Speculazione

Tutte le strade portano alla patrimoniale (del popolo)

In caso di emergenza tutti gli indizi conducono alla patrimoniale: una ricchezza privata enorme che fa impallidire la Germania e la carenza di alternative credibili

Di Matteo Cavallito

Patrimoniale? Non sia mai, risponde da tempo il governo Lega-5 Stelle. Ma le rassicurazioni, si sa, convincono poco. Vuoi per quello sguardo preoccupato dei risparmiatori, sempre più orientato all’estero alla ricerca di un approdo sicuro per il risparmio; vuoi per quei riferimenti un po’ molesti agli Italiani «pronti a dare una mano» (copyright il Ministro dell’Interno). O forse è per una certa mancanza di alternative, strategie da mettere in campo in caso di emergenza – tra spread, declassamenti e turbolenze varie – che sembrano già perdenti.

Perché la verità, tirando le somme, è che le operazioni-calmiere (investitori esteri, CIR et similia) non possono funzionare. E tanto più esse non funzionano, tanto più forte diventa la tentazione di una maxi patrimoniale. Le risorse, d’altra parte, non mancherebbero di certo. E il governo lo sa.

Gli italiani? Possiedono €10.600 miliardi

Quanto vale la ricchezza privata degli italiani? Tanto, tantissimo. Lo certificano le cifre ufficiali: secondo l’ultimo studio di Unimpresa che elabora dati Bankitalia, il valore degli asset finanziari in mano alle famiglie ammonterebbe a 4,3 trilioni (migliaia di miliardi) di euro. Il dato comprende conti correnti, depositi, obbligazioni, crediti, azioni, quote di fondi e così via. Un patrimonio in crescita: +4,2% su base annuale a settembre 2017; in pratica 174 miliardi in 12 mesi. Non male.

C’è poi l’immobiliare, storico totem dei risparmiatori. Secondo l’Istat il valore totale di case e fabbricati in mano alle famiglie sfiora ormai la soglia dei 6 mila miliardi. Che sommati agli altri asset (terreni agricoli, macchinari, mezzi di trasporto e così via) portano il valore complessivo delle attività “non finanziarie” a quota 6.300. Tra carta, cash, mattone e spiccioli, insomma, la stima della ricchezza privata italiana sfiora i 10,6 trilioni di euro: il 460% circa del debito, più del 620% del Pil.

La ricchezza finanziaria in Italia. Fonte: Unimpresa gennaio 2018.

È sempre Italia – Germania

Il “mito” della ricchezza silente della Penisola nasce anche dal confronto con la Germania, prima economia del Continente. Partiamo dagli asset finanziari: quelli in mano ai tedeschi varrebbero 5,9 trilioni di euro che scendono però a 4,1 escludendo le passività (liabilities): siamo più o meno pari insomma, ma il dato pro capite, va da sé, premia i risparmiatori italiani. Quanto al mattone l’analisi si complica: la Bundesbank non rende noti i dati sul valore degli immobili.

Oro, Croazia, banche svizzere: la fuga dei risparmiatori italiani

Ma una cosa è certa: la disponibilità media delle case di proprietà è inferiore a quella registrata in Italia. Secondo un rapporto di Hypo Real Estate, nel 2014 i cittadini tedeschi proprietari di casa erano poco più del 50%; per gli italiani la percentuale sale al 73%. Metà degli immobili residenziali tedeschi, in altre parole, sarebbe divisa – ma non si sa in che percentuali – tra grandi proprietari, società finanziarie ed enti pubblici. In Italia, al contrario, la casa sarebbe soprattutto un affare di famiglia.

La ricchezza non finanziaria in Italia. Fonte: Istat 2018.

Patrimoniale alla tedesca

Come funzionerebbe una patrimoniale sulla ricchezza italiana? Mistero. Le opzioni sono innumerevoli, le variabili in gioco molteplici, i dettagli fanno la differenza. E qualcuno, nel frattempo, azzarda un’ipotesi.

Karsten Wendorff, uno dei principali economisti della Bundesbank, ha suggerito una possibile soluzione: creare un fondo salva-Stato interamente Made in Italy attingendo al patrimonio privato con un’aliquota del 20%. L’idea – espressa a titolo personale, ha precisato Wendorff – implica l’investimento forzoso in titoli di Stato garantiti dalla stessa ricchezza privata nazionale. Tecnicamente è quasi un quantitative easing, solo che ad acquistare i titoli sarebbero – volenti o nolenti – gli stessi risparmiatori italiani.

L’effetto – come il QE di Draghi – consisterebbe in una riduzione drastica dello spread e le garanzie di solvibilità sarebbero date proprio dalla ricchezza privata.

In pratica, ha notato Il Sole 24 Ore, una sintesi tra le ambizioni di Paolo Savona – scaricare sulla BCE parte del rischio – e le inquietanti rassicurazioni di Matteo Salvini («Il risparmio privato dell’Italia non ha eguali al mondo»).

Rinazionalizzare il debito: il disegno sovranista fa felici i falchi tedeschi

Chi si compra il debito?

Da Roma, per ora, la proposta è stata seccamente respinta al mittente. Ma l’idea dell’oro alla patria – in cambio di Btp e senza una patrimoniale vera e propria – continua ad aleggiare pericolosamente.

Risale a settembre l’idea leghista dei CIR o Conti Individuali di Risparmio, veicoli finanziari attraverso i quali gli operatori di medio e piccolo calibro (famiglie e individui) potrebbero investire in titoli “agevolati”. Ovvero in Btp detassati, non pignorabili e con un credito di imposta del 3,5%.

Piccolo particolare: per mantenere i benefici previsti i risparmiatori non potrebbero liquidare i titoli prima della scadenza. L’ipotesi – molto patriottica, ça va sans dire – piace al governo ma gli effetti collaterali sul debito, nota qualcuno, sarebbero dietro l’angolo. Se effettivamente introdotti, infatti, i CIR finirebbero per fare concorrenza ai bond tradizionali rendendoli implicitamente meno convenienti.

Semplificando: lungi dal calmierare i prezzi, i titoli detassati potrebbero generare nuove vendite sul debito e una conseguente risalita dello spread. Capolavoro.

cina xi
Un ritratto di Xi Jinping. La Cina non è mai stata particolarmente attratta dai Btp. Foto: Thierry Ehrmann Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Russia no, Cina ni

E allora il Btp? Nessun problema, ha favoleggiato qualcuno, ce lo compra Mosca. Già, peccato che i numeri (prima ancora che gli ostacoli di rating) smentiscano l’ipotesi. Quello russo è un fondo sovrano molto modesto: appena 77 miliardi di dollari di asset gestiti (il portafoglio del fondo norvegese, per fare un paragone, vale un trilione di biglietti verdi).

Considerando che gli investimenti dei fondi sovrani sono tipicamente molto diversificati, un eventuale acquisto di bond italiani da parte della Federazione Russa – è lecito credere – avrebbe un impatto trascurabile.

Quanto ai cinesi, altra ipotesi che non passa mai di moda, pesa il precedente del 2011. Allora, in piena crisi dello spread, ci provò Giulio Tremonti ma da Pechino – stando ai rumours – fecero sapere di essere più interessati ad altri asset strategici: le quote di Eni ed Enel. Futuri acquisti di debito, insomma, non sono esclusi a priori. Ma è probabile, in quel caso, che la Cina pretenda qualcosa in cambio.

Iscriviti alla newsletter

Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile