Fossile. Un leader in crisi di consensi

A prescindere dall’esito dell’imminente Cop21, la Conferenza Onu sul Clima in programma a Parigi all’inizio di dicembre, lo scenario globale raccontato dai ...

Di Matteo Cavallito

A prescindere dall’esito dell’imminente Cop21, la Conferenza Onu sul Clima in programma a Parigi all’inizio di dicembre, lo scenario globale raccontato dai dati più recenti appare un po’ meno inquietante del solito.
Per la prima volta dall’avvio delle rilevazioni la crescita economica globale non si sarebbe accompagnata a un incremento delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Nel 2014, ha riferito a marzo l’International Energy agency, le emissioni totali di CO2 originate dalle attività del settore energetico sarebbero state pari a 32,2 miliardi di tonnellate, un dato sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente, che evidenzierebbe la prima stagnazione in condizioni di espansione economica degli ultimi 40 anni. È il fenomeno del cosiddetto decoupling, o “sganciamento”, che tante speranze sembra generare sul fronte della lotta al cambiamento climatico. E che, a conti fatti, appare oggi come un iniziale sintomo di svolta.
Nel 2004, dicono le cifre dell’ultimo rapporto congiunto (marzo 2015) della Frankfurt School of Finance & Management, dello United Nations Environment Programme (UNEP) e di Bloomberg Energy Finance (BEF), gli investimenti complessivi nel comparto mondiale delle rinnovabili ammontavano a 45 miliardi di dollari. L’anno scorso, la cifra totale si è attestata a quota 270 miliardi. Nel 2014 gli investimenti green della sola Cina sono stati pari a 83,3 miliardi, con una crescita del 33% rispetto all’anno precedente e un incremento del 2677% su base decennale. Cifre impressionanti, che inducono forse a parlare di transizione.
Intendiamoci. Nel settore energetico il comparto fossile continua a mantenere una leadership indiscussa come dimostra, tra le altre cose, il costo tuttora abnorme dei sussidi che lo caratterizzano (5,3 trilioni di dollari, secondo il Fmi, a fronte di sussidi nominali pari a 510 miliardi). Ma nonostante tutto, il sostanziale monopolio sperimentato per anni dal settore è più che mai in discussione. Dalle decisioni dei grandi operatori pubblici e privati emergono negli ultimi tempi piani industriali che si focalizzano sempre di più sullo sviluppo delle rinnovabili o, per lo meno, sulla dismissione delle fonti più inquinanti (il carbone in primis).
E l’aspetto più interessante è che a premiare queste scelte sono soprattutto gli investitori. Lo evidenzia il successo delle obbligazioni verdi (70 miliardi di dollari di nuovi collocamenti nel 2015 contro gli 11 del 2013 secondo le stime preliminari di Climate Bond Initiative), ma anche la forte spinta delle campagne di disinvestimento dal fossile. Oggi, ha notato a settembre la società di consulenza Arabella Advisors, le operazioni complessive di disinvestimento totale o parziale da una o più fonti fossili nel mondo hanno coinvolto 436 organizzazioni e 2.040 operatori individuali con un portafoglio totale da 2,6 trilioni di dollari. Un anno fa, il dato complessivo valeva appena 50 miliardi. La svolta, almeno nel mercato, è ormai iniziata.
Foto: Wknight94
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Articolo in collaborazione con la rivista Valori.
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