Parte 12

I sindaci dell’Italia dimenticata: servono nuovi cittadini o scompariremo

I sindaci della rete Welcome, Censis e Inps concordano: occorre almeno un milione di immigrati o addio comuni minori e sistema previdenziale

Di Emanuele Isonio
Il Centro Studi Censis rivela che l'Italia è in una fase di spopolamento senza precedenti: mai il numero di nati è stato così basso dall'Unità d'Italia del 1861.

C’è la propaganda di politici nazionali che soffiano sulle paure irrazionali delle fasce più impreparate della popolazione. E c’è poi la vita vera. La realtà con la quale hanno a che fare tutti i giorni schiere di amministratori locali in territori difficili. Piccoli borghi in collina o comuni marginali in aree montane ad esempio. Pezzi d’Italia, dove il problema chiave non è essere invasi da pericolosi migranti ma, al contrario, è uno spopolamento progressivo che fa danni: lacera le comunità e abbandona quei paesi al dissesto idrogeologico. Perché – si sa – senza la manutenzione puntuale e costante, frane e disastri ambientali hanno campo libero.

Nei piccoli centri, -16mila abitanti in un solo anno

Il fenomeno è tutt’altro che marginale: il 70% dei comuni italiani ha meno di 5mila abitanti. E sono questi a subire maggiormente lo spopolamento. Tra il 1998 e il 2016, secondo i dati Istat, sono mancate all’appello quasi 700mila persone. ll pericolo è che i borghi siano destinati a diventare paesi disabitati, con centri storici senza abitanti e attività commerciali. Solo nel 2017, il saldo migratorio interno nei piccoli centri, ovvero il bilancio tra iscrizioni e cancellazioni anagrafiche, registrava un calo di 16mila unità in meno.

Comuni italiani: il 69% ha meno di 5mila abitanti. FONTE: ISTAT
Comuni italiani: il 69,5% ha meno di 5mila abitanti. FONTE: ISTAT

«In Italia, i piccoli comuni – sotto i 5mila abitanti – insistono sul 54% del territorio, con una popolazione che si attesta al 26% su media nazionale» rivela l’ANCI (Associazione nazionale Comuni italiani). Il rapporto tra mortalità e natalità è quasi raddoppiato in negativo, dal 2012 al 2016, passando dal 2,4 al 3,9%». Indici di spopolamento che significano l’abbandono dei presidi minimi e indispensabili per la cura e la gestione del territorio.

Un dato sicuramente sottovalutato dall’opinione pubblica che ci scaraventa in una realtà amara: l’Italia è un paese segnato dalla denatalità e dall’invecchiamento della popolazione e, di conseguenza, dall’abbandono del suo inestimabile patrimonio ambientale, produttivo e culturale. Senza considerare che un territorio non curato si trasforma, in tempi di cambiamenti climatici, in una bomba a orologeria e in un costo economico aggiuntivo per le casse dello Stato.

La risposta dei Comuni del Welcome

Da questo presupposto, parte il ragionamento del Manifesto per una rete dei piccoli “Comuni del Welcome”.

L’iniziativa, partita ormai da un paio d’anni, è della Caritas Diocesana di Benevento. Obiettivo: creare un network di enti locali in grado di proporre una soluzione virtuosa di accoglienza dei migranti e, al tempo stesso, fornire risposta alla crisi economica che colpisce i luoghi marginali d’Italia.

«I 60 milioni di uomini, donne, bambini che sono in marcia nel mondo – si legge nel documento – stanno aprendo nuovi punti interrogativi alla nostra società occidentale, pronta a sconvolgersi solo in caso di guerra ed attacchi terroristici e che invece non sembra preparata a doversi ripensare di fronte ad una migrazione pacifica e resiliente che mai nella storia era avvenuta nel modo in cui oggi sta avvenendo».

«Welcome non come semplice accoglienza strutturata dei migranti, ma come segno di cambiamento del welfare locale di fronte alle grandi sfide del nostro tempo. Welcome è il nuovo nome di welfare, è forse l’unico vero cambiamento che manca per il futuro dei piccoli centri abitati».

Dal welfare dell’assistenzialismo ad un welcome di comunità

La proposta dei Comuni aderenti – una trentina nell’area campana – è di passare dal welfare dell’assistenzialismo ad un welcome di comunità. Come? Già prima che entrasse nell’agone politico il tema del “reddito di cittadinanza” e anche prima del suo predecessore – il REI (reddito d’inclusione) varato dal governo Gentiloni – i piccoli comuni proponevano un uso sinergico delle risorse messe a disposizione attraverso il sistema degli SPRAR, gli strumenti europei e italiani contro l’indigenza (Pon inclusione, Strategia Aree Interne) e  dei budget di Salute con i PTRI (Progetti Terapeutico Riabilitativi individualizzati), pensati per prendersi carico delle persone fragili.

