning character who invariably walks away from a transaction satisfied, smiling and existentially fulfilled in life, thanks to (product x).
Choose to resist the ingratiating façade, and life gets more difficult for you. On the other side of all the marvelous wares and services banks provide to their beloved flock of consumers lies a field of penalties and inconveniences. Don’t have a credit card? You’ll have to pay your bills with a check at the post office. Don’t have a checking account? That’s an extra fee, and you’ll have to pay seven days in advance. Building credit requires entering into debt, and if you have no credit or bad credit, well, you’d better buck up and pay a a higher deposit for that apartment, or a higher interest rate on that car. But why all the coercion? What’s been swept underneath that Persian rug, anyway, besides a tag reading “MADE IN SWEDEN”?
The self-perpetuation of a culture where the mind-space of the masses is saturated with advertisements and distractions is founded atop the not knowing, the squirreling away of unsavory details of what we are participating in, keeping people in the dark, especially the ones who must keep buying, keep shopping, keep working 14-hour days in a sweatshop in the Philippines. The irrefutible fact is that a bank is a capitalist institution whose bottom line is profit – and to get it, they can do some bad things with our money, making us all unintentionally complicit in practices like investing in nuclear weapons, arms trading with despotic tyrants, privatizing clean water in developing nations, speculating on the price of food, profiting from toxic mortgages in foreclosure… the list goes on and on. The financial industry is like a giant international casino, where bankers gamble our futures away with chips we paid for.
Globalized Capitalism speaks only one language: Profit. It doesn’t discriminate about where it came from. And in a globalized system of finance capitalism, earnings are directly proportional to exploitation. One man’s benefits equal another man’s loss, another woman’s oppression, and a hundred people’s blind eyes. Because money is the lingua franca, giving money to multinational corporate banks effectively empowers them to do with it as they please, and we don’t have much of a say, and accountability isn’t part of a grammar that only understands numbers, returns and currency symbols. There isn’t any venue for an international community of depositors and financial managers to look each other and partake in an understanding of what affairs occur using capital resources. When we aren’t aware of what we’re giving our consent to, we are left disempowered, without agency, control, or freedom to choose. When an unregulated financial industry is entangled with a hazy political system that mirrors this lack of transparency and democratic participation, we have a problem. And when the two are so perversely intertwined that money, power and politics are so much a part of the same orgy that they are indistinguishable, we have an even bigger problem. (Jamie Dimon, you are an asshole.)
As austerity rages and threatens to raze the capitals of Europe to the ground, the operators of the machines that power this system are quickly waking up to realize what the banks have been up to. Iceland’s people have already rejected the public debt forced upon them by irresponsible financial managers through a national referendum. The challenge that lies before us is to bring about the next generation of banking institutions – but will we make the same mistakes of our history? People may want to burn the banks (and rightly so), but the prudent thing is to start to think about what to put in their place.So, let us return to the original question: what is a bank, and more importantly, what do we need it to do? It’s a fundamentally simple question. Instead of chasing the fading dream of endless growth, which inevitably sows recession and hidden repercussions far away from our periphery, how can we establish sustainable institutions that meet our basic needs? Emerging from the disillusionment that the era of virtuosic financial creativity was far too good to be true, let’s take agency over the consensus of what our resources take part in. A community that makes decisions together in a collective relationship based on understanding and trust can make just decisions to create responsible institutions for the future of banking.

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