Le riforme non bastano: in Europa gli evasori hanno ancora vita facile

Un rapporto dei Verdi Ue denuncia: direttive europee ancora insufficienti. Gli evasori possono continuare a nascondere la loro ricchezza. A danno degli altri contribuenti

Di Matteo Cavallito
Sventola la bandiera UE a Nicosia. Per gli evasori del Continente acquistare un passaporto cipriota è un ottimo affare. Foto: EUCyprus Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

Grazie alla segretezza bancaria gli evasori fiscali hanno ancora un ampio margine di manovra in Europa, dove le regole – sebbene in vigore – possono essere facilmente aggirate. Lo sostiene un rapporto promosso dal gruppo dei Verdi all’Europarlamento i cui contenuti sono stati visionati in anteprima da Valori.

Sotto accusa, in particolare, le direttive UE in materia che, sostiene lo studio firmato da Andres Knobel, analista dell’organizzazione internazionale Tax Justice Network, hanno favorito una maggiore trasparenza ma contengono ancora diverse carenze da sanare al più presto.

«Lo scambio automatico di informazioni» è un grande passo in avanti dichiara Sven Giegold, portavoce finanziario Verdi UE. «Ora però l’Europa deve bloccare tutte le scappatoie esistenti per evitare che l’abolizione dei paradisi fiscali risulti in definitiva una promessa vuota».

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L’obiettivo degli evasori è sempre lo stesso: nascondere parte della ricchezza accumulata agli occhi del fisco. Un fenomeno che la UE ha tentato di contrastare negli anni con due provvedimenti: la cosiddetta Directive on Administrative Cooperation del 2014 (conosciuta come DAC 2) e il suo aggiornamento dell’anno successivo (DAC 3).

La DAC 2 è basata sui principi del Common Reporting Standard, le linee guida fissate dall’OCSE, e impone lo scambio di informazioni tra le agenzie delle entrate dei Paesi UE e le omologhe delle altre nazioni. Ma la sua efficacia è parziale.

Un valico al confine Austria-Liechtenstein. Vienna ha sempre chiuso un occhio sui conti aperti dai suoi contribuenti nel vicino paradiso fiscale. Foto: böhringer friedrich Attribution-ShareAlike 2.5 Generic (CC BY-SA 2.5)

Alcuni Paesi, nota ad esempio il rapporto, non comunicano abbastanza. Dell’elenco, che comprende ben 43 nazioni, fanno parte alcune repubbliche della ex Jugoslavia ma anche gli Stati Uniti. Washington non rende mai noti i nomi dei cosiddetti beneficiari effettivi, i grandi evasori (o elusori) che si nascondono dietro alle società anonime registrate nei paradisi fiscali.

E c’è dell’altro: oltre alle eccezioni varie che limitano la disponibilità dei dati sulle società finanziarie e sugli asset illiquidi o meno (immobili, oro, beni di lusso, criptovalute), a creare ulteriori problemi è la stessa negligenza di alcune nazioni europee. Almeno quattro Stati membri – Austria, Bulgaria, Cipro e Romania – consentono di fatto ai loro cittadini di aprire conti più o meno segreti nelle banche di Paesi terzi. L’atteggiamento lassista di Vienna, in particolare, è da tempo sotto accusa.

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Evasori, banche, passaporti

Le falle del sistema offrono agli evasori sponde sensazionali. Basta avere un po’ di soldi, e il gioco fatto. Tanto alla fine è tutto in vendita: la cittadinanza, un appartamento, quello che serve. Un passaporto cipriota e una bolletta della luce possono essere prove sufficienti di una residenza che in realtà non esiste. Ma una banca panamense, si sa, non ha mai troppe pretese. Come le sue colleghe degli altri paradisi fiscali del resto.

È così che i cittadini UE più ricchi possono spostare il loro patrimonio in una banca paradisiaca e poco propensa allo scambio di informazioni. Nicosia non chiede; Roma (o Parigi, Berlino, Madrid e così via) non ha suo malgrado alcuna possibilità di scoprire l’arcano. Alla fine vince sempre l’evasione.

Come aggirare le regole. Maria, contribuente italiana, compra un passaporto cipriota, si procura un’abitazione e relativi contratti di fornitura. Basta una bolletta dell’energia elettrica a “dimostrare” la sua residenza nell’isola. Per la banca di Panama in cui apre un conto, Maria è residente a Cipro, Paese con il quale non vi sono accordi sullo scambio di informazioni. Nicosia non ne sa nulla. Le autorità italiane nemmeno. E Maria si gode così i frutti dell’evasione. Immagine: Greens/EFA Group in the European Parliament

Multinazionali in paradiso

A beneficiare dei buchi normativi sono anche le multinazionali. La DAC 3 prende di mira proprio le grandi aziende, quelle – per capirci – che sono abituate a sottoscrivere accordi fiscali ad hoc con le autorità dei Paesi in cui operano.

Si chiamano tax rulings e sono spesso molto convenienti, al punto che per la UE rischiano di essere aiuti di Stato illegali. La trasparenza sarebbe obbligatoria, ma le scappatoie sono sempre presenti e i dettagli dei patti siglati sfuggono alle autorità.

È la zona grigia per eccellenza, quella dell’elusione in piena regola. E a pagarne il prezzo non sono solo le agenzie delle entrate. «Le multinazionali possono fare accordi segreti per ridurre l’imposizione fiscale a spese delle imprese locali più piccole» si legge nel rapporto. E ancora: «Gli Stati vedono ridursi le proprie entrate fiscali necessarie a finanziare la spesa , con il risultato che i cittadini e le piccole imprese si troveranno a pagare tasse più elevate o a patire le conseguenze delle misure di austerity». La solita, insopportabile beffa.

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