Criptovalute

I misteri di Devasini, l’italiano dietro Bitfinex

Il fondatore e direttore finanziario di Bitfinex non è nuovo ai problemi con la giustizia tra Italia, New York e i Paradise Papers.

Di Nicola Borzi

Secondo la sua biografia ufficiale, «Giancarlo Devasini è il direttore finanziario di Bitfinex ed è stato determinante nello sviluppo di Bitfinex dal 2013». Ma l’italiano dietro una delle principali piattaforme mondiali di scambio di criptovalute, finita nel mirino della Procura di New York e del Dipartimento della Giustizia Usa prima con il blocco dei suoi conti bancari e poi per le indagini sulle società che per suo conto hanno gestito le sue transazioni finanziarie, non è nuovo ai problemi con la giustizia.

Dalla medicina alle criptovalute

«Giancarlo Devasini – stando alla sua bio – ha iniziato la sua carriera come medico, laureandosi in medicina all’Università di Milano nel 1990. Ha presto lasciato la pratica medica per seguire una carriera nella tecnologia più in linea con la sua passione. Devasini si ritrovò in Estremo Oriente alla ricerca di opportunità imprenditoriali nel settore in veloce espansione dell’hardware per pc».

La biografia prosegue ricordando che «nel 1992 Devasini torna a Milano e fonda la Point-G Srl per iniziare a importare parti di computer da Cina, Hong Kong e Taiwan per la distribuzione in tutta Europa. Nel corso degli anni, ha iniziato a identificare altre opportunità di nicchia nel settore, portandolo a fondare la Solo SpA nel 1997. Solo Spa è stata un pioniere nel mercato delle DRAM, creando un business di grande successo in termini di rivendita fuori dalle logiche dei giganti della DRAM, Micron Technology e Taiwan Semiconductor».

Giancarlo Devasini, Chief Financial Officer at Bitfinex

Secondo l’agiografia di Devasini, «Solo Spa divenne la casa madre di un fiorente gruppo di società, tra cui Compass Srl (1999), Alcosto SpA (2000), Freshbit SpA (2002) e Acme SpA (2004). Il gruppo Solo alla fine è cresciuto con oltre 100 dipendenti e 113 milioni di euro l’anno di ricavi. Poco prima che la crisi finanziaria colpisse nel 2008, Giancarlo vendette Solo Spa e si ritirò».

Poi, la “svolta”: «Diversi mesi dopo, Devasini si rese conto che non era adatto alla pensione. Quando ha scoperto casualmente il Bitcoin all’inizio del 2012, Devasini capì subito che sarebbe stato il suo futuro. Devasini ha incontrato Raphael Nicolle alla fine del 2012, quando Nicolle aveva appena creato Bitfinex dalle ceneri di Bitcoinica. Ben presto divenne un partner in Bitfinex e fu determinante nello stabilire relazioni bancarie, attirando personale chiave e dando impulso all’exchange».

Devasini nei Paradise Papers

Devasini e Philip Potter di Bitfinex sono presenti nei Paradise Papers. Secondo i Paradise Papers, Potter è uno degli amministratori di Tether mentre Devasini è uno degli azionisti della società. I due hanno fondato Tether nelle Isole Vergini britanniche nel 2014.

Un documento tuttavia indica che Devasini e l’amministratore delegato di Tether, Ludovic Jan Van Der Velde, sono i veri amministratori della società.

Van Der Velde è anche l’amministratore delegato di Bitfinex. Philip Potter, chief strategy officer di Bitfinex, ha lavorato per Morgan Stanley negli anni ’90, ma venne licenziato dalla banca dopo che era apparso in un articolo del New York Times del 1997 che ne tracciava un ritratto poco edificante.

Le operazioni di Tether, Bitfinex e Devasini sono finite sotto la lente a causa di una significativa proliferazione del numero di Tether da quando Bitfinex ha perso i suoi rapporti con le banche he hanno tagliato i legami con l’exchange. In risposta alle accuse secondo le quali Bitfinex avrebbe “gonfiato” l’offerta di Tether per rimanere solvibile, la società mesi fa pubblicò un tweet in cui affermava che «Bitfinex è solvibile e sia i prelievi in moneta fiat sia quelli crittografici funzionano normalmente».

Poi però Tether fu costretta ad annunciare che circa 31 milioni di token erano stati «rimossi dal portafoglio di Tether il 19 novembre 2017». La notizia provocò un duro colpo alla società di criptovalute.

Quelle copie di software Microsoft contraffatte

Ma Devasini non è apparso solo nei Paradise Papers. Il 3 dicembre 1996 l’agenzia di stampa Adnkronos sotto il titolo “Pirati informatici, Microsoft al contrattacco, riportava un episodio sul quale la biografia di Devasini ha sempre glissato. Ecco il testo originale del lancio dell’agenzia di stampa:

«In un significativo crescendo della lotta contro la contraffazione software, Microsoft Corporation ha annunciato oggi la composizione di una vertenza con la Point G Srl di Milano e con il suo titolare, che ha ammesso di avere venduto mille copie di software Microsoft non originale. Si tratta della sesta composizione di vertenza su oltre quaranta azioni intraprese da Microsoft nei confronti dei membri di una rete di produzione e distribuzione di software pirata – scoperta un anno fa dalla Guardia di Finanza – e dei commercianti che da tale rete avevano acquistato.

Giancarlo Devasini, 32 anni, titolare di Pont G Srl di Milano, verserà Microsoft la somma di cento milioni, consegnerà fatture e altre registrazioni contabili e fornirà la propria collaborazione in eventuali azioni legali nei confronti di altri commercianti, scoperti a vendere prodotti Microsoft contraffatti o pirata.

Devasini si è inoltre impegnato nei confronti di Microsoft a prendere tutte le precauzioni necessarie all’interno del proprio esercizio per prevenire future vendite di software contraffatto. Precedentemente, il titolare della Point G Srl aveva già definito il procedimento penale con un patteggiamento.

La vertenza tra Microsoft e la Point G Srl e il suo titolare è il risultato di un’indagine condotta un anno fa dalla Guardia di Finanza che, con l’ausilio di controlli elettronici, ha investigato in modo approfondito nella rete di produzione e distribuzione di programmi Microsoft falsificati, come illustrato dalla stessa Guardia di Finanza nel corso di una conferenza stampa tenuta il 26 settembre ’95.

L’indagine ha portato a una serie di irruzioni in tutta Italia ed al sequestro di oltre 25mila dischetti contraffatti di versione Oem di prodotti Microsoft a cui ha fatto seguito la denuncia per violazione dei diritti di copyright e di marchio nei confronti di oltre 40 persone. La maggior parte di tali vertenze è ancora in fase di risoluzione».

Iscriviti alla newsletter

Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile