Cina e Stati Uniti. La solitudine di Xi Jinping

La Cina affronta la guerra commerciale con gli USA. Le ricadute negative potrebbero riportare in vita ciò che manca da tempo: l’opposizione interna

Di Matteo Cavallito
Un ritratto di Xi Jinping. Foto: Thierry Ehrmann Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Per il presidente Xi Jinping il conflitto commerciale tra la Cina e gli Stati Uniti «potrebbe rappresentare la sfida più grande dal 2012, l’anno della sua ascesa al potere». Lo ha scritto il South China Morning Post, sottolineando le insidie latenti per l’indiscusso numero uno di Pechino. Un uomo solo al comando, si è detto spesso; e non senza ragione, a giudicare dall’abnorme “consenso” interno nei suoi confronti.

Xi è stato designato core leader e successivamente nominato comandante in capo delle forze armate, un titolo che, almeno formalmente, non veniva attribuito dal 1954. Le sue tesi politiche inoltre sono state inserite nella costituzione del Partito. Un privilegio toccato in passato solo a Mao, l’uomo della rivoluzione, e a Deng Xiaoping, il padre della riforme economiche.

Ma tutto, si sa, ha un prezzo. E l’attuale scontro con Washington potrebbe svelarne la dimensione. «Avere un predominio sul piano interno significa esporsi alle lodi quando le cose vanno bene» ha scritto il quotidiano di Tokyo Japan Times, «ma anche ritrovarsi sulla linea del fuoco quando si manifestano i problemi». Un contrappasso inevitabile, nella Cina di oggi, per un leader che ha costruito il potere facendo terra bruciata attorno a sé.

Tangentopoli o purga politica?

Sono in molti, oggi, a raccontare l’ascesa di Xi alla luce della maxi campagna governativa contro la corruzione che ha caratterizzato il suo primo mandato. Le indagini, condotte su larga scala, hanno interessato anche 280 altissimi dirigenti, tra cui Bo Xilai, già governatore della provincia di Liaoning, e Ling Jihua, in passato capo dello staff presidenziale di Hu Jintao.

Entrambi sono stati condannati all’ergastolo e la stessa sorte è toccata a Sun Zhengcai, ex membro assai influente del Politburo che molti indicavano come il maggiore rivale di Xi per la guida del Partito. Non ci sono elementi per parlare di cospirazione ma i sospetti non mancano. «Il principale problema di Sun Zhengcai non è la corruzione, bensì il non aver espresso piena lealtà a Xi», ha spiegato al Guardian il docente della Chinese University di Hong Kong, Willy Lam, definendo il rinvio a giudizio «un avvertimento lanciato ai nemici del presidente».

Soldato cinese in piazza Tienanmen, in Cina. Foto: Luo Shaoyang (Wikimedia Commons)

Esercito? Comanda il Partito (cioè lui)

Il meccanismo è sembrato ripetersi alla vigilia del Congresso quando dalla lista dei 303 delegati militari sono scomparsi, come da previsione, i nomi del generale Fang Fenghui e del suo collega Zhang Yang, ormai ex membri della Commissione Militare Centrale e ultime vittime di una purga governativa che aveva già colpito altri ufficiali “tradizionalisti” come Guo Boxiong e Xu Caihou. La loro rimozione, si dice, dovrebbe garantire al Partito un controllo più forte sulle forze armate aprendo la strada a un programma di modernizzazione. Negli anni la spesa militare cinese è cresciuta in linea con l’espansione economica. Durante il “primo mandato” di Xi, ha ricordato la CNN, il budget per la difesa è passato dall’1,82 all’1,92% del Pil (pari oggi a circa 150 miliardi di dollari), un livello ancora lontano da quello statunitense (3,29%).

Nel suo intervento al Congresso, tuttavia, il Segretario Generale ha posto molta enfasi sulla necessità del Paese di dotarsi di un esercito forte, «in grado di vincere le guerre». Un auspicio che significa per lo meno un sicuro aumento della spesa.

La Cina da Davos alle campagne

Lo scontro “ideologico” con Trump si è manifestato in modo esplicito a partire dal gennaio 2017 quando, in occasione dell’annuale vertice di Davos, il presidente cinese criticò le minacce protezionistiche americane sottolineando la necessità «di sviluppare il libero commercio globale promuovendo gli scambi e la liberalizzazione degli investimenti». Ma nel corso dell’intervento non mancarono nemmeno i riferimenti ai fenomeni più critici come la «frequente volatilità dei mercati finanziari«, le bolle speculative a la disuguaglianza. Sono problemi globali, ma sono anche annose questioni cinesi. Ed è proprio qui che il fronte interno e quello internazionale finiscono per incontrarsi.

Il discorso del presidente cinese Xi Jinping a DavosIl giro di vite sugli eccessi del mercato finanziario interno è iniziato dopo il quasi crack borsistico del 2015 e si sono concentrate soprattutto sul rischiosissimo settore immobiliare. Ma il Paese non ha ancora risolto il nodo del debito privato che continua a crescere e a creare preoccupazione.

Quanto alla disparità sociale parlano le cifre. Dal 2013 al 2016, segnalano le più recenti statistiche ufficiali, il reddito disponibile pro capite registrato in Cina è passato da 18.300 a 23.800 mila yuan, circa 3.500 dollari. Ma se a Pechino e Shanghai si supera quota 50 mila, in Tibet e nel Gansu, le due province più povere del Paese, le cifre si riducono quasi di 3/4. Il reddito medio registrato nelle aree urbane (33.600 yuan) è quasi il triplo di quello delle zone rurali.

Dal malcontento all’opposizione?

Sono anche questi problemi, tuttora aperti, a rappresentare una possibile minaccia alla stabilità del “regno” di Xi. In un quadro economico ottimista la fiducia nel futuro può fare molto; ma di fronte a un rallentamento della crescita associato all’escalation della guerra commerciale, il celato malcontento potrebbe iniziare a farsi strada anche nelle gerarchie del Partito.

Secondo il Japan Times «la gestione del conflitto con gli Stati Uniti» starebbe suscitando «inevitabili lamentele» in quel di Pechino. Agli occhi dei dirigenti cinesi, ipotizza il quotidiano nipponico, Xi «sembra non avere idee coraggiose su come gestire la situazione». Una guerra dei dazi capace di creare significativi danni economici, aggiunge il Japan Times, «potrebbe alimentare un diffuso malcontento» che, a sua volta, «potrebbe facilmente trasformarsi in una vera e propria opposizione».

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