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«E allora il PT?» Così il Brasile è diventato populista

Brasile al voto. L’economista Lavinas: «Tanti errori di Lula e Rousseff. Ma dietro all’ascesa di Bolsonaro ci sono gli interessi di tre lobby»

Di Matteo Cavallito
Un manifestante protesta contro il governo a Brasilia nel marzo 2015. Sul cartello si legge: “Né destra, né sinistra. Noi siamo il Brasile”. Foto: Marcello Casal Jr/Agência Brasil Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

«Erano almeno 30 anni che in Brasile non si vedeva una simile polarizzazione politica e sociale». Traspare una certa preoccupazione dalla voce di Lena Lavinas, docente di Economia del Welfare all’Università Federale di Rio de Janeiro. Alla vigilia della contesa elettorale tutti i riflettori sono puntati su Jair Bolsonaro, il candidato di estrema destra del Partito Social-Liberale che promette di sconfiggere Fernando Haddad, l’uomo del PT indicato da Lula dopo il golpe giudiziario seguito alla destituzione illegale della Rousseff.

Bolsonaro, il Trump paulista

Bolsonaro è stato descritto come un Trump paulista anche se la sua retorica è ancora più spregiudicata. Lo scenario è quello di sempre: senso di smarrimento, violenza verbale, toni grotteschi. La campagna viaggia sui social con tutto il corredo di amenità assortite. Razzismo, omofobia, sessismo. E ovviamente fake news. «Circola persino un video falso, in cui Lula inviterebbe i suoi elettori a votare per Bolsonaro» spiega Lavinas. «Può immaginare il livello di confusione. Come in Italia? Sì, direi che la situazione è molto simile».

Il PT, il Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores) al governo dal 2002, è ovviamente sotto tiro. È sinonimo di establishment, che in tempi come questi è notoriamente l’attributo più scomodo. Sembra davvero la fine del sogno brasiliano, il De profundis della classe media simbolo delle aspettative disattese dell’era di Lula/Rousseff. E nel mare magnum della frustrazione, si sa, quelli come Bolsonaro ci sguazzano alla grande.

Jair Bolsonaro in un’immagine del 2016. Foto: Fabio Rodrigues Pozzebom/Agência Brasil Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

La finanza si è mangiata il Brasile

La Lavinas non ha la minima simpatia per i populisti. Ci mancherebbe. Ma non è certo tenera con le politiche del PT, come ha chiarito in un recente saggio – The Takeover of Social Policy by Financialization.The Brazilian Paradox (“L’acquisizione delle politiche sociali da parte della finanza. Il paradosso brasiliano”) – pubblicato da Palgrave Macmillan nel 2017.

Le tesi di fondo sono sostanzialmente queste: le politiche sociali del governo hanno ridotto la povertà ma non così tanto come si è comunemente portati a pensare. La finanza, in compenso, ha trovato crescente spazio favorendo il boom del credito al consumo e la progressiva privatizzazione del welfare. Morale: la nuova classe media dell’era Lula è oggi fragile e indebitata. E i poveri, nonostante gli sforzi del programma Bolsa Familia, sono ancora tanti. Troppi.

Nel 2014, dicono le statistiche ufficiali citate nello studio, il problema della povertà riguardava il 6,5% dell’intera popolazione brasiliana contro il 27,6% del 2003.

L’indigenza estrema interessava appena il 2,5% delle persone, meno di un quarto rispetto alla rilevazione di inizio secolo. Ma le cifre tengono conto di soglie di reddito molto basse e non sono indicizzate all’inflazione.

Se si guarda alla povertà relativa – che caratterizza per definizione coloro che percepiscono un reddito inferiore al 50% del valore mediano – i risultati sono ben diversi. Nel 2003, secondo questo criterio, i brasiliani poveri erano il 25,2%. Nel 2014 erano scesi al 22,3%. Un miglioramento piuttosto modesto.

Il passaggio di consegne tra Lula e Dilma Rousseff nella campagna elettorale del 2010. Foto: Valter Campanato/Agência Brasil Attribuzione 3.0 Brasile (CC BY 3.0 BR)

La privatizzazione dello Stato sociale

Tutt’altro che esiguo, al contrario, è l’incremento dei debiti privati. Nel 2001 equivalevano al 22% del PIl, nel 2015 valevano oltre la metà del prodotto nazionale (55%). Secondo gli economisti Gilberto Borça Júnior e Danilo Guimarães tra il 2004 e il 2013 il credito avrebbe contribuito da solo a un terzo della crescita economica del Brasile e al 45% dell’incremento dei consumi delle famiglie.


source: tradingeconomics.com

La privatizzazione del welfare, nel frattempo, ha conosciuto una vera e propria impennata: nel periodo 2002-15 il patrimonio dei fondi pensione privati è passato da 23 miliardi a mezzo trilione di R$ (ovvero 500 miliardi pari a 134 miliardi di dollari al cambio attuale). E mentre i prezzi degli elettrodomestici (rigorosamente acquistati a credito) diminuivano, il costo dei servizi sociali è aumentato senza guadagnarne, per altro, in qualità. «Il sistema sanitario è al collasso anche perché da anni riceve finanziamenti insufficienti – spiega ancora la Lavinas. La qualità dell’istruzione è ancora molto bassa». Il sistema scolastico brasiliano, confermano le statistiche più recenti, resta lontano dai migliori standard internazionali.

L’ondata populista

Il problema, a conti fatti, è che la classe media «fa sempre più fatica a mantenere il proprio status». Un fenomeno prolungato che spiega, almeno in parte, il calo di consensi del PT. Ma c’è dell’altro. «Dietro alla popolarità di Bolsonaro, sostiene l’economista, ci sarebbe infatti la campagna di pressione di «tre lobby particolarmente forti»:

  • l’industria delle armi, cui il candidato social-liberale strizza l’occhio da tempo),
  • il settore dell’agrobusiness che ha beneficiato per anni del boom delle materie prime,
  • la Chiesa Evangelica che ha una forte presenza tra i più poveri e che conta sul sostegno di quasi un centinaio di deputati nel Parlamento.

In molti, insomma, hanno scommesso sul candidato populista. E ora vogliono passare all’incasso.

San Paolo, 15 marzo 2015. I manifestanti chiedono l’impeachment di Dilma Rousseff. Foto: Marcelo Camargo/Agência Brasil Attribution 3.0 Brazil (CC BY 3.0 BR)

Un’economia fragile

Quel che è certo è che il futuro dell’economia brasiliana non appare brillante. Il settore agricolo è cresciuto a discapito della manifattura che oggi, non a caso, contribuisce ad appena l’11% del Pil. L’esplosione dei prezzi delle commodities ha garantito in passato grandi introiti al Brasile. Ma oggi il quadro è cambiato e i rischi di volatilità, nel medio periodo, sono sempre troppo alti.

Quanto ai consumi interni, ricorda ancora la Lavinas, il problema resta: nel 2005 i brasiliani spendevano meno del 20% del loro reddito per ripagare i debiti; dieci anni più tardi le rate dei prestiti si mangiavano quasi la metà delle entrate familiari. II rischio crack legato a una bolla creditizia sembra scongiurato («Il sistema bancario brasiliano è solido» afferma). Ma dopo due anni di recessione la crescita è tuttora modesta. E in un Paese abituato a indebitarsi per consumare, invertire la tendenza sarà sempre più difficile.

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