Derivati ed enti locali: le banche vincono ancora

Diminuisce l’esposizione sui derivati degli enti italiani. Ma il valore di mercato dei contratti è quasi sempre negativo. A vantaggio delle banche nel 90% dei casi

Di Matteo Cavallito
Foto: Ken Teegardin, Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

L’esposizione degli enti pubblici italiani sui titoli derivati è in calo da tempo. Ma le perdite potenziali superano di gran lunga i possibili guadagni con un saldo negativo a nove zeri. È il quadro dipinto dall’ultima indagine della Banca d’Italia diffusa nei mesi scorsi a partire dai dati rilevati a dicembre 2017.

Alla fine dello scorso anno, il valore nozionale dei derivati in pancia a comuni, province e regioni ammontava a 7,4 miliardi di euro, circa 600 milioni in meno rispetto al 2016. Gli enti locali, in altre parole, si stanno progressivamente liberando degli strumenti finanziari più complessi utilizzati in passato per abbellire (legalmente) i propri bilanci e ridurre il peso dei debiti. Ma le decisioni del passato presentano ancora il conto.

Le banche lucrano 9 volte su 10

Il titolo derivato è un contratto tra due parti – in questo caso gli enti pubblici e le banche – che a scadenze prefissate si scambiano flussi di cassa. A determinare questi ultimi è l’andamento di alcuni indicatori prestabiliti, tipicamente tassi di interesse e o tassi di cambio. Tradotto: una vera e propria scommessa periodica in cui, come è normale che sia, qualcuno vince e qualcun altro perde. E qui sta il problema: perché a giudicare dalle cifre, gli enti pubblici avrebbero perso quasi sempre.

Fonte: nostre elaborazioni da Banca d’Italia, “Debito delle Amministrazioni locali – dicembre 2017”. 28 febbraio 2018.

A partire dal dicembre del 2008, la Banca d’Italia prende in considerazione il fair value, ovvero il valore di mercato contingente del titolo stesso. Cosa significa? In sintesi che ad essere calcolato non è il valore nominale del derivato ma il suo prezzo di mercato alle condizioni attuali. Ebbene, secondo la Banca d’Italia, i derivati in mano agli enti pubblici alla fine dello scorso anno evidenziavano un valore negativo di 1.168 milioni di euro.

Semplificando: se regioni, province e comuni chiudessero i loro contratti derivati dovrebbero pagare alle banche quasi 1,2 miliardi. E i contratti con valore positivo? Una minoranza. Allo stato attuale, segnala l’ultima rilevazione, ammontano a 110 milioni di euro, circa un decimo del totale. Forzando un po’ la sintesi – ma nemmeno troppo – la conclusione appare ovvia: sulle operazioni in derivati condotte con le amministrazioni pubbliche le banche ci guadagnano 9 volte su 10.

All’epoca «gravi anomalie»

«Violazioni normative e notevoli squilibri contrattuali in danno agli enti per la mancata valutazione della convenienza economica dei contratti»; «errata contabilizzazione dei flussi derivanti dai contratti di finanza derivata». E poi ancora il «costante valore negativo negli anni del mark to market», ovvero perdite sistematiche per le amministrazioni. Così la Corte del Conti, intervenendo nel maggio 2015 sulla gestione dei derivati da parte degli enti locali. Uno sguardo impietoso sulla finanza allegra, con le banche nel ruolo di ingegneri e gli amministratori in quello degli acquirenti. I derivati offrono immediata liquidità, le perdite finiscono nei bilanci degli anni successivi di cui alla fine, magari, si occuperà qualcun altro.

«Incompetenza, innanzitutto» scriveva nel settembre 2009 il Corriere della Sera; «Ma anche su­perficialità. E in molti casi una certa dose di spericolata furbizia: per non dire altro. Le cau­se sono le più varie». C’era il comune sardo che non arriva a quattromila abitanti e che rischiava di perdere un milione di euro, l’ente siciliano sotto di più del doppio; e poi Genova, Milano e lo swap sul maxi bond (le banche coinvolte sono state assolte), e ancora i 57 milioni di rosso della Calabria.

Foto: Dawid Skalec, Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license.

Gli enti più esposti

Sono le amministrazioni piemontesi – otto in totale – a svettare oggi nella classifica dell’esposizione per aree geografiche. Il rapporto Bankitalia segnala un valore negativo sui derivati per 427 milioni di euro: 31 in meno rispetto al dato 2016 ma anche 72 in più nel confronto con il bilancio 203. Seguono a debita distanza Veneto (119 milioni), Campania (118) e Lombardia (112). In totale gli enti pubblici italiani con derivati in perdita a bilancio sono 116. Il saldo negativo dei titoli equivale all’1,3% del debito. Le regioni segnalano perdite complessive per 619 milioni, i comuni per 347. La parte restante se la giocano province e altri enti.

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