Brexit, primo effetto: le Cayman nella lista nera UE dei paradisi fiscali

La mossa di Bruxelles appare strategica dopo l'addio di Londra. Ma nell'Unione rimangono almeno cinque paradisi fiscali: Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Cipro

Isole Cayman. La UE ha da poco inserito l'arcipelago britannico nella lista nera dei paradisi fiscali. Foto: Pixabay Libera per usi commerciali Attribuzione non richiesta

Le prime schermaglie nella trattativa post Brexit tra Londra e Bruxelles hanno già fatto la prima vittima: le Isole Cayman, paradiso fiscale di tutto rispetto che a partire dalla scorsa settimana è entrato ufficialmente nella lista nera della UE. Una mossa anticipata nei giorni precedenti dal Guardian e letta oggi, a maggior ragione, come un’iniziativa strategica. In passato, ha notato il quotidiano britannico, «i territori legati agli Stati membri avevano evitato la lista nera e il Regno Unito aveva esercitato forti pressioni per proteggere i suoi domini d’oltremare».

Dopo il 31 gennaio di quest’anno, ovviamente, la musica è cambiata. E per Londra il precedente fissato lo scorso 18 febbraio suona come un avvertimento: Bruxelles ha le mani libere e può fare come gli pare. Chi vuole intendere intenda, tra una discussione sulla pesca nel tratto Dover-Calais e il dibattito sullo status dei cittadini UE residenti nel Regno (e viceversa).

Le Cayman? Quasi 11 mila fondi da 7 trilioni di dollari

«Le Isole Cayman non dispongono di misure appropriate in relazione al peso economico nel settore degli strumenti di investimento collettivo» ha spiegato Bruxelles. Che tradotto dalla retorica diplomatica suonerebbe più o meno così: il paradiso caraibico in questione non offre sufficiente trasparenza su mutual funds, hedge et similia ivi domiciliati. Ed è un bel problema considerando i numeri in gioco. Alla fine del 2019 le Cayman ospitavano 10.857 fondi di investimento, più di quanti, per capirci, se ne contino in Irlanda. Alla fine di settembre, dichiaravano le autorità locali, l’isola ospitava anche 132 banche, 144 trust e 681 compagnie assicurative. Secondo gli ultimi dati disponibili, il patrimonio gestito dai fondi presenti in loco ammonterebbe a 6.900 miliardi di dollari.

L’ingresso delle Cayman porta a dodici il numero delle giurisdizioni nella lista nera, con le altre new entry Panama, Palau e Seychelles che si aggiungono a Samoa Americane, Fiji, Guam, Oman, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini (USA) e Vanuatu.

Dopo la Brexit Londra non ha più carta bianca

L’intepretazione “politica” della decisione della UE è confermata anche da Alex Cobham, Ceo di Tax Justice Network, l’organizzazione internazionale che ogni anno aggiorna la classifica delle giurisdizioni più opache del mondo. «L’inserimento delle Cayman nella lista nera segna la fine dell’era della carta bianca per il Regno Unito post Brexit» ha dichiarato nei giorni scorsi. Cobham ha attaccato duramente la Gran Bretagna accusandola di aver usato per decenni i suoi domini d’oltremare per «risucchiare e riciclare enormi somme di denaro sporco provenienti da tutto il mondo».

Cayman sì, Svizzera no. Perché?

Le Cayman, in questo senso, rappresenterebbero la vera e propria punta di diamante del sistema: l’ultima graduatoria di Tax Justice Network attribuisce alle isole caraibiche la medaglia d’oro della segretezza finanziaria. Ma a saltare agli occhi sono gli altri nomi sul podio, ovvero Stati Uniti e Svizzera. «L’Europa ha messo nella lista nera il gioiello della corona britannica ma ora dovrebbe prendere analoghe iniziative contro altri campioni della segretezza» ha aggiunto Cobham. Washington e Berna, certo, ma anche «alcuni suoi Stati membri della UE». E qui la questione si complica.

La Polonia guida il fronte degli scontenti

Le scelte della UE provocano notoriamente un certo malcontento anche all’interno del continente, con la Polonia idealmente in prima fila a guidare il fronte degli scontenti. Ancora nei giorni scorsi il ministro delle finanze di Varsavia Tadeusz Koscinski ha ribadito il concetto invitando Bruxelles a inserire nella lista nera quei Paesi UE caratterizzati da un basso livello di imposizione fiscale. Il riferimento corre ovviamente a Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Cipro e Malta, già al centro delle polemiche da diversi anni.

A gennaio, in occasione del World Economic Forum di Davos, il sottosegretario alle finanze polacco Jan Sarnowski e il direttore del think tank governativo Polish Economic Institute, Piotr Arak, hanno presentato uno studio per sottolineare il peso del fenomeno dell’elusione fiscale in Europa. Le pratiche di ottimizzazione fiscale delle società e dei titolari dei grandi patrimoni – in sintesi: il trasferimento dei profitti nelle giurisdizioni dove le imposte sono più basse, ma non solo – costerebbero all’Unione Europea circa 170 miliardi di mancati introiti ogni anno. E il problema, sottolineano i ricercatori, è che l’80% dei profitti trasferiti sarebbe convogliato «nei paradisi fiscali UE».

L’UE deve poter sanzionare i suoi paradisi fiscali

L’analisi contiene anche una serie di raccomandazioni, tra cui l’utilizzo di criteri più stringenti e l’esclusione delle multinazionali che praticano l’elusione dall’accesso alle gare d’appalto per gli interventi pubblici nel continente. Ma i ricercatori, ovviamente, chiedono soprattutto alla Commissione Europea di assumersi la responsabilità di sanzionare i Paesi membri che vengono riconosciuti come paradisi fiscali. Una richiesta in linea con le raccomandazioni del Parlamento europeo che, lo scorso anno, ha chiesto alla Commissione di definire formalmente come tax haven i cinque Paesi nel mirino di Varsavia.

Il vero grande problema, ha ricordato in questi giorni Oxfam, è che allo stato attuale della regolamentazione, la UE considera l’imposizione fiscale minima o nulla come un semplice fattore di rischio e non, contrariamente a quanto suggerirebbe la logica, come una prova decisiva del carattere paradisiaco della giurisdizione. Morale: molti Paesi che di fatto non applicano alcuna tassa sui profitti d’impresa restano fuori dalla lista nera dei paradisi fiscali. L’elenco comprende diversi territori legati a vario titolo alla Corona britannica come Bahamas, Bermuda, Jersey, Guernsey, Isola di Man e British Virgin Islands. Tutti nel limbo, per ora, salvo future imponderabili ritorsioni.