Ambiente

Guardian: è allarme super batteri

L’inquinamento delle acque circostanti da parte degli impianti produttivi del settore farmaceutico rischia di creare gravi problemi nei Paesi emergenti. Lo riferisce il Guardian. ...

Di Matteo Cavallito
Laboratorio medico ricerca scientifica, . Di USAMC-AFRIMS photo (United States Army) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons
Laboratorio medico ricerca scientifica,  . Di USAMC-AFRIMS photo (United States Army) [Public domain],   attraverso Wikimedia Commons
Laboratorio medico ricerca scientifica, . Di USAMC-AFRIMS photo (United States Army) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

L’inquinamento delle acque circostanti da parte degli impianti produttivi del settore farmaceutico rischia di creare gravi problemi nei Paesi emergenti. Lo riferisce il Guardian. L’allarme, sostiene il quotidiano britannico, vale soprattutto per India e Cina, dove si concentra un’ampia quota della produzione globale di antibiotici: la scarsa regolamentazione in materia di smaltimento degli scarti vigente nei due Paesi, rileva il Guardian, rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo e la diffusione nei fiumi e nel suolo dei cosiddetti “super batteri”, microorganismi in grado di resistere agli antibiotici. Secondo un’indagine commissionata dal governo britannico e pubblicata a maggio, da qui al 2050 10 milioni di persone potrebbero morire per infezioni legate ai super batteri.

 

A fronte di un simile rischio, già denunciato per altro tre anni or sono da uno studio condotto in Cina, le imprese del settore farmaceutico sono chiamate ad agire. Ma l’impegno emerso, almeno per ora, appare scarso. Soltanto il 12% delle 140 principali compagnie del comparto, nota infatti il Guardian, hanno aderito alla Pharmaceutical Supply Chain Initiative (PSCI), una piattaforma dedicata allo sviluppo di strategie d’impresa rivolte alla sostenibilità. I numeri, insomma, sono poco incoraggianti e non lasciano intravedere un’adeguata sensibilità da parte delle grandi imprese big pharma. Le stesse imprese che, come scrive ancora il quotidiano britannico, “dovrebbero collaborare con i governi per incoraggiare e appoggiare il sostegno a una più rigida applicazione della legge nei Paesi in via di sviluppo”.

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