Finanza etica

EDITORIALE / Borse nel caos: Pechino e quel vizio antico

Meno 5%. È la performance registrata dal Dow Jones nei primi quattro giorni di contrattazione del 2016. Un risultato quantificato in 911 punti di capitalizzazione dell’indice che rappresenta, ...

Di Matteo Cavallito
Il distretto finanziario di Pudong a Shanghai. Foto: Alex Needham Wikimedia Commons
Il distretto finanziario di Pudong a Shanghai. Foto: Alex Needham Wikimedia Commons
Il distretto finanziario di Pudong a Shanghai. Foto: Alex Needham Wikimedia Commons

Meno 5%. È la performance registrata dal Dow Jones nei primi quattro giorni di contrattazione del 2016. Un risultato quantificato in 911 punti di capitalizzazione dell’indice che rappresenta, ha ricordato la CNN citando i dati diffusi da FactSet,  il peggior esordio annuale di Wall Street dal 1897 (no, nessun refuso…) ad oggi. Sul fenomeno, come noto, pesano molteplici fattori negativi: la crisi dei mercati emergenti, la spirale ribassista del comparto materie prime e del petrolio, la crescente tensione internazionale (aggravata dal recente scontro Iran-Arabia Saudita) e, ovviamente, il rialzo dei tassi Usa che segna la definitiva inversione di tendenza di quel meccanismo di crescita artificiale dei mercati capace di spingere le borse al rialzo per anni. Ma l’attenzione di investitori e analisti, è altrettanto noto, si è concentrata in questi giorni su un altro aspetto decisivo: lo stato di salute delle piazze cinesi.

Dopo la chiusura positiva di un anno vissuto pericolosamente, le borse di Shanghai e Shenzhen  sono ripiombate nel caos. Nella giornata di ieri Pechino ha sospeso il cosiddetto circuit breaker, il meccanismo di stop degli scambi per eccesso di ribasso. Un sistema, quest’ultimo, pensato per limitare le perdite degli investitori ma rivelatosi, in ultima analisi, troppo pericoloso. L’idea è tristemente semplice: spaventati dall’ipotesi di restare bloccati in un mercato in caduta libera gli operatori sono stati implicitamente incentivati a liquidare rapidamente le proprie posizioni generando così il più ovvio effetto valanga. Detto in altri termini, siamo ormai al  panic selling, il fenomeno tipico delle crisi borsistiche conclamate.

Anche sul momento no delle piazze cinesi, ovviamente, influiscono fattori contingenti. Il rallentamento della crescita è sempre più evidente e la svalutazione dello yuan suscita crescenti preoccupazioni. Ma sarebbe sbagliato, o per lo meno fuorviante, interpretare i ribassi della borsa come l’effetto diretto del quadro macroeconomico contemporaneo. La verità è che il mercato finanziario cinese presenta tuttora elementi di debolezza strutturale. Un problema antico che la poderosa crescita economica dell’ultimo quarto di secolo non ha saputo risolvere. A evidenziarlo, tra gli altri, è stato in questi giorni il South China Morning Post, analizzando la mancata correlazione tra l’espansione dell’economia e l’andamento del mercato finanziario. Basta confrontare le parabole degli indici di Shanghai e Hong Kong per comprendere i limiti di fondo del mercato finanziario mainland. Ed è sufficiente guardare ai dati storici per scoprire che il -7% registrato lo scorso 4 gennaio non costituisce affatto il peggior risultato giornaliero registrato negli ultimi anni dalla principale borsa del Paese (capace, in realtà,  di fare addirittura peggio in altre dieci occasioni dal 2007 a oggi).

Non diversamente dagli altri comparti economici, la borsa cinese è soggetta tuttora alla forza centripeta del governo. Un controllo accentrato che permette all’esecutivo di implementare misure drastiche – come i maxi acquisti dei fondi statali che hanno garantito i recuperi di venerdì 8 gennaio – destinate a limitare i danni nei momenti di caos . Ma il ruolo preponderante dello Stato nella pianificazione economica nazionale – che pure ha contribuito al successo cinese affascinando osservatori insospettabili anche in Occidente – ha limitato al tempo stesso lo sviluppo di autorità indipendenti di controllo con inevitabili riflessi negativi sul fronte di trasparenza. Ne è derivata una cronica incertezza nella definizione dei prezzi (a partire da quelli delle IPO) e, con essa, una sostanziale mancanza di credibilità nel mercato. Due fattori destinati ad alimentare la speculazione e la volatilità.

È un circolo vizioso, insomma, dal quale Pechino dovrà uscire al più presto. Lo impone quel desiderio di stabilità economica globale che la Cina ha espresso apertamente in sede FMI, prefigurando un nuovo equilibrio multipolare (e multi-currency). E lo impongono, soprattutto, i risparmiatori cinesi che, ad oggi, costituiscono da soli l’ampia maggioranza degli operatori borsistici locali. Sono loro, in primo luogo, a rappresentare quella classe media sulla quale la Cina vorrebbe costruire nel prossimo futuro un nuovo modello di sviluppo basato sui consumi e, anche per questo, meno dipendente dalle esportazioni. E sono loro, va da sé, le prime vittime delle ondate di ribasso che attraversano ciclicamente le piazze finanziarie del Paese. Un dato di fatto, quest’ultimo, che Pechino non potrà ignorare ancora a lungo.

Matteo Cavallito (@mcavallito)

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