Le testimonianze dei Comuni del WelcomeAl tempo stesso, i Comuni aderenti al progetto si impegnano ad intraprendere una serie di scelte politiche di grande peso per il proprio territorio. Non solo rispettano i parametri nazionali di accoglienza (accettando 2,5 migranti ogni mille abitanti), ma avviano piani di diffusione dell’agricoltura sociale e dell’artigianato, adottano progetti per garantire la banda larga a 30 mbps al 100% dei propri cittadini, promuovono la nascita di infrastrutture leggere per il turismo sociale e diffuso, attuano regolamenti per contrastare il fenomeno del gioco d’azzardo.

Censis: in 841 Comuni popolazione cresciuta solo perché ci sono gli immigrati

Tante iniziative che, prese insieme, possono aggredire l’abbandono delle aree interne. Un approccio talmente diverso rispetto all’idea di chiusura a riccio propugnata dalle politiche legastellate da aver spinto la rete del Welcome a criticare i contenuti del decreto-sicurezza e ad annunciare uno sciopero della fame a sostegno dei migranti della nave Sea-Watch 3, finché il governo non autorizzerà l’attracco e lo sbarco dei naufraghi a bordo.

Ma quanti sono effettivamente i cittadini necessari per tentare di frenare lo spopolamento? Già i dati presentati dall’Istat e dall’Anci hanno dato l’idea del fenomeno in atto. Ma ad essi si aggiungono i numeri pubblicati da altre due istituzioni: l’Inps e il Censis (Centro Studi Investimenti Sociali).

Proprio quest’ultimo, già due anni fa, segnalava come l’Italia fosse in una fase di spopolamento senza precedenti. Mai il numero di nati è stato così basso dall’Unità d’Italia del 1861.

Aggiungevano inoltre gli analisti Censis: «ci sono 841 comuni in cui nell’ultimo quinquennio (2010-2015) la popolazione è cresciuta esclusivamente grazie agli immigrati».

Sono gli enti locali più isolati, che distano almeno 75 chilometri dai poli urbani maggiori, ad essere a rischio estinzione se non fosse per gli immigrati. In questi comuni minori, gli stranieri «hanno garantito un saldo demografico positivo di 3.685 abitanti e quindi una crescita della popolazione dello 0,4%».

Pronti a “cancellare” Catania e Torino?

La quantificazione dei “nuovi italiani” necessari per frenare l’emorragia di cittadini, è contenuta nel 17° Rapporto annuale Inps presentato a luglio 2018. In quell’occasione, il presidente Tito Boeri, ha presentato numeri di forte impatto che sono un pugno in un occhio a quanti hanno votato a favore del decreto-Sicurezza. «Il declino demografico è un problema molto più vicino nel tempo di quanto si ritenga» ha denunciato l’economista.

Numero di figli per donna. Elaborazione di dati ISTAT dal 1946 in poi.
Numero di figli per donna. Elaborazione di dati ISTAT dal 1946 in poi.

Tradotto in numeri? «Ai ritmi attuali, nell’arco di una sola legislatura, la popolazione italiana potrebbe ridursi di circa 300mila unità». In pratica, prendete una città come Catania e cancellatela dalle mappe.

In questo scenario, ridurre l’immigrazione, unico fattore che dimostra di contrastare la diminuzione di popolazione, peggiorerà e non poco la situazione. Ancora Boeri: «Dimezzando i flussi migratori, in cinque anni perderemmo, in aggiunta, una popolazione equivalente a quella odierna di Torino (886mila abitanti nell’ultima rilevazione, ndr), appesantendo ancora di più il rapporto fra popolazione in età pensionabile e popolazione in età lavorativa».

Urge un milione di nuovi italiani

Il calcolo finale, quindi è presto fatto: senza un piano per attrarre in Italia almeno un milione di nuovi cittadini, il trend non si arresterà. E a risentirne sarà anche la tenuta del sistema pensionistico nazionale. Gli italiani cioè, non solo saranno più vecchi, ma anche più poveri. Se azzerassimo l’immigrazione, si legge nel Rapporto Inps 2018 «nei prossimi 22 anni avremmo 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell’Inps».

Boeri (presidente INPS): «Diciamo agli italiani la verità. Senza i migranti non pagheremo le pensioni»Pensare che basterebbe aumentare i tassi di italiani che lavorano, soprattutto tra le donne, unita a un inversione di tendenza sul fronte natalità, è comunque una illusione non suffragata dai fatti. «Eventuali politiche di recupero della bassa natalità italiana, ovvero dei tassi di occupazione femminili e maschili, potranno correggere gli squilibri demografici nel lungo periodo ma non potranno arginare da sole la riduzione delle classi di popolazione in età lavorativa prevista per il prossimo ventennio».

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