Di Francesco: più commercio equo nel for profit

Dopo quella a Ermete Realacci, ecco l’intervista integrale a Giuseppe Di Francesco, presidente Fairtrade Italia, all’indomani dell’approvazione alla Camera, il 3 marzo scorso, ...

Di Corrado Fontana

Dopo quella a Ermete Realacci, ecco l’intervista integrale a Giuseppe Di Francesco, presidente Fairtrade Italia, all’indomani dell’approvazione alla Camera, il 3 marzo scorso, della legge commercio equo e solidale.

Una lunga chiacchierata in cui si analizza l’attuale scenario dell’equosolidale italiano, si evidenziano le contraddizioni di un mercato incoerente che si apre, e la prospettiva di crescita e consolidamento.

Altre voci e punti di vista dei protagonisti del settore potete leggerle su Valori di aprile, dove l’avvento della nuova legge è ulteriormente approfondito.  

Giuseppe Di Francesco,   presidente Fairtrade Italia
Giuseppe Di Francesco, presidente Fairtrade Italia

Il percorso della legge io lo seguo direttamente dall’ultima fase, mentre Fairtrade Italia fin dall’inizio, fino dalla proposta Realacci e da quella Duilio da cui prese le mosse, e poi la proposta di legge Rubinato… Un percorso che ha subito una accelerazione nell’ultimo anno che non ci aspettavamo, ma che naturalmente ci fa felici. Ci abbiamo lavorato tutti insieme, nel senso che l’interlocuzione tra i principali attori del commercio equo e solidale italiano, e quella con i parlamentari che hanno seguito l’iter del provvedimento (nell’autunno del 2014 ci fu un’audizione della commissione che ascoltò tutti i soggetti interessati), è stata continua, e nell’ultima fase dal lato del commercio equo si è svolto un tavolo comune di confronto a cui hanno partecipato particolarmente, oltre a Fairtrade Italia, Assobotteghe e Equo Garantito. Noi siamo contenti innanzitutto del fatto che questa legge, a differenza di quanto spesso abbiano fatto quelle regionali, scatta una fotografia complessiva di ciò che è oggi il commercio equo e solidale in Italia e anche in Europa. Nel testo c’è un corposo sforzo definitorio che guarda a come le dinamiche del commercio equo si sono organizzate, individuando tre tipi di soggetti principali, cioè le organizzazioni, gli enti che rappresentano le organizzazioni e gli enti promuovono il commercio equo attraverso la concessione in licenza di marchi di certificazione. Una fotografia che va oltre il quadro italiano, anche se noi avremmo voluto che si spingesse persino più avanti, e abbiamo insistito che fosse preso a esplicito riferimento – magari anche citandolo – l’unico documento prodotto a livello europeo che definisce che cosa sia il commercio equo e solidale, ovvero la Charter of fair trade principles del gennaio 2009, elaborata in comune da WFTO e FLO (il nome che aveva allora Fairtrade International), documento ripreso a maggio dello stesso anno in una comunicazione  della Commissione europea per descrivere cosa sia il commercio e equo solidale. Questo è l’ultimo documento in ordine di tempo prodotto livello comunitario sull’argomento. In qualche modo la fotografia che scatta la legge italiana somiglia a quella della Charter, sebbene non ne citi esplicitamente i suoi principi. La legge riconosce finalmente il ruolo di quello che comunemente definiamo “commercio equo certificato”, il ruolo dei marchi di certificazione e ragiona sulla tutela dei consumatori… riconosce quindi il lavoro svolto da Fairtrade Italia nella definizione di un disciplinare internazionale di certificazione, nell’aver costruito un marchio che identifica i prodotti che rispettano quel disciplinare, e nel costruire una filiera in cui tutti i suoi attori, dal produttore del sud del mondo all’importatore al trasformatore che mette il prodotto sul mercato, rispettano le caratteristiche imposte da quel disciplinare. Questo modello – per semplificare – ha come controparte quella che noi e la legge definiamo come “filiera integrale” del commercio equo, che ha come terminale d’elezione la bottega e in cui tutti quanti gli attori della catena, inclusa la struttura distributiva, sono in qualche modo all’interno del sistema. Va detto però che una lettura rigida di quest’ultimo schema appare in realtà oggi piuttosto confusa: le stesse centrali d’importazione, come possono essere Altromercato o la più piccola Baum, hanno infatti come interlocutore non solo le botteghe ma anche, ad esempio, la grande distribuzione; e nelle botteghe si trovano anche i prodotti a marchio Fairtrade (ad esempio l’ Ubuntu Cola, preparata con lo zucchero proveniente dal Malawi). Non solo. I prodotti a marchio Fairtrade, specialmente la frutta fresca, si trovano nelle mense scolastiche di molte città italiane o negli alberghi e nei distributori automatici… questo per dire che i canali distributivi sono tanti, e su tutti questi canali lavorano sostanzialmente tutti gli operatori commerciali del commercio equo, comprese le centrali d’importazione, sebbene naturalmente queste abbiano le botteghe come primo interlocutore finale. È un mondo complesso che va oltre la banale distinzione, diciamo così, tra “commercio equo delle botteghe e commercio equo dei supermercati”. Il mondo del commercio equo è insomma cambiato molto in questi anni, e la legge appena approvata cerca di dare conto di questo, provando a porre qualche paletto che chiuda la porta a eventuali “ equo furbi”. La blindatura che la legge impone è nel definire i principi da rispettare adottati i quali un soggetto può entrare a far parte del mondo del commercio equo e solidale. Il difetto che secondo noi hanno invece alcune leggi regionali è proprio quello di non includere tutta la complessità del commercio equo, dimenticandosi qualche pezzo significativo per strada… se volessimo anche ricostruire con i numeri la complessità di questo mercato sarebbe difficile avere un risultato perfettamente aderente alla realtà: tanto per fare un esempio, nei volumi di alcune botteghe entrano anche le vendite relative ai prodotti a marchio Fairtrade che si trovano sui loro scaffali.

