Finanza etica

Economist: Wall Street non attira più

Quotarsi in borsa? Una scelta ormai fuori moda. Almeno a giudicare dai dati registrati in America dove il numero delle public company è calato clamorosamente a ...

Di Matteo Cavallito
segnale strada indicazione Borsa Wall Street,   New York (USA). Di Sparkx 11 di Wikipedia in inglese (Trasferito da en.wikipedia su Commons.) [Public domain],   attraverso Wikimedia Commons
segnale strada indicazione Borsa Wall Street, New York (USA). Di Sparkx 11 di Wikipedia in inglese (Trasferito da en.wikipedia su Commons.) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Quotarsi in borsa? Una scelta ormai fuori moda. Almeno a giudicare dai dati registrati in America dove il numero delle public company è calato clamorosamente a quota 4 mila unità contro le 7 mila del 1996. Lo segnala l’Economist. Sebbene le grandi imprese quotate continuino a fare profitti, nota il settimanale britannico, le società di più recente fondazione sembrano prediligere infatti altre forme di finanziamento. A partire dal coinvolgimento del private equity.

 

Attualmente, nota ancora l’Economist, circa un quarto delle medie imprese Usa sono controllate dalle società di private equity che, al momento, disporrebbero di liquidità complessiva per 1, 3 trilioni di dollari (un dato che lascia presagire ulteriori investimenti). Tra queste, il celebre gruppo Carlyle che, con 725 mila dipendenti a libro paga, è divenuto ormai il secondo datore di lavoro privato d’America dietro al colosso della grande distribuzione Walmart. All’espansione del comparto privato si affianca ovviamente il ridimensionamento delle operazioni di collocamento in borsa. Nel 2016, la liquidità rastrellata dalle IPO (Initial Public Offering, la raccolta degli investimenti che precede la quotazione) dovrebbe raggiungere un ammontare pari alla metà o addirittura al 75% in meno rispetto a dieci anni fa.

 

Dietro al fenomeno vi sarebbero molteplici fattori: dalla minor fame di capitali delle startup di maggiore successo come AirBnb e Uber, i campioni della controversa sharing economy, al desiderio di queste ultime di mantenere una certa privacy sul proprio business (cosa che la presenza in borsa non consente). Tutte ragioni comprensibili, nota l’Economist, ma che generano, al contempo, un orientamento al capitale privato non privo di conseguenze. “Nella loro forma migliore i mercati sono liquidi, trasparenti e basso costo per gli investitori (vale a dire che non è necessario essere ricchi per possedere azioni)” scrive il settimanale britannico. “Nella loro versione peggiore, le forme di controllo proprietario privato che stanno soppiantando i mercati (azionari, ndr) sono illiquidi, opachi, costosi e riservati esclusivamente ai più ricchi”.

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