Dal Fiume: Italia quasi unica sul commercio equo

Dopo quella a Ermete Realacci e Giuseppe Di Francesco, ecco l’intervista integrale a  Giorgio Dal Fiume di Altromercato e presidente WFTO Europa , rilasciataci all’...

Di Corrado Fontana
Giorgio Dal Fiume, responsabile Formazione Soci Ctm altromercato e presidente WFTO Europa

Dopo quella a Ermete Realacci e Giuseppe Di Francesco, ecco l’intervista integrale a  Giorgio Dal Fiume di Altromercato e presidente WFTO Europa , rilasciataci all’indomani dell’approvazione alla Camera, il 3 marzo scorso, della legge commercio equo e solidale.

Una lunga chiacchierata in cui si  esamina lo scenario europeo e i bisogni cui rispondono le nuove norme.

Altre voci e punti di vista dei protagonisti del settore potete leggerle su Valori di aprile, dove l’avvento della nuova legge è ulteriormente approfondito.  

Giorgio Dal Fiume,   responsabile Formazione Soci Ctm altromercato e presidente WFTO Europa
Giorgio Dal Fiume, responsabile Formazione Soci Ctm altromercato e presidente WFTO Europa

Quello che è stato approvato ai primi di marzo alla camera dei deputati è un testo sostanzialmente nato da un’elaborazione di 10 anni fa, frutto di convergenza fra i principali soggetti appartenenti al mondo del commercio equo e solidale italiano, cioè Agices (Equo Garantito dal 2015), Fairtrade Italia (allora Transfair Italia) e Assobotteghe. In questa genesi, all’interno di Agices (principale soggetto promotore della legge), un ruolo importante è stato svolto ovviamente da Altromercato, non solo in quanto è di gran lunga l’organizzazione più grande, ma anche perché è un consorzio che raccoglie la grande maggioranza delle botteghe italiane.

Innanzitutto ci siamo confrontati sulla necessità di avere una legge, aspetto che ci pone in netta minoranza nell’ambito del consesso mondiale. Oggi solo la Francia ha una legge analoga, approvata l’anno scorso, mentre il Belgio ha un provvedimento in itinere con un percorso avviato. L’elemento importante e originale della nostra esperienza sta proprio nell’aver messo intorno allo stesso tavolo tutti i protagonisti del mondo del commercio di cui solidale, sia chi rappresenta le organizzazioni sia chi rappresenta i licenziatari, ovvero chi certifica i prodotti (cioè Fairtrade Italia, ndr), dando la possibilità ad altri soggetti, come ad esempio i supermercati, di utilizzare la definizione e il marchio equo e solidale. Che tale percorso sia stato seguito passo passo, con numerosi confronti interni, da tutti questi protagonisti è un successo originale e di grande soddisfazione per tutto il movimento del commercio equo, valorizzando la complementarietà e lasciando invece da parte certe tensioni del passato.

La legge a quali bisogni risponde?

Innanzitutto il fatto che su questo tema, praticamente unici al mondo, abbiamo un processo istituzionale avviato – manca difatti l’approvazione finale al Senato – fa ben sperare che altri seguano l’esempio. Noi abbiamo voluto la legge perché, in un contesto in cui il riconoscimento del commercio equo e solidale è libero, non essendoci alcuna normativa europea in materia, riteniamo necessario tutelarci dalle false imitazioni e dai tentativi di manipolazione della definizione di commercio equo e solidale. L’abbiamo fatto scommettendo sulle istituzioni, anche a seguito della crescita di dimensioni e credibilità che, a partire dagli anni Duemila almeno, il comparto ha mostrato in Italia, e dall’esperienza positiva evidenziata per quanto riguarda il riconoscimento delle cooperative: abbiamo creduto che fosse possibile identificare nell’ambito dell’attività economica una sezione particolare in cui si riconoscano le organizzazioni che fanno specificamente commercio equo, cioè normalmente  cooperative o attività imprenditoriali non a scopo di lucro. Con la legge abbiamo inteso riconoscerle e quindi tutelarle.

Prospettive di sviluppo ce ne sono ed emergono dagli ottimi risultati – avuti anche negli ultimi anni di crisi – per quanto riguarda la vendita di prodotti certificati: su questo bisogna dire che ha svolto un ottimo lavoro Fairtrade Italia. Allo stesso tempo si è assistito a un aumento di visibilità e di mercato, in Italia ma non solo, che porta però con sé qualche rischio inevitabile di imitazione in un contesto non regolato da una legge o da un riconoscimento europeo, né dall’obbligo di aderire a determinati criteri. In Italia questo rischio è stato finora piuttosto basso, grazie all’unità e all’autorevolezza del movimento, ma più si allarga il mercato e più può diventare concreto. Abbiamo già visto in Europa tentativi di presentarsi come certificatori od organizzatori del commercio equo a partire da interpretazioni originali o non adeguate ai criteri internazionali. In Europa sono decine le sigle che si sono fatte avanti per certificare il commercio equo solidale (è uscito uno studio in Francia in proposito) o che si richiamano a generici criteri etici…