È vero che Fairtrade Italia sta dando impulso a un’ipotesi di confronto strutturato sul futuro tra gli attori principali del commercio?

Sudafrica2014 1088C’è un tavolo di lavoro comune che è partito da qualche mese e che coinvolge diversi soggetti del settore, nel quale abbiamo scoperto che la lettura degli scenari attuali, ma anche della complessità di quelli futuri, è abbastanza condivisa, evidenziando molti più aspetti di convergenza che di distanza rispetto alla visione complessiva. Il momento normativo della legge è stato in qualche modo un detonatore per spingere al confronto su un livello di prospettiva che guardi ai prossimi 10 anni.

Naturalmente alcuni nodi del passato rimangono. In particolare, noi di Fairtrade Italia operiamo prevalentemente in un mercato for profit che è evidentemente incoerente rispetto ai principi del commercio equo e solidale, rispetto ai quali noi siamo invece assolutamente coerenti. Noi accompagniamo su questo mercato incoerente dei soggetti che sono magari solo parzialmente coerenti con tali principi: i nostri licenziatari che importano, trasformano e mettono in commercio prodotti del commercio equo, cioè che fanno una scelta di campo di responsabilità, seppure non sempre in modo integrale (talvolta hanno solo prodotto fair trade ma non sono cooperative, oppure trattano insieme prodotti del commercio equo e altri che non lo sono…), sono attori determinanti del nostro percorso. Il nostro delicato compito è quindi proprio quello di accompagnare i licenziatari nel mercato mantenendo ben saldo il timone dei principi. In questo mercato operano altri attori in buona parte non coerenti rispetto ai principi del commercio equo e di cui ci accorgiamo poco: soggetti come UTZ o Rainforest Alliance, non marchi di commercio equo ma di responsabilità sociale, che accompagnano sul mercato prodotti tipici del commercio equo, come ad esempio il tè. È un fenomeno poco conosciuto in Italia, un po’ di più all’estero, e può creare confusione nel consumatore, sebbene la consapevolezza del marchio Fairtrade sia diffusa e quello Fairtrade sia il marchio etico più conosciuto e più riconoscibile per i consumatori. Rispetto a questo sforzo di coerenza la legge italiana ci dà una mano, identificando con immediatezza ciò che è considerato prodotto del commercio equo e solidale quando arriva, per esempio, in una mensa scolastica.

