Fed e dazi: tra USA e Cina perdono gli emergenti

Gli USA alzano i tassi e scatenano la guerra commerciale con Pechino. Una concomitanza di fattori che si abbatte ora sui mercati emergenti.

Di Matteo Cavallito
Il neo presidente della Fed Jerome Powell. Alle sue spalle Donald Trump. Foto: Andrea Hanks, The White House, dominio pubblico

C’è un fantasma che si aggira sui mercati. Inquietante, inafferrabile e – quel che è peggio – non neutralizzabile. Almeno per ora. Tassi USA in ascesa e dazi commerciali divenuti improvvisamente realtà: ovvero, la combinazione peggiore per quei mercati che delle condizioni monetarie favorevoli (e della liberalizzazione degli scambi) hanno beneficiato più di chiunque altro. La belle époque delle piogge di denaro a costo zero è finita e il nuovo corso non sembra intenzionato a procedere con lentezza. Il neopresidente della Fed, Jerome Powell, ha parlato di “aumenti graduali” ma intanto ha già deliberato un nuovo rialzo dei tassi che– dopo una serie di step intermedi – potrebbero anche toccare quota 3% nel 2019. La banca centrale americana va dritta per la sua strada con l’obiettivo di normalizzare le condizioni monetarie dopo un decennio eccezionalmente generoso. Ma il prezzo da pagare potrebbe essere particolarmente elevato, soprattutto per chi sui biglietti verdi low cost ha costruito per anni le piramidi del proprio indebitamento: i Paesi emergenti, e chi se no?

Niente di nuovo, si diceva. I timori sono noti da tempo.

Ma la vera novità, a questo punto, è che una scomoda concomitanza di fattori sembra poter creare le condizioni per una tempesta peggiore del previsto.

L’ultimo allarme arriva da una nota diffusa in questi giorni da Bank of New York Mellon che punta il dito sull’aumento dei costi di finanziamento per i mercati emergenti. Un problema di vecchia data legato al mercato degli eurobond, i titoli sovrani denominati in valuta estera – quasi sempre dollari – emessi da BRICS et similia e dalle nazioni in via di sviluppo. I collocamenti di bond in valuta estera sono cresciuti nella prima metà del decennio, per poi contrarsi nel biennio 2015-16. La novità, secondo i dati diffusi a novembre nel corso della V Conferenza annuale del Club di Parigi, l’organizzazione informale che coinvolge i creditori dei Paesi avanzati, è che il fenomeno sembra essere tornato in auge al punto che nel 2017 le emissioni obbligazionarie in valuta estera delle nazioni a basso reddito in via di sviluppo (low income developing countries) hanno sfiorato gli 8 miliardi di dollari. Una risalita favorita dalla classica spirale del finanziamento: ovvero, accumulo di nuovi debiti per ripagare quelli pregressi (vedi Valori, dicembre 2017). In questo contesto l’ascesa dei tassi americani finisce inevitabilmente per esacerbare la tensione. E i dati non sono rassicuranti.

Una nave cargo cinese. Pechino e Washington sono ormai convolti in una vera e propria guerra commerciale. Foto: Eustace Bagge wikimedia commons

A febbraio – ha segnalato l’Institute of International Finance – gli investitori stranieri hanno ritirato 6 miliardi di dollari di investimenti sui titoli azionari dei mercati emergenti: il più grande deflusso mensile dall’agosto 2015 (nel pieno dell’allora crack borsistico cinese, per capirci). Il vero problema, nota BNY Mellon, è che all’irrisolta questione debitoria si aggiunge ora un ulteriore elemento di instabilità: l’avvio della guerra commerciale tra Washington e Pechino che, attraverso l’imposizione reciproca dei dazi, rischia di travolgere anche altre nazioni a partire da quelle “con disavanzi esterni decisamente elevati”. Occhi puntati sui grandi fornitori di acciaio dunque, a partire dall’India che copre da sola il 2,4% delle importazioni americane. Il Paese è tuttora costretto a fare i conti con un deficit crescente: nel 2016 il dato si attestava a quota 0,6% sul PIl; nel quarto trimestre 2017 si è saliti al 2%. Le riserve valutarie sono ancora consistenti – 422 miliardi di dollari secondo BNY – ma a queste condizioni il loro ammontare è destinato a calare nel corso del 2018.

I problemi del Paese, nota però l’istituto, sembrano poca cosa rispetto ai guai di Brasile e Turchia, le cui economie appaiono decisamente più vulnerabili. Ankara fornisce agli USA il 5,6% dell’acciaio importato ed evidenzia un deficit di bilancio pari al 3% del Pil. Ma il vero elefante nella stanza resta il Brasile: primo esportatore di acciaio in America (13,2% dei volumi in entrata), il Paese “si collocherà tra le nazioni più indebitate del 2018 se saranno confermate le attuali previsioni che parlano di un disavanzo commerciale all’8% e di un debito quasi due volte superiore a quello della Turchia”. Il Brasile vanta una migliore situazione complessivi in termini di riserve valutarie. Ma questo elemento, prosegue BNY Mellon, potrebbe non essere sufficiente a rassicurare fino in fondo gli investitori.

Iscriviti alla newsletter

Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile