Parte 11

Finanza e ambiente. Non è tutto green quel che luccica

L’ascesa dei green bond nasconde un problema sempre più evidente: una quota importante delle obbligazioni non rispetta l’ambiente. La Cina nel mirino

Di Matteo Cavallito
Immagine: InvestmentZen, Flickr www.investmentzen.com Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Verdi, ma non troppo. O per lo meno non sempre, almeno a giudicare dai numeri. I green bond, le obbligazioni destinate a finanziare iniziative a basso impatto ambientale e di contrasto al cambiamento climatico, riscuotono da tempo un successo crescente. Ma i dubbi sono sempre dietro l’angolo. Lo sanno bene gli analisti della Climate Bonds Initiative (CBI), organizzazione no profit londinese divenuta ormai uno dei principali punti di riferimento del mercato.

Nei primi otto mesi del 2018, evidenziano gli ultimi dati che aggiornano i numeri precedentemente diffusi dal Wall Street Journal, l’ente britannico ha passato al setaccio emissioni obbligazionarie per oltre 120 miliardi di dollari bocciandone quasi un quarto (28,2 miliardi).

Una quota significativa dei titoli in esame, in altre parole, è risultato incompatibile con i principi basilari di tutela dell’ambiente.

Un dato preoccupante che rischia creare un vero e proprio problema di credibilità al mercato stesso.

Green bond in orbita

Le obbligazioni verdi sono state lanciate nel 2008 su iniziativa di alcune banche multilaterali di sviluppo a partire dalla World Bank. Nel 2017, ricorda CBI, sono stati collocati bond verdi per 161 miliardi di dollari, con una crescita del 1500% nello spazio di un quadriennio. Nel 2018, dicono le stime, si dovrebbe salire a quota 250 miliardi. Punto di riferimento per gli investitori sono cosiddetti Green Bond Principles (GBP) elaborati dall’International Capital Market Association (ICMA) .

I GBP sono linee guida procedurali non vincolanti che dovrebbero «garantire la trasparenza e la divulgazione di informazioni» fornendo agli emittenti i dettagli sulle caratteristiche che devono accompagnare il prodotto finanziario. A partire dagli studi dell’ICMA, gli analisti di CBI, hanno potuto individuare sul mercato i cosiddetti climate-aligned labelled bonds che sono state etichettati come “verdi” dall’emittente. Se le informazioni fornite da quest’ultimo sono insufficienti o se i progetti in questione non contribuiscono a contrastare il riscaldamento globale, i titoli vengono esclusi dal conteggio.

Che cosa sono i green bond?Cina nel mirino

Nel novembre del 2017 l’ASEAN, l’ Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico, ha pubblicato nuove linee guida per gli emittenti. Un passo avanti nella definizione di standard comuni nei mercati emergenti dove il fenomeno dei bond controversi, ricorda il Wall Street Journal, sarebbe particolarmente diffuso. Ma l’iniziativa, ovviamente, riguarda i dieci Stati membri, e non impatta dunque sull’operatore di mercato più importante e “problematico” del Continente: la Cina.

Secondo operatore di mercato dopo gli Stati Uniti, nel 2017 Pechino ha collocato green bond per 37 miliardi di dollari, grazie anche al sostegno indiretto del governo. La normativa cinese incentiva la diffusione dei titoli: gli istituti di credito che utilizzano green bond come garanzia (collateral), nota ancora il WSJ, possono ottenere fondi dalla banca centrale a condizioni favorevoli.

Ma le obbligazioni verdi finiscono in più di un’occasione per finanziare settori particolarmente controversi, a partire dall’industria del carbone. «Gli istituti cinesi hanno seguito le linee guida della People’s Bank of China mentre le aziende hanno fatto riferimento alle norme redatte dalla Development and Reform Commission (NRDC)» ha scritto alla fine del 2017 il South China Morning Post. «Le differenze tra le definizioni nazionali e gli standard globali implicano che i progetti “verdi” così definiti nel Paese possano apparire non così green agli occhi degli investitori esteri». Soltanto il 62% dei green bond collocati in Cina nel 2017, sostiene CBI, risulta compatibile con gli standard internazionali.

L’impianto eolico di Mulan nella provincia di Heilongiang. La Cina è il secondo emittente di green bond del mondo. Ma anche il più controverso. Foto: Land Rover Our Planet Attribution-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-ND 2.0)

I limiti del mercato

Secondo gli economisti Suk Hyun del Korea Capital Market Institute, Donghyun Park e Shu Tian (Asian Development Bank), la carenza di standard globali sulla definizione dei green bond avrebbe un impatto negativo non solo sul fronte ambientale ma anche su quello strettamente finanziario. Gli investitori, in particolare, finirebbero per essere esposti a una sostanziale asimmetria informativa rispetto a chi colloca i bond.

Inoltre, sostengono i ricercatori, il mercato non sembra premiare (o penalizzare) in termini di prezzo i benefici ambientali delle obbligazioni stesse. In assenza di linee guida comuni a livello internazionale, in altre parole, gli emittenti rischiano di sostenere costi di finanziamento superiori. Al contrario, concludono gli economisti, «iniziative come il controllo e la revisione esterna farebbero aumentare la fiducia degli investitori» consentendo loro di «tollerare un rendimento relativamente inferiore per i progetti che generano benefici ambientali certificati dall’esterno».

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