La legge non introduce il rischio che si favorisca un ampliamento locale del campo del commercio equo a discapito dei produttori del commercio equo globale?

Copertina di Valori 136,   marzo 2016,   con un dossier sulla crisi delle banche italiane e il decreto che le salva. Mentre i responsabili...
Copertina di Valori 136, marzo 2016, con un dossier sulla crisi delle banche italiane e il decreto che le salva. Mentre i responsabili…

La legge mette un paletto parlando di produttori di aree svantaggiate e di Paesi in via di sviluppo. Ma le porte sono aperte a tutte le realtà, nazionali e internazionali, che rispettino i principi del provvedimento, il quale per il momento sembra attagliarsi soprattutto agli ambiti di WFTO e Fairtrade International. Né la legge si occupa esplicitamente di domestic o local fair  trade (vedi Valori di marzo), benché da alcuni anni anche in Fairtrade Italia ci si stia ragionando su e risulti essere un tema di cui spesso discutiamo nei nostri incontri, perché le controparti deboli (i produttori), di cui noi ci occupiamo, non si trovano soltanto nel sud del mondo. Ce ne sono tante anche nelle filiere agroalimentari italiane. E noi che proprio ci occupiamo di controparti deboli da accompagnare in questo mercato incoerente siamo molto interessati a occuparci di questo tipo di soggetti, quand’anche si trovino nel nostro paese: è un percorso che abbiamo avviato anche con Arci e Legambiente nella definizione di una griglia di principi e valori, anche se non esiste ancora un nostro prodotto local Fairtrade.

Riteniamo peraltro che la legge abbia fatto bene a non occuparsi direttamente di questo tema, per il quale non sono ancora maturi punti di riferimento condivisi, e costruirli ex novo avrebbe richiesto tempo, allungando la discussione o facendo perdere di vista l’obiettivo principale. Mentre per il biologico c’è un regolamento comunitario e per il commercio equo esiste come riferimento la Charter of fair trade principles, per normare una sorta di “filiera locale equa” c’è ancora da lavorare per creare un sistema di principi attorno ai quali eventualmente costruire una legge specifica.

È un problema che, a parte la legge francese già approvata, e quelle italiana e belga in itinere, non ci siano leggi dedicate al commercio equo e solidale in Europa?

L’unione europea non ha pubblicato regolamenti definitori su questo tema. Nel frattempo nella nuova la legge italiana (la 125 del 2014) sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo, il commercio equo e solidale viene riconosciuto come un attore di questo ambito. In alcuni paesi europei le organizzazioni nazionali di Fairtrade International sono in qualche modo maggiormente figlie del mondo della cooperazione allo sviluppo: Fairtrade Foundation, la organizzazione britannica che genera i volumi più grandi in Europa, è legata a filo doppio con Oxfam… Quindi in qualche modo questo legame del commercio equo con la cooperazione allo sviluppo è vivo sin dalla nascita. Fairtrade Italia nasce nel 1994 soprattutto come un movimento originato nell’ambito del Terzo settore (Acli, Arci, Legambiente…).

