Brexit: la prova più dura del sogno Europa

Forse hanno ragione loro. Qualcuno sostiene infatti che dopo la Brexit i guai più acuti del Regno unito si esauriranno nel giro di qualche anno ...

Di Corrado Fontana
Parlamento di Londra, Westminster e Big Ben sul fiume Tamigi al tramonto. Di Seabhcan [Public domain], attraverso Wikimedia Commons
Case e mercato immobiliare UK,   Russell square a Londra. Di Bert Seghers (Opera propria) [CC0],   attraverso Wikimedia Commons
Case e mercato immobiliare UK, Russell square a Londra. Di Bert Seghers (Opera propria) [CC0], attraverso Wikimedia Commons

Forse hanno ragione loro.

Qualcuno sostiene infatti che dopo la Brexit i guai più acuti del Regno unito si esauriranno nel giro di qualche anno e poi la sua economia ricomincerà a tirare. Qualcuno dice che se ciò avverrà gli inglesi avranno tutelato il futuro dei loro giovani.

La domanda di fronte a questo tipo di scenario tutt’altro che certo rimane però, a scapito di chi?

In un Regno unito che ha dismesso molte  manifatture e importa buona parte dei beni di consumo, il voto è già profondamente divisivo, in tutte le direzioni, al suo interno. Divide giovani e anziani, con i ragazzi, soprattutto quelli delle città e con titolo di studio più alto, tra i meno disponibili all’uscita dall’Unione europea, cui danno ancora credito. È diviso geograficamente, con la Scozia che vuole fortemente rimanere in Europa e invece molte zone della vecchia Inghilterra pronte alla fuga; con Londra, città-stato della finanza internazionale e dei servizi, che nella Ue ha trovato le sue maggiori fortune recenti e nell’ Unione europea vuole continuare a stare, mentre gran parte degli abitanti dei paesi e delle verdi campagne britanniche – spesso avanti con l’età e di orientamento conservatore – propensi a lasciare.

Quale esito riservi il futuro e chi avrà ragione non possiamo tuttavia saperlo ora, e la Brexit appare decisamente come un salto nel buio per tutti.

UK,   voto al referendum Brexit per età
UK, voto al referendum Brexit per età

Viene perciò da chiedersi cosa accadrà se il crollo del valore della sterlina – subito scesa pressoché in parità con l’ euro – non sarà momentaneo; se le agenzie di rating abbasseranno le valutazioni sulla solidità economica e finanziaria del Regno unito ( Moody’s ha già rivisto l’outlook in negativo); se 500 mila operatori finanziari che fanno ricca la City londinese fuggiranno alla borsa di Francoforte  (Morgan Stanley ha dovuto smentire le voci per cui si preparerebbe a “evacuarne” 2 mila), magari portandosi dietro una buona fetta dei capitali gestiti e accelerando il tanto temuto scoppio della bolla immobiliare nella capitale; se, come ha perentoriamente affermato il presidente della commissione europea Junker, il Regno Unito non potrà beneficiare di alcuna negoziazione o beneficio dopo l’uscita dall’Europa; se il già fragile mercato europeo, stretto tra il gigante asiatico e quello statunitense,  si frammenterà ulteriormente in piccoli mercati dove nazionalismi e provincialismi, fomentati dall’esempio inglese, avranno il sopravvento e i principi di solidarietà economica e sociale europea – finora in verità troppo poco realizzati – troveranno sempre meno cittadinanza, soprattutto in danno dei Paesi più deboli come Spagna, Italia e Grecia.

Qualunque cosa succeda non possiamo saperlo ora, ma di certo il sogno dell’Europa unita scaturito dalle ceneri fumanti della seconda guerra mondiale è posto di fronte a una delle prove più dure di sempre.

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