Capitali in fuga. L’Argentina al centro di una crisi globale

Quello dell’Argentina non è un caso isolato. La svalutazione può tradursi in una crisi del debito. Le borse emergenti registrano ribassi ormai cronici

Di Matteo Cavallito
Il direttore del Fmi Christine Lagarde e il presidente argentino Mauricio Macri. Foto: Casa Rosada - Presidencia de la Nación Creative Commons Atribución 2.5 Argentina (CC BY 2.5 AR)

Un prestito da 50 miliardi di dollari: è il risultato dell’accordo raggiunto la scorsa settimana tra Fmi  e Argentina.  Fondi di importanza vitale per Buenos Aires, soggetta ormai a una preoccupante spirale debito-inflazione che sa tanto di déjà vu. Il presidente Macri, già profeta della rinascita economica market friendly e oggi sotto accusa per i limiti evidenti della medesima (dalle liberalizzazioni ai tagli alla spesa), deve affrontare la rabbia popolare: il 25 giugno il Paese si è fermato per lo sciopero generale indetto dai sindacati.

Argentina in ansia

Timore dell’austerity, ovviamente. Ma le ansie non finiscono qui. Una recente analisi ripresa da Business Insider alimenta nuove paure paventando la trasformazione della crisi valutaria in una vera e propria crisi del debito. Funziona così: quando nelle economie mature i tassi sono prossimi allo zero, gli investitori sono incentivati ad accumulare liquidità a basso costo da trasferire nei mercati emergenti, dove i rendimenti offerti dal mercato sono maggiori. Il circolo virtuoso è completato dalla crescita economica alimentata dai capitali esteri e dai rialzi delle borse. Emettere debito, inoltre, è piuttosto conveniente perché la domanda degli investitori stessi ne abbassa i costi. Ma quando le valute locali si deprezzano il meccanismo si inceppa. I debiti denominati in dollari diventano più costosi, i fondi si ritirano e il rifinanziamento della spesa pubblica diventa sempre più problematico.

Nelle ultime settimane il peso argentino e la lira turca hanno sperimentato i propri primati negativi sul biglietto verde. Giovedì 28 giugno, la rupia indiana ha registrato il suo minimo storico nel cambio con il dollaro. Se Buenos Aires piange, insomma, gli altri non ridono.

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Capitali instabili

Per anni, si sa, la liquidità è piombata in massa nei mercati emergenti. Ma a movimentare questa massa di denaro, sostiene Mohamed El-Erian, ex presidente del Global Development Council durante l’amministrazione Obama e oggi advisor per Allianz, non sarebbe tanto la capacità di attrazione di questi ultimi, quanto piuttosto la spinta verso l’esterno delle economie mature. Detta in altri termini suona più o meno così: i grandi capitali sono di casa nei Paesi avanzati e «quando sono lontani dal loro habitat naturale diventano piuttosto instabili». Quando la politica monetaria cambia verso, insomma, gli investitori tornano all’ovile e le aree emergenti riscoprono improvvisamente quella debolezza strutturale fatta di valute oscillanti e mercati volatili. Semplificando: debito e svalutazione sono minacce concrete, ma per l’Argentina e gli altri, il principale problema in agenda potrebbe essere un altro: la temuta fuga dei capitali.


source: tradingeconomics.com

Un problema da $8.000.000.000.000

Non è un caso, forse, che ad accennare alla questione siano stati anche i firmatari di una lettera aperta al presidente argentino Mauricio Macri. La missiva è stata siglata tra gli altri dal premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel e dalle esponenti delle Madres de Plaza de Mayo, Nora Cortiñas e Mirta Baravalle. Un duro atto di accusa contro l’accordo con il Fmi e “la consegna della sovranità nazionale alla dittatura del mercato”. Nella lettera si invita il capo del governo a dare priorità ad alcuni provvedimenti tuttora mancanti. Tra cui, ovviamente, il blocco sui capitali in uscita. L’inversione di rotta degli investitori – locali o esteri che siano – è un problema generalizzato. E a segnalarne la gravità sono in primo luogo i dati sulle borse.

“La guerra commerciale di Donald Trump riduce la propensione al rischio degli investitori e innesca la fuga dei capitali dai mercati emergenti” scriveva nelle scorse settimane Bloomberg, evidenziando l’impatto del fenomeno sul mercato azionario. Rispetto ai rispettivi picchi al rialzo del recente passato, sottolinea ancora l’agenzia, sei borse emergenti registrano oggi una correzione negativa attorno al 20%, la soglia che introduce al cosiddetto bear market, un mix di ribasso cronico e sfiducia diffusa. L’elenco comprende Brasile, Cina, Dubai, Filippine, Pakistan e Turchia. Tutte insieme valgono un mercato borsistico da 8 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. Altre piazze finanziarie – tra cui quelle di Argentina, Messico e Corea del Sud – viaggiano pericolosamente attorno a quota meno 10%.

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