L’Italia e l’economia globale hanno un problema: la Cina

Nel 2019 la più grande minaccia all’economia del Pianeta potrebbe arrivare dalla Cina. Pechino rallenta. E tutti, Italia compresa, devono avere paura

Di Matteo Cavallito
Piazza Tienanmen, Pechino. Foto: Luo Shaoyang Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Il mondo – Italia compresa, è ovvio – ha problema un’enorme: la Cina. Il 2019, storia nota, non è iniziato sotto i migliori auspici. Tra correzione monetaria, volatilità di borsa, Brexit e affini, l’economia globale ha di che preoccuparsi a lungo.

Ma nel novero dei problemi le vicende di Pechino diventano di giorno in giorno sempre più pressanti. In Italia, a quanto pare, se ne parla ancora poco. Ed è anche questo un problema. Perché in attesa dei fantomatici effetti moltiplicatori della manovra di casa nostra – di cui nessuno ad oggi ha ancora saputo spiegare le dinamiche – l’economia italiana fa i conti con uno scenario globale sempre più complicato.

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«La recessione è all’orizzonte»

«La recessione è all’orizzonte» ha dichiarato al Financial Times il vice direttore del Fmi, David Lipton puntando il dito proprio sul rallentamento cinese. Secondo le ultime previsioni la crescita di Pechino per il 2019 si attesterà al 6,2%. Non abbastanza, forse, per dare respiro al resto del Pianeta.

La Cina copre da sola il 3% dell’export italiano ma anche il 6,7% di quello della Germania che è, a sua volta, la prima destinazione dei prodotti della Penisola (12% del totale).

Destini incrociati, insomma. E la congiuntura non è rassicurante. Berlino è in recessione tecnica, Roma, con ogni probabilità, seguirà a ruota. Secondo le stime dell’OCSE la crescita italiana 2019 si attesterà allo 0,9%. Il deficit dovrebbe salire al 2,5% nell’anno in corso e al 2,8% nel 2020.

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La Cina spera nei prestiti delle banche

A dicembre, in Cina, la produzione industriale si è contratta per la prima volta da un anno e mezzo circa. E se a dirlo sono le statistiche ufficiali (e non gli osservatori esterni, solitamente meno ottimisti) è lecito pensare che la situazione inizi a farsi seria. Un secondo indizio, poi, fa quasi una prova. Il 4 gennaio scorso la banca centrale cinese ha tagliato di un punto percentuale i quozienti patrimoniali sulle riserve degli istituti di credito. Tradotto: le banche del Paese sono cordialmente invitate a erogare più prestiti e/o a investire capitali aggiuntivi sul mercato finanziario. Basterà?

L’istituto centrale cinese ha ridotto la pressione patrimoniale sulle banche del Paese per incentivare il credito e gli investimenti. Foto: Yoshi Canopus Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

Paura sui mercati

L’operazione libera sul mercato liquidità aggiuntiva per 800 miliardi di yuan (quasi 120 miliardi di dollari). Ma gli effetti di breve e medio periodo potrebbero essere limitati. La società di ricerca britannica Capital Economics, in particolare, parla di «preoccupazioni persistenti ancora per diversi mesi». La locomotiva, insomma, fatica ad accelerare. E questo, come si diceva, non è solo un problema di Pechino.

«Dieci anni fa la Cina aveva avuto un ruolo decisivo nel soccorrere l’economia globale dalla crisi finanziaria grazie al lancio di un programma di stimolo monetario da 4 trilioni di yuan (600 miliardi di dollari al cambio attuale, ndrscrive il Financial Times. «Oggi – prosegue il quotidiano britannico – i mercati temono esattamente il contrario. Resi già nervosi dal rialzo dei tassi americani e dal rallentamento della crescita europea, molti investitori hanno paura che la Cina possa trascinare l’economia mondiale verso la prossima recessione».

Pechino affonda il petrolio

Gli esempi – non esaustivi, d’accordo, ma pur sempre degni di nota – si susseguono da settimane. Prendiamo il petrolio, la materia prima numero uno. Le recenti rassicurazioni saudite sul taglio dei volumi produttivi e dell’export hanno generato un rimbalzo del prezzo del barile. Ma resta fresco il ricordo dei minimi di fine dicembre quando il greggio è sceso pericolosamente verso quota 40 dollari nonostante gli stimoli impliciti delle sanzioni USA all’Iran. Meno greggio proveniente da Teheran uguale prezzi più alti, giusto? Sbagliato. Perché a far scendere il prezzo del petrolio ci ha pensato, ma guarda un po’, proprio il calo della domanda del primo importatore mondiale. La Cina, ovviamente.

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L’iPhone e la sindrome cinese

Ha fatto scalpore, al tempo stesso, la recente lettera agli investitori con cui il Ceo di Apple, Tim Cook, ha rivisto al ribasso le stime sui ricavi trimestrali della multinazionale. La responsabilità, sostengono da Cupertino, è da attribuire in larga parte al calo degli acquisti cinesi. Una conseguenza, ha precisato l’azienda, della tensione commerciale tra Washington e Pechino e, più in generale, del rallentamento dell’economia locale. Che, nel terzo trimestre 2019, ha fatto segnare la peggior performance dai tempi della crisi.

Quello che nei sogni di Xi Jinping dovrebbe superare lo status di fabbrica del mondo per trasformarsi in un Paese di consumatori, insomma, ha iniziato da qualche tempo a tirare il fiato. E gli smartphone californiani potrebbero essere solo la punta dell’iceberg.

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