Incubo dazi sul G7. Trump e gli USA contro tutti

Trump tira dritto sulla strada della guerra commerciale. Al G7, fronte comune contro di lui. E sullo sfondo cresce la tensione tra Ue e Berlino

Di Matteo Cavallito
Trump con il primo ministro canadese Justin Trudeau. Foto: healah Craighead Official White House public domain

G7? No, G6 più uno. O per meglio contro uno, con il titolare della Casa Bianca nel ruolo di indiscusso e scomodo protagonista. I venti di guerra commerciale combattuta a colpi di dazi agitano la vigilia: il vertice dei Paesi più industrializzati che si aprirà domani a Charlevoix non nasce certo sotto i migliori auspici e la sensazione, date le premesse, è che la situazione possa addirittura peggiorare.

Un battito d’ali in Cina, dice la teoria, può scatenare un uragano in America. Figuriamoci un ciclone che soffia d’ambo i lati. Trump lo aveva promesso in campagna elettorale e da tempo ha dimostrato di voler fare sul serio. Politica-spettacolo che si traduce in fatti e ispira inevitabilmente la resa dei conti. Dallo showtime allo showdown, per così dire, il passo è davvero breve al punto che il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire non si fa scrupoli a chiarire il concetto: “Il G7 mostrerà che gli Stati Uniti sono soli contro tutti. Soli in particolare contro i loro stessi alleati” dichiara in un intervento riportato dalla Reuters. Secondo Roland Paris, professore di relazioni internazionali all’Università di Ottawa, ripreso dalla stessa agenzia, “la prima sfida del vertice consiste nel conservare l’integrità del G7 stesso”.

La guerra dell’acciaio e altri guai

La scorsa settimana è scaduta la proroga inizialmente concessa da Washington all’entrata in vigore dei dazi su acciaio e alluminio. Due balzelli – fissati rispettivamente al 25% e al 10% – capaci di provocare un gran mal di testa all’Europa che, prima ancora che al G7, ha già sollevato sollevato la questione in sede di WTO.

La commissaria al commercio Cecilia Malmström accusa direttamente Washington di aver scelto “un gioco pericoloso” e ipotizza una risposta dello stesso tenore. Quest’ultima scelta deve però trovare il consenso degli Stati membri. Quel che è certo è che l’ipotesi di un’esenzione totale per le esportazioni del Vecchio Continente appare tramontata per sempre. Alla vigilia dell’incontro del 22 maggio scorso con il segretario Usa al commercio, Wilbur Ross, la stessa Malmström aveva parlato di scenario “improbabile” auspicando, secondo la logica del male minore, l’introduzione di un sistema di quote (ovvero di limitazioni) sull’export Ue verso gli Stati Uniti. Un protezionismo soft, insomma.

Un’acciaieria della ArcelorMittal a Cleveland, Ohio. Foto: Roy Luck, Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Washington, Pechino e la profezia di Xi

La base legale dell’offensiva statunitense è costituita dalla cosiddetta Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 che attribuisce al presidente il potere di imporre dazi in caso di minaccia alla sicurezza nazionale. Un opzione molto contestata tanto dai Paesi del G7 quanto dalla Cina. Domenica scorsa, i rappresenti delle due nazioni al tavolo negoziale – Ross, per gli Usa, e il vicepremier Liu He per Pechino – hanno raggiunto un’intesa di massima su alcuni aspetti marginali della questione ma, come ha notato qualcuno, non hanno reso pubblico alcun comunicato congiunto. Un segnale chiaro della permanente distanza tra le due parti alla vigilia del temuto annuncio della lista dei prodotti soggetti a tariffe previsto per il 15 giugno. Il valore complessivo delle esportazioni cinesi verso gli Usa soggetto a dazi, dicono le stime, si aggirerebbe attorno ai 50 miliardi di dollari. Pechino, da parte sua, promette una risposta di pari entità.

Lo scorso anno, in occasione del vertice di Davos, il presidente cinese Xi Jinping aveva lanciato il suo monito contro le tentazioni protezionistiche degli Stati Uniti. Pur senza mani nominare il suo omologo statunitense, Xi si era schierato in netta antitesi promuovendosi come difensore della globalizzazione e definendo il conflitto commerciale una guerra che non si può vincere. Parole che potrebbero rivelarsi tristemente profetiche, tanto per i due contendenti quanto per le altre economie del Pianeta, vittime collaterali annunciate sull’asse Washington-Pechino.

Vittime collaterali: gli emergenti e la UE

In prima fila, in questo senso ci sono I mercati emergenti. Già un paio di mesi fa, Bank of New York Mellon aveva sottolineato i pericoli per Brasile, Turchia e India, principali fornitori di acciaio degli Usa e come tali destinati a subire i maggiori contraccolpi sul fronte delle esportazioni. A preoccupare i mercati, sottolineava in particolare la Reuters, è l’ipotesi che il conflitto commerciale possa colpire di riflesso anche i partner della Cina. «Le ricadute di una guerra commerciale non si scaricheranno soltanto su Pechino ma anche su tutti i suoi principali fornitori come Corea del Sud, Thailandia, Vietnam e Giappone» ha sostenuto Fabio Sdogati, Ordinario di Economia Internazionale presso il Politecnico di Milano, in una recente intervista a Valori pubblicata all’interno del dossier di maggio scorso.

Ma la novità degli ultimi tempi, ipotizza qualche osservatore, è che le scelte protezionistiche americane possano esasperare anche i conflitti latenti in Europa.

In un’intervista a Bloomberg, ripresa dal britannico Daily Express, l’analista per i mercati valutari di Rabobank, Jane Foley, ha avanzato l’ipotesi che lo scontro tra Trump e la UE possa aprire un ulteriore fronte interno contro Berlino. La Foley, in particolare, chiama in causa un rapporto del Tesoro statunitense pubblicato lo scorso mese di aprile che punta il dito contro l’eccessivo surplus commerciale registrato dalla Germania, sia su scala globale nel rapporto di partnership con gli Stati Uniti. Prima o poi, sostiene la Foley, “Il resto dell’Europa si rivolgerà alla Germania dicendo: Trump ha un problema con te e noi ne stiamo subendo le conseguenze”.

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