Parte 6

Glencore e i “ragazzi”. Le acrobazie del trading tra tiranni e sanzioni

Nel mercato delle materie prime vince la scuola Glencore. Dove i petrolieri non osano avventurarsi a comandare sono i Rich Boys

Di Matteo Cavallito
Il leader iraniano Khomeini. La Marc Rich AG, futura Glencore, acquistò per anni il petrolio di Teheran nonostante la crisi degli ostaggi e le sanzioni Usa. Foto: emam.com Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

Glencore reagisce. Colpita dai tonfi in Borsa di inizio luglio dopo l’avvio delle indagini per presunta corruzione in Venezuela, Nigeria e Repubblica democratica del Congo, la corporation del commodity trading è passata al contrattacco annunciando un buyback da 1 miliardo di dollari. Una maxi operazione di riacquisto titoli che punta a sostenere il prezzo delle azioni e che evidenzia contemporaneamente la potenza di fuoco del colosso elvetico. Le risorse, segnala per altro l’ultimo bilancio, non mancano di certo: nel 2017 l’azienda ha registrato oltre 200 miliardi di dollari di ricavi e quasi 15 di utile netto, con una crescita sostenuta rispetto al biennio precedente.

L’epitaffio di Marc Rich

Colpita, si diceva; ma non affondata. Capita spesso quando sei abituato vivere sul filo in pieno stile Glencore. “Sono un uomo d’affari, non sono un politico” diceva di sé il fondatore Marc Rich, che aggiungeva: “Ci sono persone che vogliono vendermi petrolio e altri che vogliono acquistarlo. Io fornisco un servizio”. Pochi anni prima della sua morte, avvenuta nel giugno del 2013, era stato lo stesso trader a raccontare di aver stipulato gli accordi “più importanti e remunerativi” aggirando le sanzioni internazionali contro i regimi più discussi del Pianeta: dalla Libia di Gheddafi al Sudafrica dell’apartheid, dalla Cuba di Castro al Cile di Pinochet. I tiranni ne hanno sempre approfittato, l’Occidente affamato di materie prime anche. E l’equivoco di fondo, è noto, permane tuttora. Gli affari sono affari, no?

Glencore: ricavi 2008-17
Fonte: Statista 2018

La scuola Glencore

Di certo il fiuto per il business lo aveva appreso presto, per lo meno dai tempi della newyorchese Phillips Bros, la società di trading dove era approdato all’età di vent’anni. È in quegli uffici che Rich scopre il commercio d’assalto acquistando i diritti di esportazione dai Paesi in guerra in barba a ogni crisi politica o embargo statunitense. Nel 1979 Teheran prende in ostaggio 52 impiegati dell’ambasciata americana ma la crisi diplomatica che ne segue non impedisce al trader di continuare ad acquistare il petrolio dell’ayatollah.

Nel 1983 le autorità USA sembrano averne avuto abbastanza: lo accusano di “associazione criminale”, “commercio con il nemico” ed “evasione fiscale”, tre imputazioni che possono valergli 300 anni di carcere. Ma Rich, che non è certo uno sprovveduto, ha già un piano: fugge in Svizzera dove può gestire da vicino la futura Glencore, che fino al 1993 porterà ancora il suo nome. Nella corporation intanto imparano il mestiere i “Rich Boys”, giovani manager destinati in futuro a dirigere decine di società: dall’olandese Trafigura alla Petrodel del nigeriano Michael Prest, dalla moscovita Milio International alla svizzera Masefield: una rete aziendale dedita allo scambio di merci e informazioni in tutto il mondo.

Il secolo delle materie prime

In Svizzera si piazzeranno molti altri pesi massimi del settore: emuli di successo come Trafigura, che nel 2017 ha registrato 136 miliardi di dollari di fatturato, ma anche Vitol, Mercuria e Gunvor, la società fondata nel 1997 dall’oligarca russo e grande sodale di Putin, Gennady Timchenko, e dallo svedese Torbjorn Tornqvist, oggi primo azionista. Vantaggi fiscali, qualità dei servizi bancari, ma anche prossimità e capitalismo di relazione: a Ginevra, per dire, ha sede anche la Société Générale de Surveillance, la più grande compagnia che ispeziona i carichi navali. Negli uffici delle società si aprono e chiudono le contrattazioni, si progettano le rotte delle petroliere e delle navi cargo. Si comanda, insomma.

Sono anni frenetici e non potrebbe essere altrimenti. L’economia globale sperimenta il boom dei mercati emergenti e la domanda di materie prime segue a ruota. Vuoi che le corporation non ne approfittino? I trader del petrolio spiccano il volo e con essi anche i signori del commercio alimentare, quasi tutti statunitensi: Koch Industries, ad oggi seconda private company d’America con un fatturato a 11 zeri e poi Archer Daniels Midland, Bunge e Cargill, oltre alla francese Louis Dreyfus. All’inizio del 2011, quando il boom delle commodities era ormai consolidato, i ricavi totali delle prime 16 aziende del settore raggiungevano gli 1,1 trilioni di dollari. 1.100 miliardi.

Operatori del mercato del petrolio al lavoro in ufficio (Houston, Texas, USA). Di Own Oil Industry News (Own Opera propria) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Tra Cina e realpolitik

“Rich ha creato la più potente rete informale di commodity trader del mondo. Gente che compra petrolio nei luoghi più disparati, dove la corruzione è più elevata e le major dell’oro nero non si avventurano”, scriveva nel 2015 Bloomberg Business Week. Oggi la questione di fondo sembra immutata, e il rischio è che la realpolitik continui a pesare. Di recente, l’analista del settore commodity e veterano di Wall Street, Andrew Hecht, ha chiarito il concetto in modo piuttosto esplicito. Una sentenza di condanna nei confronti della Glencore, ha scritto, “rischierebbe di produrre un cambio al vertice nel mercato delle materie prime”, cosa che, precisa, “non sarebbe nell’interesse dell’Occidente”. Un riferimento alla concorrenza della Cina e alle istituzioni di Pechino, decisamente meno sensibili a certi temi e assai più votate al pragmatismo. Chissà se le autorità americane vorranno davvero correre il rischio.

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