Qualcuno sostiene che il linguaggio, la comunicazione del commercio equo e solidale, nati prevalentemente negli anni ’80 e ‘90, debbano svecchiarsi…

Intanto c’è un problema generazionale, poiché l’avvio del commercio equo in Italia risale sostanzialmente agli anni ’80, periodo di nascita di molte delle prime botteghe del mondo; le centrali di importazione nascono intorno alla metà e alla fine degli anni ’80. Gli attori di allora, un gruppo di giovani determinati e lungimiranti in principio, sono ovviamente invecchiati, e da qui deriva ovviamente una certa abitudine a parlare utilizzando le stesse parole di allora. Tuttavia le multinazionali sono sempre quelle, e il loro strapotere non è cambiato. Sono invece cambiati i nostri produttori, sono cresciuti per numero e per qualità professionale e di prodotto, è cresciuto il loro peso e la loro voglia di protagonismo (in Fairtrade International da qualche anno lo statuto prevede che almeno il 50% dei componenti del board siano espressione dei produttori e delle loro organizzazioni). A questo percorso di crescita in effetti forse non è corrisposta una modificazione della comunicazione.

Ma non sono cambiati solo i nostri produttori se oggi Ferrero, multinazionale di livello planetario, fa una scelta di responsabilità sociale rispetto all’approvvigionamento di cacao del commercio equo e solidale. E allora, se vogliamo giocare e vincere la partita con le grandi corporations, dobbiamo tenere conto anche di questo, sapendo che la partita si gioca su questo mercato incoerente, e prevalentemente, inevitabilmente, nella grande distribuzione. Questo è un problema che riguarda tutti, a cominciare dai produttori: uno dei temi è infatti riuscire a far sì che i produttori certificati Fairtrade possano vendere interamente la loro produzione a condizioni fair trade, nel senso che non sempre il mercato del commercio equo solidale è in grado di assorbire interamente questa offerta. I nostri produttori crescono, aumentano i volumi e la qualità, e perciò c’è bisogno di più mercato che possa accogliere questa crescita, e per questo l’interlocuzione con i grandi players è una questione che ci riguarda tutti. Bisogna capire come approcciarsi a questi soggetti complessi, che magari sono in grado di fare una scelta di coerenza, di responsabilità sociale, almeno parziale. Anche se non si tratta di imprese di commercio equo e non ne condividono integralmente i principi.

Mappa Cioccolateria globale,   Valori 122 ottobre 2014
Mappa Cioccolateria globale, Valori 122 ottobre 2014

Le 10 più grandi multinazionali del settore alimentare (con i loro 500 marchi) fatturano 450 miliardi di dollari l’anno mentre il commercio equo a marchio Fairtrade ha registrato a livello mondiale quasi 6 miliardi di euro vendite nel 2014 (con un incremento del 10%): piccoli numeri, in confronto, ma è chiaro che il successo del commercio equo in Italia, in Europa e nel mondo è stato un traino all’attenzione di certi soggetti nei confronti di questa nostra visione del mercato e dell’economia. Negli ultimi 15 anni il commercio equo a marchio Fairtrade in Italia è cresciuto con percentuali annuali a due cifre (+18% nel 2014 e cresce ancora nel 2015), in una fase in cui i consumi alimentari italiani, almeno nei tre anni precedenti a questo, sono diminuiti.

Dopo un periodo di utilizzo quasi solo a fini di marketing dei bilanci sociali si vede una progressiva avanzata di una vera responsabilità sociale anche da parte di imprese di medie dimensioni, mostrando quindi un sistema economico che sembra rendersi conto che solo una coerenza sulla responsabilità può pagare nei tempi lunghi. Su questi ragionamenti incontro sempre più spesso convergenze con mondi e realtà che non fanno capo al commercio equo e solidale, e questo produce un certo ottimismo. Mentre dal governo italiano viene introdotto il concetto della benefit corporation nella Legge di Stabilità, cioè un’impresa che in qualche modo mette al centro l’utilità sociale, vien da pensare che il sistema economico, notando i propri insuccessi, cominci a farsi delle domande… è una stagione collettiva che va però alimentata dal basso, dalla consapevolezza e dalle scelte del cittadino/consumatore.

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