Il disastro Venezia e la BEI. «Così l’Europa favorisce la corruzione»

La denuncia di Counter Balance: controlli inefficaci favoriscono la corruzione nei progetti finanziati dalla BEI. Il MOSE? Non è un caso isolato

Di Matteo Cavallito

I suoi sforzi e la sua buona fede «non sono in discussione». Eppure il problema resta. Ed è serio: la Banca Europea degli Investimenti (BEI) non sarebbe in grado di proteggere i suoi progetti dalla corruzione. È la denuncia presentata dalla Ong Counter Balance in un rapporto diffuso in questi giorni. L’indagine punta il dito su quattro casi simbolo che evidenziano come alcuni grandi progetti finanziati dall’istituzione continentale siano stati facile preda di operazioni illecite. Nell’elenco c’è anche il MOSE, la maxi infrastruttura che dovrebbe proteggere la città di Venezia dalle inondazioni finita nuovamente sul banco degli imputati dopo i recenti disastri. Ma la lista comprende anche le palesi irregolarità che hanno caratterizzato il Passante di Mestre, l’impianto a carbone di Sostanj, in Slovenia, e il Dieselgate Volkswagen.

Regole morbide, porte aperte alla corruzione

All’origine di tutto, sostengono i ricercatori, ci sono sistemi di controllo e prevenzione della corruzione sostanzialmente inefficaci. Un esempio su tutti: in base alla normative europea in vigore la BEI non è tenuta ad applicare regole precise contro il riciclaggio di denaro. E ancora: «la legge tutela la Banca da azioni legali in caso di violazione o mancata applicazione delle sue politiche contro la corruzione» spiegano i ricercatori. Le pratiche di prevenzione degli illeciti, in altre parole, consistono in semplici «regole interne che non sono sancite dalla legge».

In caso di fallimento nelle attività di controllo, insomma, i tribunali non hanno modo di applicare sanzioni. «La Banca vanta una politica di ‘tolleranza zero’ nei confronti di frode e corruzione», spiega Xavier Sol, direttore di Counter Balance e autore del rapporto.

«Ma in realtà – aggiunge – il suo regime anticorruzione non è adatto allo scopo, e finisce così per mettere a repentaglio la solidità degli investimenti europei dentro e fuori dal Continente».

60 anni di investimenti senza un vero controllo esterno

La BEI è stata fondata nel 1958 e da allora, ricordano i ricercatori, ha finanziato migliaia di progetti. Di pari passo l’istituzione – la più grande del mondo nel suo genere – ha sviluppato un duplice meccanismo per contrastare la corruzione: un sistema di regole interne e l’adesione al controllo esterno da parte dell’OLAF, lo European Anti-Fraud Office. Il risultato, afferma la ricerca, è che a un insieme di norme deboli si è affiancato un meccanismo di monitoraggio del tutto inadeguato. Nei casi sotto esame, si legge nel rapporto, «la BEI ha assunto un approccio variabile per combattere la frode e la corruzione evidenziando la mancanza di un sistema efficace per affrontare i casi politicamente sensibili».

Quanto all’OLAF, insiste Counter Balance, si parla soprattutto di carenza di strumenti. L’organismo anti-frode, infatti, ha la possibilità di condurre indagini indipendenti sulla corruzione nei casi che coinvolgono le istituzioni UE e il suo staff. Ma il suo mandato «si limita alla segnalazione (dei sospetti, ndr) alle singole autorità giudiziarie nazionali senza la possibilità di perseguire autonomamente i reati».

La Banca Europea degli Investimenti è stata fondata nel 1958. Da allora ha finanziato migliaia di progetti diventando la più grande istituzione del mondo nel suo genere. Foto: Palauenc05 Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

Al MOSE 1,5 miliardi, nonostante l’allarme corruzione

Il caso del MOSE, con tutto il suo corollario di sprechi, corruzione e inefficienza cronica, rappresenta in questo senso un esempio emblematico. Lanciato ufficialmente nel 1991, il noto progetto delle 78 barriere resta di fatto non funzionante. I costi, come noto, sono aumentati a dismisura negli anni ridicolizzando le stime iniziali. Nonostante gli allarmi lanciati in tal senso dalla Corte dei Conti già nel 2009, la BEI ha investito nel progetto 1,5 miliardi di euro, «uno degli esborsi più rilevanti per un singolo progetto infrastrutturale mai approvato da un’istituzione pubblica». Le vicende di corruzione emerse nei processi, secondo le stime dello Stato Italiano, costituitosi parte civile nei procedimenti, avrebbero generato danni alle casse pubbliche per 3 miliardi di euro.

In risposta alle richieste avanzate da Counter Balance insieme alle organizzazioni Opzione Zero e Re:Common, alla fine del 2017 la BEI ha ammesso di aver aperto la propria indagine sulle sospette irregolarità della vicenda MOSE già nel marzo del 2013 in coordinamento con l’OLAF. Tutto ok insomma. Se non fosse che l’ultimo finanziamento da 200 milioni di euro transitato dalla Banca stessa al progetto risale al 13 febbraio del 2014. Ovvero quasi un anno più tardi. «L’ammissione da parte della Banca di aver sostenuto il progetto nonostante fosse già oggetto di un’indagine interna solleva seri dubbi circa le sue procedure» si legge nel report.

Volkswagen, Mestre & carbone sloveno

Le stesse dinamiche, osserva la ricerca, si ritrovano anche in altri progetti. Tra questi il contestato Passante di Mestre, costato secondo il rapporto 1,3 miliardi contro i 750 milioni inizialmente previsti e finanziato dalla BEI ancora nel 2013 e nel 2016 nonostante i sospetti di mala gestione sollevati anni prima dalla Corte dei Conti. E che dire allora del disastroso finanziamento da oltre mezzo miliardo di euro nel controverso impianto a carbone di Sostanj, in Slovenia, salito agli onori delle cronache per le rilevanti perdite registrate e i gli esorbitanti costi sostenuti? Infine il caso Volskwagen, che ha visto la BEI complice involontaria dello scandalo Dieselgate. Parte dei finanziamenti erogati dalla Banca per lo sviluppo di tecnologie a basso impatto, ha rilevato l’OLAF, sarebbe stata utilizzata dalla casa automobilistica tedesca per truccare i software installati sui veicoli e passare così i test sulle emissioni.

Rischio corruzione dopo la svolta sul clima

Il caso Volkswagen porta con sé un monito decisivo, soprattutto alla luce della svolta verde annunciata dalla BEI. Ad agosto, la Banca ha infatti proposto di azzerare i finanziamenti al fossile, costati all’Europa 7,9 miliardi negli ultimi 4 anni. Ma è proprio di fronte questa scelta, sostiene Counter Balance, che i rischi corruzione e gli auspici di riforma non possono essere ignorati.

«Ora che la BEI intende diventare la “Banca europea per il clima” e svolgere un ruolo chiave in un Green New Deal europeo, invitiamo le istituzioni dell’UE e gli azionisti della Banca stessa a fare il possibile per rafforzare il controllo sull’uso dei fondi pubblici» commenta Xavier Sol. «È giunto il momento di colmare le lacune e i punti deboli» aggiunge. «Una riforma fondamentale del modello e delle pratiche commerciali della BEI è necessaria per rendere quest’ultima più responsabile e trasparente. Rafforzando la sua resistenza all’influenza delle imprese e accelerando la sua democratizzazione».

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