Debito: il Belgio ha detto no agli avvoltoi

La Corte Costituzionale conferma la legge che contrasta la speculazione sul debito. Ma in quasi tutto il mondo le norme sono ancora favorevoli ai fondi

Di Matteo Cavallito
Immagine: kalhh, Pixabay, CC0 Creative Commons

Speculare sul debito dei Paesi poveri? No grazie. È il messaggio lanciato dalla Corte Costituzionale belga che nelle scorse settimane ha respinto il ricorso di NML Capital, fondo avvoltoio di base alle Cayman di proprietà del colosso USA Elliott. Nel mirino dei querelanti la legge approvata nel 2015 che rende economicamente sconvenienti le iniziative dei fondi che si rivolgono ai tribunali del Belgio per far valere le proprie istanze contro i debitori.

Un brutto colpo per quei veicoli finanziari distressed che negli anni si sono specializzati nell’acquisto di obbligazioni in default con l’obiettivo di ottenere mega risarcimenti.

Lo schema è semplice: si acquistano i titoli a prezzo scontato e si portano i debitori in tribunale per chiederne il pieno rimborso. Nell’accogliere la richiesta – cosa che avviene spesso – i giudici ordinano il pignoramento degli asset detenuti all’estero garantendo così l’esecuzione del pagamento.

La legge belga, tra le altre cose, impedisce ai fondi di ottenere rimborsi superiori al prezzo di acquisto dei titoli bloccando di fatto ogni possibilità di speculazione.

Rendimenti da sogno

I fondi avvoltoio hanno iniziato a farsi notare a partire dagli anni ’90 prendendo di mira i bond dei Paesi emergenti. Le obbligazioni, denominate spesso in dollari, in caso di contesa legale includevano clausole favorevoli ai creditori.

Nel 1996, ricorda uno studio dell’UNCTAD, Elliott aveva acquistato 28,8 milioni di dollari di debito panamense per poco più della metà del valore di facciata. La successiva vittoria in tribunale, nel 1998, avrebbe fruttato un profitto lordo del 60%. Un rendimento eccezionale che scompare però di fronte al 400% guadagnato sul debito peruviano e al 1.200% (ma le stime variano) ottenuto sul debito argentino.

A fare da contraltare sono le ferite sui bilanci degli Stati. Nel 2002, un saldo da 208 milioni di dollari ai fondi Kensington e FG Hemisphere è costato al Congo l’equivalente di quasi 7 punti percentuali di Pil e circa un quarto della sua spesa pubblica.

Fonte: UNCTAD, United Nations Conference on Trade and Development, “Vulture Funds In Action: Economic And Social Impact”, 26 ottobre 2016; nostre elaborazioni.

 Negli USA due assist ai fondi

Nel 2004 il Senato dello Stato di New York ha abolito la cosiddetta Difesa Champerty, la norma – spesso aggirata – che vietava l’acquisto di debito in default a scopo speculativo. Promotore della riforma, che eliminava la regola per i crediti caratterizzati da un valore nominale di oltre un milione di dollari o da un prezzo d’acquisto superiore al mezzo milione, il senatore repubblicano John Marchi la cui campagna elettorale, sostiene un report del 2016 dell’economista Martin Guzman, era stata finanziata in parte proprio dal numero uno di Elliott Capital, il magnate Paul Singer.

Ma il vero spartiacque resta il default argentino. Alla fine del 2001 Buenos Aires dichiara bancarotta avviando il cosiddetto concambio: la sostituzione delle obbligazioni in default con nuovi titoli a rendimento inferiore e a scadenza differita. Il 93% dei creditori accetta, la restante minoranza no.  Guidati da NML, i fondi rastrellano sul mercato i bond argentini. Il loro prezzo, nel frattempo, è sceso a 27 centesimi per ogni dollaro di valore nominale.

Il 21 novembre 2012 il giudice della Corte distrettuale di New York Thomas Griesa ordina all’Argentina di riconoscere ai fondi l’intera somma richiesta. Pena il blocco dei pagamenti delle cedole in mano ai creditori che hanno accettato il concambio. Una sentenza controversa che, di fatto, legittima in pieno le strategie speculative dei fondi.

Gli attivisti di CADTM. Foto: CADTM. Creative commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International (CC BY-NC-ND 4.0)

Cosa fa l’Europa?

Nel mondo leggi anti speculazione per contrastare i fondi avvoltoio sono in vigore in soli tre Paesi. Il Regno Unito ha aperto la strada nel 2010. La Francia ha seguito l’esempio del Belgio nel 2017.

Non mancano però le iniziative internazionali. Nel 2015, l’ONU ha adottato la cosiddetta Addis Ababa Action Agenda che incoraggia i Paesi a seguire l’esempio belga. Il testo riafferma il diritto delle nazioni in default di ristrutturare il proprio debito – il principio negato dalla sentenza Griesa – in linea con quanto stabilito dagli stessi ‘Basic Principles of Sovereign Debt Restructurings’ delle Nazioni Unite.

All’inizio di quest’anno, ricordano oggi gli attivisti del Comitato per l’Annullamento del Debito nel Terzo Mondo (CADTM), un’associazione con sede a Liegi, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri a introdurre norme anti speculazione per contrastare l’attività dei fondi. La palla passa ora alla Commissione europea, chiamata ad approvare una direttiva vincolante per i Paesi dell’Unione.

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