La legge allarga il campo dei possibili soggetti riconosciuti all’interno del commercio equo e solidale…

Kenel Dorvil,   25 anni,   porta un casco di banane appena raccolto presso la piantagione del produttore BANELINO Erick Almanzar,   nella Repubblica Dominicana. © James Rodriguez
Kenel Dorvil, 25 anni, porta un casco di banane appena raccolto presso la piantagione del produttore BANELINO Erick Almanzar, nella Repubblica Dominicana. © James Rodriguez

Certo, ma definendo che cos’è il commercio equo e solidale, stabilendo che per entrare bisogna rispettare certi criteri. La legge, peraltro, risponde a un’altra esigenza forte, che è quella di adeguarsi a molti altri paesi europei (dalla Spagna alla Germania, dal Belgio alla Francia, dall’Olanda all’Inghilterra), specialmente quelli dove magari il commercio equo e solidale è nato prima che in Italia, e dove il sostegno al settore è forte e strutturato, in particolare per progetti nel sud del mondo – anche se si tratta di una formula un po’ usurata – avviati tramite il ministero degli Esteri; progetti nell’ambito dei quali vengono assegnati i fondi alle attività del commercio equo e  solidale come ai protagonisti della cooperazione internazionale.

Un’ultima esigenza da cui scaturisce la legge italiana è quella di sostenere il commercio equo e solidale attraverso attività di formazione e di educazione, cosa che a livello statale non era ancora accaduta. Si è usufruito di qualche iniziativa di questo tipo solo a livello regionale, e con diversi gradi di intermittenza e di incertezza. Un elemento molto importante quindi, non solo per il lato economico ma perché l’Italia recepisce un indirizzo del Parlamento europeo che riconosce al commercio equo lo status di iniziativa benefica, non a scopo di lucro, utile e da promuovere.

Non c’è un rischio di burocratizzazione e politicizzazione del settore a seguito della legge?

Il rischio effettivamente c’è, e non ce lo nascondiamo. E nel dialogo che manteniamo con le organizzazioni europee nostre simili riscontriamo che proprio il timore di perdere il controllo sul proprio settore e l’ eccessiva burocratizzazione sono tra i motivi per cui alcuni sono contrari all’introduzione di provvedimenti analoghi. Come presidente di WFTO Europa mi trovo spesso a dibattere su questo argomento, e pur rimanendo fermo sostenitore della nostra legge trovo spesso dall’altra parte delle motivazioni valide. Tuttavia, a fondamento della mia posizione favorevole porto sempre l’esempio del percorso compiuto dal biologico: è indubbio che il riconoscimento di un marchio e di confini e criteri precisi abbia in questo caso dato una spinta notevole sia alla credibilità del settore che alla fiducia dei consumatori rispetto ad esso.

Avete fiducia che i controlli in capo alla legge verranno eseguiti efficacemente?

In primo luogo noi siamo parte del sistema, siamo presenti al tavolo di coordinamento e quindi manteniamo l’attenzione e la competenza su questo aspetto, possiamo quindi intervenire qualora ci sia necessità. In secondo luogo i criteri di valutazione e di controllo sono i nostri criteri.

Una volta approvata la legge anche al senato bisogna aspettarsi una sorta di anno zero in cui tutti i soggetti che già operavano nel commercio equo siano passati sotto esame? Esiste qualche rischio di epurazioni e nuovi ingressi massiccio?

Copertina Valori 137,   aprile 2016,   con un dossier sul flusso di migranti in Europa,   e sulla ricchezza di risorse che le migrazioni possono rappresentare
Copertina Valori 137, aprile 2016, con un dossier sul flusso di migranti in Europa, e sulla ricchezza di risorse che le migrazioni possono rappresentare

Secondo me no, e non so dire se sia un aspetto positivo oppure negativo. Non ci nascondiamo infatti che, in particolare negli ultimi tre anni, il mondo del commercio equo, delle botteghe e delle organizzazioni, ha risentito della crisi, passando da una fase di grande crescita ad una mediamente di stallo. Da un lato mi piacerebbe quindi che ci fossero tante richieste massicce di nuovi ingressi, perché significherebbe la presenza di un vivace fermento economico e sociale.

Ma quello che capiterà sarà invece interessante soprattutto a livello di organizzazione di rappresentanza: lì si giocherà la prima sfida per noi stessi. Quella legge che abbiamo fortemente voluto sfiderà alla verifica dei soggetti principali del commercio equo e solidale italiano, se siano realmente rappresentativi a livello nazionale, se perseguono effettivamente tutti i criteri che abbiamo messo nero su bianco. Io credo che la risposta sarà positiva, ma dovremo di dimostrarlo. Mi auguro tuttavia che nel tempo ci siano nuovi ingressi, perché ciò vorrà dire che il movimento è tutelato e farne parte viene individuato come un valore aggiunto in termini di riconoscibilità sul mercato.

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