Fukushima, rinascita e cautela: studenti italiani in viaggio

Studenti universitari italiani in viaggio nella Prefettura di Fukushima a luglio scorso, in  Giappone. Una trasferta seguita passo passo grazie a un blog e a ...

Altopiano di Urabandai con il complesso dei laghi chiamati Goshikinuma (dai cinque colori) - H
Aree per le quali sono stati emessi ordini di evacuazione (1 ottobre 2014). Fonte: "Fukushima disaster: Ongoing nuclear crisis The Failure of radioactive decontamination in Iitate"
Aree per le quali sono stati emessi ordini di evacuazione (1 ottobre 2014). Fonte: “Fukushima disaster: Ongoing nuclear crisis The Failure of radioactive decontamination in Iitate

Studenti universitari italiani in viaggio nella Prefettura di Fukushima a luglio scorso, in  Giappone. Una trasferta seguita passo passo grazie a un blog e a un profilo Facebook dedicati, protagonisti otto studenti di lingua e cultura giapponese dei corsi di laurea in Mediazione Linguistica e Culturale e Lingue e Culture per la Comunicazione e Cooperazione Internazionale dell’Università degli Studi di Milano. Obbiettivo: l’osservazione e lo scambio culturale. Ma soprattutto corrispondere al bisogno delle realtà economiche legate alla produzione artigianale, agricola e ortofrutticola della zona di liberarsi dalla pesante immagine che associa il nome della Prefettura solo al disastro nucleare seguito allo tsunami che colpì la centrale atomica nel marzo del 2011.

Un viaggio che si chiuso di fatto solo qualche giorno fa a Milano, con la visita del Governatore della Prefettura di Fukushima Masao Uchibori e lo svolgimento della Fukushima Week (11-14 ottobre scorso nell’ambito di Expo 2015). Un viaggio che ci racconta Nicole Auguadri, una delle studentesse partecipanti: «Ci siamo mossi in tutta la Prefettura, siamo passati nella zona che è ancora disabitata e siamo stati in Paesi vicini per assistere a festival locali. Ci hanno portato in aree già decontaminate, in centri di monitoraggio dei prodotti alimentari, nei frutteti di alberi di pesco ». Così Nicole, che rispetto alle conseguenze dell’incidente sottolinea: «Non abbiamo mai avuto l’impressione che ci volessero nascondere alcunché. La zona non abitabile vicino alla centrale è una lingua di terra. Abbiamo visitato il villaggio ancora disabitato di Iitate, ma non è un villaggio-fantasma: abbiamo visto le ruspe al lavoro per togliere lo strato di terra ancora contaminata, che viene rimossa e raccolta in appositi sacchi, in attesa di avere una tecnologia adatta per trattarla. Abbiamo visto il lavoro per rendere di nuovo abitabile il villaggio e ci ha colpito sapere che i proprietari delle case evacuate hanno il permesso di recarvisi durante il giorno per tenere in ordine le abitazioni e i terreni. C’è una grande voglia di riprendere la vita quotidiana precedente ».

Proprio sul rientro delle persone in alcune aree fuori dalla cosiddetta zona di esclusione (che circonda il sito della centrale per un raggio di 20 chilometri) l’organizzazione ambientalista Greenpeace ha polemizzato di recente, in particolare citando anche alcuni dati riguardanti il villaggio di Iitate, che si trova a circa 40 chilometri da Fukushima Dai-ichi.

Sui pericoli per la salute umana connessi alla permanenza nella zona abbiamo perciò interpellato Giuseppe Onufrio, fisico e direttore esecutivo della ong in Italia, il quale precisa: «Alcune aree dichiarate “decontaminate” presentano comunque valori oltre la soglia limite, alcune anche il doppio (non contenendo quindi sotto 1 millisievert/anno la dose di radioattività cui le persone sono esposte, che è la dose accettata dalla normativa internazionale in aggiunta al fondo di radioattività naturale, ndr). I  rischi sanitari riguardano chi ci vive e dunque accumula nel tempo dosi superiori alla norma, con danni proporzionali alla dose collettivamente assorbita dalla popolazione locale. […] Le concentrazioni di radionuclidi a Iitate sono state portate dalla pioggia nei giorni dell’incidente e il suolo li trattiene. Per questo si rimuove la terra. Ciò per cui Greenpeace ha polemizzato è il fatto che l’area presenta un problema “strutturale”: le foreste sono contaminate (e non si possono bonificare), e così in caso di pioggia e vento le particelle radioattive vengono portate di nuovo in giro, vanificando almeno in parte la tanta fatica fatta per decontaminare le aree circostanti ».

Qui sotto le foto scattate da Elisa Vitali, studentessa del corso di laurea in lingue e culture per la comunicazione e cooperazione internazionale che ha preso parte al viaggio.