Parte 1
Finanza etica

Il basic income è un problema europeo (ma un approccio comune non c’è)

Quasi tutti i Paesi Ue si sono dotati di forme di sussidi economici che garantiscono introiti minimi ai cittadini. Ma senza una normativa comune

Di Matteo Cavallito

Un reddito di base, ovvero di cittadinanza, concesso per il solo fatto di esistere. Se ne discute in Italia, non senza – va detto – una buona dose di retorica (pre e post) elettorale. E se ne ragiona, con maggior rigore, nel Vecchio Continente.

Tra i primi ad affrontare la questione è stato lo European Economic and Social Committee (EESC) che nell’aprile 2014 aveva ospitato una conferenza sul tema. Al centro del dibattito la lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Un problema che, almeno potenzialmente, riguarda tuttora oltre il 23,5% della popolazione Ue, con punte del 39 e 40% in Romania e Bulgaria. Ma anche la giustizia sociale, argomento particolarmente caro all’economista britannico Guy Standing, notoriamente uno storico sostenitore del reddito di base.

Tasso di popolazione a rischio povertà negli Stati Ue. Dati 2016
Tasso di popolazione a rischio povertà negli Stati Ue. Dati 2016. FONTE: EUROSTAT

Misure variabili

Standing, padre del neologismo “precariato”, è in buona compagnia. L’idea di un reddito più o meno universale, di base (o di cittadinanza che dir si voglia) o minimo garantito, interessa il dibattito politico e accademico da più di duecento anni: ne parlava Thomas Paine, filosofo, rivoluzionario ed esponente di spicco dei “padri fondatori” degli Stati Uniti d’America, e ne discutevano alcuni dei più noti economisti del ‘900, da James Tobin a Paul Samuelson, da John Kenneth Galbraith a Milton Friedman, teorico dell’imposta negativa per i contribuenti più poveri. Con l’eccezione dell’Alaska, dove ad essere universalmente distribuiti sono i dividendi dell’industria petrolifera locale (1.100 dollari a testa nel 2017) le legislazioni nazionali o locali prevedono in molti casi la misura più “leggera”: quella del reddito minimo garantito.

Si tratta, in larga parte, di un sussidio variabile, destinato a disoccupati, poveri o indigenti. Italia e Grecia a parte, forme di reddito minimo garantito esistono da tempo in tutto il Continente. Dal Minimax belga al Beinstand olandese, passando per le misure di Regno Unito, Francia e Germania, le nazioni europee si sono dotate di sistemi più o meno generosi con livelli variabili di condizionalità (durata del sostegno, impegno alla ricerca di un impiego). Ma una normativa comune a livello Ue è tuttora assente.

Problema tecnico

«A differenza di ciò che accade con la politica monetaria, gli interventi in materia sociale e fiscale sono affidati alle sole disposizioni nazionali» spiega Andrea Fumagalli, professore associato di Economia Politica presso l’Università di Pavia e membro dell’Executive Committee del BIEN (Basic Income Earth Network) e del Bin-Italia (Basic Income Network) in un’intervista a Valori. «Per dirla in altre parole, insomma, fino a quando l’Unione non sarà dotata di una politica fiscale comune, una normativa europea condivisa sul reddito minimo garantito non potrà esistere».

Quanto costa?

Nel giugno 2016, in occasione dell’apposito referendum, il 78% degli svizzeri ha bocciato la proposta di un maxi reddito di cittadinanza da 2.500 franchi mensili (poco meno di 2200 euro). Un’ipotesi, notava l’Economist, che in caso di approvazione sarebbe costata circa 210 miliardi di dollari l’anno, quasi un terzo del Pil. In Francia, Regno Unito e Germania i programmi di assistenza al reddito per le persone in difficoltà (permanente o temporanea) sono in vigore da anni ma con costi decisamente inferiori. Nel 2013, ad esempio, il Revenu de solidarité active (RSA) francese sarebbe costato 8,74 miliardi di euro, pari allo 0,4% circa del Pil transalpino.

Reddito Vs welfare?

L ’ammontare totale dei costi a livello Ue – che dovrebbe tenere conto di iniziative diverse all’interno dei vari Paesi – non è facile da individuare. Ma il suo peso, per chi decidesse di introdurre la misura per la prima volta, potrebbe essere decisamente relativo. «Difficile definire i costi – spiegava a Valori, già nel luglio 2015, Gianfranco Cerea, professore ordinario di Scienza delle finanze all’Università di Trento –ma in ogni caso non va dimenticato che ad essi andrebbe sottratto il risparmio derivante da quei programmi di welfare che il reddito garantito andrebbe a sostituire». Un cambio di gestione, insomma, che potrebbe permettere un uso più efficiente delle risorse pubbliche. Tema, quest’ultimo, a cui l’Europa è da sempre molto sensibile.

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