Rodríguez‐Pose: «Il declino economico (non la povertà) spiega il voto anti-sistema»

Il professore della London School of Economics: «Il voto è stato la vendetta dei luoghi che non contano». Decisivo il declino economico. Italia caso da manuale

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte con i vicepresidenti Luigi di Maio e Matteo Salvini in conferenza stampa a dopo l'approvazione della manovra fiscale il 20 ottobre 2018. FONTE: governo italiano (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

«Quello anti-sistema non è un voto contro l’Europa. È un voto contro lo stato dell’economia e della giustizia, contro la mancanza di servizi e opportunità. Persino un voto contro la democrazia». Così Andrés Rodríguez‐Pose, professore di Geografia Economica alla London School of Economics (LSE), intervenuto di recente al Festival dell’Economia di Trento. Ecco la sua analisi del risultato, con tutti i luoghi comuni da sfatare prima che sia troppo tardi.

Andrés RODRIGUEZ-POSE Festival dell’Economia Castello del Buonconsiglio – Sala Marangonerie Trento, 31 maggio 2019 FOTO: Marco SIMONINI

I sovranisti, e non è una sorpresa, non hanno sfondato. Però sono cresciuti, e allora chissà «magari tra tre o quattro anni avremo un governo guidato da Marine Le Pen favorevole all’uscita della Francia dalla UE e a quel punto tutto il sistema finirà per cadere. Il rischio, e non credo di esagerare, è quello di tornare all’Europa degli anni ‘30». La sindrome di Weimar, in sintesi.

Il voto? «È la vendetta dei luoghi che non contano»

Capire l’economia per capire il voto, si diceva. Ovvero, studiare la geografia del malcontento. La questione, sostiene Rodríguez‐Pose, è che il voto anti-sistema rappresenta una sorta di vendetta, quella dei luoghi «che non contano». E che, ovviamente, sono aumentati negli anni per via di un modello di sviluppo basato sulla concentrazione della ricchezza. Il XXI sarà il secolo delle città sosteneva Edward Glaeser in un saggio di enorme successo. Peccato che a beneficiarne siano state solo le metropoli globali. «In Francia prima della riforma del 2015 c’erano 22 regioni – spiega Rodríguez – Quante di queste hanno registrato una crescita economica superiore alla media nazionale dal 1990 al 2015? Una: Parigi. Poi ci stupiamo dei gilet gialli».

Dal Lincolnshire alla Germania (Est)

Ma la Francia è ovunque in questo Vecchio Continente sempre più disuguale. Repliche del tutto simili del suo modello di sviluppo si troverebbero anche in Scandinavia, Portogallo, Romania, Bulgaria, Germania e naturalmente Regno Unito. Brexit docet, appunto. Prendete il distretto di Boston, nel Lincolnshire,  prosegue Rodríguez‐Pose: siamo nel cuore di una delle aree più colpite dal declino economico. Al referendum 2016 circa 3/4 dei suoi cittadini hanno votato a favore dell’addio alla UE.

E la Germania? Ai nostalgici della DDR basterà prendere una mappa del voto per veder ricomparire per magia quell’area economica «che non cresce dal 1995». Le più intense sfumature di verde, pare superfluo aggiungerlo, emergono al contrario nelle grandi città dell’ovest come Dusseldorf, Colonia, Stoccarda e Monaco di Baviera, dove il sostegno per il partito ambientalista tocca i livelli più alti.

Declino non significa povertà

Attenzione però, perché la confusione è dietro l’angolo. Il “declino” non è un fenomeno recente e non ha niente a che vedere con la crisi del 2008. Per capire l’America, ad esempio, non dobbiamo scomodare la bolla finanziaria ma, piuttosto, la deindustrializzazione di tre o quattro decenni fa. Se non addirittura la Grande Depressione. Come dire, trenta, cinquanta, persino 80 anni di solitudine. È l’America di Trump che vive in Ohio, Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, gli Stati chiave del voto 2016. È il voto antisistema dei luoghi trascurati o che si sentono tali.

Il voto presidenziale in Pennsylvania (2016). Immagine: Ali Zifan Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

E allora, forse, non è nemmeno un problema di povertà. Come si spiega altrimenti che i poveri di Philadelphia votino per la Clinton, prosegue il docente, e i ricchi della Pennsylvania rurale scelgano invece Trump? Come si spiegherebbe altrimenti il successo della Lega non solo nelle periferie metropolitane ma anche nelle aree più ricche della provincia italiana?

La terra di mezzo

A ribellarsi, insomma, non sarebbero stati i più poveri, quanto piuttosto quella classe intermedia della geografia contemporanea: dimenticata, frustrata, arrabbiata. Una terra di mezzo, esclusa tanto dalle politiche assistenziali destinate alle aree più povere, quanto dalla concentrazione degli investimenti registrata nelle grandi città. Provincia magari benestante eppure senza futuro, una nemesi del capitale finanziario meneghino e della bellezza romana.

L’Italia dimenticata, insomma, come la Middle England di Jonathan Coe. La Pianura Padana come le Midlands inglesi di Anthony Cartwright, che nel suo romanzo Il Taglio spiega la Brexit con le parole del protagonista: «Il resto del Paese si vergogna di noi. In un modo o nell’altro vorreste che scomparissimo. Andrà a finire che sorgeranno campi, che si costruiranno muri, aspetta e vedrai, e non sarà la mia gente a farlo, Grace, sarà la tua. Sta già succedendo, con le buone maniere che usate voi».

En marche. Si fa per dire. I gilet gialli in piazza a Tours, 2 febbraio 2019. Foto: © GrandCelinien – (G. A.) / Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

«La politica punti su città medie e aree rurali»

Quello italiano è ovviamente un caso da manuale. A differenza di quanto accaduto nei decenni precedenti, spiega a Valori il docente, intervistato a margine del suo intervento, «a partire dagli anni ’90 la maggior parte dell’industria italiana non è riuscita a rinnovarsi. Il Paese – aggiunge – produce molti meno laureati rispetto al resto d’Europa e manifesta una forte resistenza all’innovazione istituzionale. In Estonia l’80% dei cittadini interagisce con la pubblica amministrazione attraverso i servizi digitali; in Italia si scende al 20%, la percentuale più bassa della UE dopo Romania e Bulgaria. E la cosa sorprendente è che questo dato è invariato da dieci anni». Mancherebbe la capacità di innovare, insomma, di creare ricchezza, di garantire formazione e meritocrazia. Come dire, tutto quello che serve ad «aumentare la produttività».

E se davvero la letteratura ha superato la politica, sarà meglio allora che quest’ultima si adegui in fretta.

«Per anni – conclude Rodríguez‐Pose – la politica si è concentrata sulle aree più dinamiche sperando in una successiva espansione della ricchezza e trascurando le città medie e le aree rurali. A queste ultime, oggi, servono politiche nuove, non compensatorie ma mirate, in grado di far crescere le loro potenzialità».

Le altre strategie, al momento, appaiono fuori luogo. Letteralmente.