IWBank, 1000 mld di transazioni senza controlli antiriciclaggio

49 milioni le operazioni "bucate" dalle verifiche obbligatorie. Sfuggite ai radar anche transazioni e connessioni con entità offshore presenti nei Panama e Paradise Papers

Di Nicola Borzi

Mille miliardi di euro: a tanto ammontano le transazioni senza controlli antiriciclaggio avvenute tra il 7 maggio 2008 e il 14 maggio 2014 attraverso IWBank, l’istituto online del gruppo Ubi (il terzo operatore creditizio nazionale). Il tutto senza verifiche sulla titolarità effettiva delle somme movimentate su 104mila dei 140mila conti e con esami incompleti sugli altri 36mila rapporti. Il “buco” negli accertamenti obbligatori ha riguardato 49 milioni di operazioni su titoli e strumenti finanziari. La “falla” nei controlli antiriciclaggio è stata via via corretta nel tempo. Ma la rilevanza della questione rimane.

Per quelle vicende, il pm di Milano Elio Ramondini lunedì 25 marzo, nel processo con rito abbreviato che si sta celebrando davanti al Gup del tribunale di Milano Cristina Mannocci, ha chiesto la condanna a un anno e 2 mesi per ciascuno dei 14 indagati nel procedimento dove sono imputati per ostacolo all’autorità di vigilanza (Banca d’Italia) e una sanzione amministrativa di 600mila euro per la stessa banca, imputata per la legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti.

Il 10 aprile è arrivata la sentenza del giudice Mannocci: non c’è stato ostacolo alla Vigilanza, la banca e gli imputati sono stati assolti perché “il fatto non sussiste”.

Gruppo UBI Banca: articolazione territoriale al 31 dicembre 2018. FONTE: Bilancio consolidato 2018 di Ubi Banca.

100mila clienti e 30 miliardi nei conti IWBank

In quei sei anni, oltre centomila clienti hanno versato a IWBank 30 miliardi. Il denaro presente sui conti è stato poi utilizzato dalla clientela per effettuare, per proprio conto, operazioni finanziarie tramite diverse piattaforme di trading online gestite dell’istituto: la principale è Quicktrade ma sono disponibili anche 4Trader+, Sphera® e la app Trading+.

Attraverso questi canali, come ricorda la banca sul suo sito, si può investire in 50 mercati mondiali su azioni, bond, titoli di Stato, fondi, derivati e strumenti più complessi, direttamente o tramite i servizi di decine di società terze. I fondi possono essere utilizzati anche per “scommettere” al rialzo o al ribasso sull’andamento di titoli, contratti o indici moltiplicando sino a decine di volte l’utile (ma anche la perdita) realizzato sulla puntata iniziale grazie al cosiddetto “effetto leva” dell’operazione.

La massa di operazioni realizzate fuori dai controlli antiriciclaggio

Il valore complessivo di questo mare di transazioni sfuggite ai radar antiriciclaggio emerge ora per la prima volta grazie a fonti interne all’istituto che lo hanno estratto interrogando il database di IWBank:

dal 2009 al 2014 sulla sola piattaforma Quicktrade sono passati 33,4 milioni di ordini di compravendita di titoli denominati in euro, per un valore di 920 miliardi.

Nello stesso periodo sono state registrati altri 6 milioni di operazioni realizzate su Quicktrade e denominate in dollari, alle quali si aggiungono milioni di altre operazioni attraverso le altre piattaforme.

Il dato trova conferme nei bilanci consolidati del gruppo Ubi: la media quotidiana degli ordini eseguiti dai clienti di IWBank era salita da 28mila nel 2008 sino a 36.600 nel 2011 per poi tornare a 25.200 nel 2014.

