Brexit, per l’Europa può essere un disastro miliardario

Scambi dimezzati e costi aggiuntivi per decine di miliardi. Senza accordo, la Brexit potrebbe avere effetti devastanti per l’industria europea. A partire dalle auto

Di Matteo Cavallito
Il premier britannico Theresa May e il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Tra le due parti manca ancora un accordo definitivo sulla Brexit. Foto: Number 10 Public Domain Mark 1.0

Se Europa e Regno Unito non dovessero raggiungere un accordo definitivo sulla Brexit, potrebbero esserci conseguenze economiche molto gravi. Nello scenario peggiore, in particolare, gli scambi commerciali Londra-Ue finirebbero per dimezzarsi mentre l’imposizione di nuove barriere genererebbe costi aggiuntivi per decine di miliardi di euro. Lo ha denunciato in questi giorni l’Institut der deutschen Wirtschaft (Istituto dell’Economia Tedesca, IW) un think tank di Colonia. La Germania, prima potenza industriale del Continente e principale partner commerciale di Londra, sarebbe la vittima numero uno delle mutate circostanze. Ma a pagare un prezzo più o meno salato sarebbero in ogni caso tutte le nazioni Ue, Italia compresa ovviamente.

L’incubo Hard Brexit

Il 29 marzo 2019, alle 11 del mattino – ora di Greenwich, ci mancherebbe – il Regno Unito dirà definitivamente addio all’Unione europea. Se per allora non sarà stato raggiunto un accordo, Londra e Bruxelles si vedrebbero costrette a fare i conti con la cosiddetta Hard Brexit: l’addio traumatico privo di qualsiasi intesa ad hoc. A regolare gli scambi tra le due aree, a quel punto, interverrebbero gioco forza le norme generali del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Con danni evidenti per i rispettivi settori industriali.

Secondo gli analisti dell’IW, la UE si troverebbe ad imporre dazi medi del 2,8% sull’export britannico, il cui volume annuale si colloca attualmente attorno ai 186 miliardi di euro. Le tariffe imposte da Londra sulle merci europee (294 miliuardi), invece, viaggerebbero mediamente al 3,6%. Calcolatrice alla mano fanno circa 15 miliardi di costi aggiuntivi.

A pagare il prezzo più alto sarebbe l’industria automobilistica, di gran lunga il settore più esposto: le aziende tedesche del comparto, in pratica, si sobbarcherebbero da sole circa 1/5 dei dazi complessivi UK; le colleghe britanniche addirittura un terzo delle tariffe di Bruxelles.

In caso di mancato accordo sulla Brexit l’industria automobilistica tedesca pagherebbe un conto particolarmente salato. Foto: CC0 Creative Commons da Pixabay.com

Le barriere? Costano 40 miliardi

Ma c’è dell’altro. Tra aree economiche non integrate, infatti, esistono tipicamente anche le cosiddette Non Tariff Barries, gli strumenti restrittivi che non rientrano nella categoria dei dazi. Nella lista ci sono quote, divieti e limitazioni varie; tutto ciò che ostacola il libero commercio insomma.

Tra la UE e gli Stati Uniti, per capirci, funziona già così. E il dubbio, a questo punto, è che nella peggiore delle ipotesi il modello Washington-Bruxelles possa imporsi tale e quale anche tra le due sponde della Manica. Le barriere non tariffarie, in quel caso, implicherebbero già nel breve periodo costi aggiuntivi per circa 40 miliardi di euro: 14,6 miliardi a carico delle imprese britanniche, 25,8 per le colleghe continentali.

Nel 2016 – ultimi dati disponibili dell’Observatory of Economic Complexity – il Regno Unito ha importato circa 600 miliardi di dollari di merci. Il 14% di queste provenivano dalla Germania, primo fornitore del Paese. Immagine: Observatory of Economic Complexity Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0

Italia in media. Male Germania e Belgio

Nel lungo periodo, inoltre, i volumi di scambio finirebbero per ridursi sensibilmente fino a dimezzarsi rispetto ai livelli attuali. Nello scenario peggiore, le esportazioni dalla Ue al Regno Unito calerebbero del 50,4%; quelle da Londra alla UE si ridurrebbero di 47 punti percentuali. L’Italia sarebbe più o meno in media: -47,4%. La Germania pagherebbe un conto più salato: -57,1%.

Nell’occhio del ciclone ci sono soprattutto le grandi aree industriali tedesche che sulla Brexit sono in assoluto le più esposte del Continente (dagli scambi con Londra, nota il rapporto, dipende il 5% del loro prodotto interno lordo).

Tra tutti i Paesi Ue, la Finlandia subirebbe il danno più contenuto in termini relativi, con un calo di poco meno di un quarto dell’export. Al Belgio, invece, toccherebbe il destino peggiore: -60% circa.

Theresa May tra due fuochi

Nella recente convention del Partito Conservatore, svoltasi il 3 ottobre scorso a Birmingham, Theresa May è salita sul palco a ritmo di musica, cercando – forse – di esprimere in questo modo fiducia e ottimismo. La premier ha difeso la linea del compromesso invitando i colleghi Tories ad abbandonare l’idea di “una Brexit perfetta”.

Il nervosismo, tuttavia, è ancora diffuso. I sostenitori della linea dura – idealmente capeggiati da Boris Johnson – vorrebbero addirittura lasciare il tavolo dei negoziati per non cedere, nemmeno parzialmente, alle richieste di Bruxelles.

Theresa May a ritmo di musica (Birmingham, 3 ottobre 2018) Le questioni aperte non mancano, a partire dalle irrisolte contese in tema di regolamentazione dei mercati finanziari. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha espresso ottimismo. Ma il vero problema, ipotizza in particolare il Financial Times, è che anche in caso di accordo con l’Europa, Theresa May faticherebbe comunque ad ottenere il via libera definitivo nel parlamento UK. «I rischi maggiori non sono a Bruxelles ma a Westminster» scrive il quotidiano britannico. Il prossimo round di negoziati tra Europa e Regno Unito è fissato per il 17 ottobre.

Iscriviti alla newsletter

Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile