Finanza etica

Derivati: un maxi scandalo all’orizzonte?

Un cartello per limitare la concorrenza nel mercato degli interest rate swaps (IRS), i prodotti derivati pensati per tutelare gli investitori dai rischi connessi all’...

Di Matteo Cavallito
Wall Street,   foto: alex Proimos Wikimedia Commons
Wall Street, foto: alex Proimos Wikimedia Commons

Un cartello per limitare la concorrenza nel mercato degli interest rate swaps (IRS), i prodotti derivati pensati per tutelare gli investitori dai rischi connessi all’oscillazione dei tassi di interesse. È l’accusa lanciata dai promotori di una class action depositata mercoledì a New York contro dieci delle maggiori banche di Wall Street e due piattaforme di scambio. Lo ha riferito la Reuters, ripresa in seguito dalla stampa internazionale. Nel mirino dei querelanti, riferisce l’agenzia, ci sarebbero Goldman Sachs, Bank of America Merrill Lynch, JPMorgan Chase, Citigroup, Credit Suisse, Barclays, BNP Paribas, UBS, Deutsche Bank e Royal Bank of Scotland. Il caso potrebbe avere un impatto enorme a fronte della vastità del mercato in questione. Il nozionale complessivo degli IRS certificato dall’ultima rilevazione della Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements, BIS) ammonta a 320 trilioni di dollari.

 

Secondo l’accusa, presentata dal fondo pensione degli insegnanti di Chicago (Public School Teachers’ Pension and Retirement Fund of Chicago), assistiti dallo studio legale Quinn, Emanuel, Urquhart, & Sullivan LLP, le banche avrebbero agito illecitamente per limitare la concorrenza nel mercato determinando così un aumento del prezzo degli IRS e danneggiando gli acquirenti di questi ultimi (tra cui lo stesso fondo pensione). I comportamenti illeciti, sostiene l’accusa, sarebbero iniziati “per lo meno a partire dal 2007”. Le banche, si legge nella querela, sarebbero state in grado di ottenere “miliardi di dollari di rendita monopolistica anno dopo anno”. L’operazione avrebbe coinvolto anche due piattaforme di scambio denominate ICAP e Tradeweb (quest’ultima controllata dal gruppo Thomson Reuters che, in ogni caso, non è stato oggetto di querela). Interpellati da Bloomberg, gli istituti coinvolti nel caso non hanno rilasciato alcuna dichiarazione.

 

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