Anche le statistiche di Assosim, l’associazione delle società di intermediazione, attestano la rilevanza della banca online: nel 2010, con il 15,1% del controvalore nazionale, IWBank era seconda in Italia nella classifica dei principali intermediari per controvalore delle transazioni dei clienti sulle azioni, mentre sui bond era quarta con il 7,6% e l’8,4% del controvalore nazionale a seconda del mercato analizzato.

Cosa succedeva nella realtà

Eppure, come rilevato da Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano, in IW Bank «c’erano posizioni intestate a casalinghe novantenni con figli che però facevano gli operatori finanziari. Quando la Guardia di Finanza arrivò a chiedere conto di tanto “disordine” nell’Archivio unico informatico (Aui, il registro obbligatorio nel quale vanno conservati tutti i documenti dei clienti per verificare la titolarità dei conti, ndr), l’istituto non trovò di meglio che presentare una denuncia ai carabinieri sostenendo di aver smarrito la documentazione».

Le discontinuità dei sistemi gestionali che hanno causato la “perdita” degli archivi digitali di IWBank sono avvenute in due diversi momenti, l’ultimo dei quali nel 2015 durante la sua fusione con Ubi Banca Private Investment. La Consob, già a marzo 2011, aveva sanzionato alcuni degli allora vertici di IWBank per inadeguatezze nelle rilevazioni delle operazioni sospette di riciclaggio. Il 30 aprile 2014 la Consob aveva poi notificato al gruppo Ubi l’avvio di una procedura sanzionatoria per ostacolo agli organi di vigilanza.

La “manina” che fece uscire i conti del commissario Consob

Nonostante la confusione, una “manina” rimasta tuttora anonima riuscì però a trovare nel sistema informatico aziendale Siebel le transazioni condotte attraverso IWBank dall’ex commissario Consob Michele Pezzinga durante il suo mandato, salvando un file pdf di 85 pagine con movimenti effettuati tra 2006 e 2013 e girandolo alla Commissione nell’estate del 2014.

Il 16 luglio di quell’anno, quando direttore generale di IWBank era Gianluca Bisognani, la notizia uscì sul Corriere della Sera e rivelò che Pezzinga aveva violato il codice etico della Consob compravendendo bond (ma il vero reato era la diffusione dei suoi estratti conto). Pezzinga era stato in contrasto con l’allora presidente della Consob, Giuseppe Vegas, sulla gestione della fusione tra Unipol e Fonsai, la compagnia assicurativa del gruppo Ligresti. Sia Vegas che Ubi comunque smentirono agli inquirenti qualsiasi ipotesi di scambi tra il “pilotaggio” delle sanzioni Consob e l’uscita da IWBank dei conti di Pezzinga.

L'ex commissario CONSOB Michele Pezzinga
L’ex commissario CONSOB Michele Pezzinga.

Le operazioni di alcune società rilevanti

Ma la banca gestiva anche altri conti rilevanti. Secondo alcune fonti, IWBank annoverava tra i clienti la Gesfid di Ligresti, che da Lugano avrebbe movimentato azioni Premafin e Italcementi; la Partecipazioni Interessenze Azionarie (PIA) di Giovanni Raimondi, uomo vicinissimo a Ligresti e al Vaticano e già amministratore di Banca Sai e Gesfid. Raimondi è consigliere indipendente di Mittel, amministratore dell’Istituto Toniolo che controlla l’Università Cattolica (della quale Raimondi è amministratore e membro del Comitato Direttivo), presidente della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli, amministratore della Fondazione Giovanni Paolo II, presidente della Castello Sgr.

Giovanni Raimondi, Presidente Fondazione Policlinico Universitario Gemelli
Giovanni Raimondi, Amministratore unico della holding Pia Partecipazioni Interessenze Azionarie e Presidente Fondazione Policlinico Universitario Gemelli.

Contattata, PIA di Giovanni Raimondi non ha risposto. Dalla Svizzera invece fanno sapere che Gesfid aveva avuto rapporti di breve periodo dal 2008 con IWBank con un conto bancario di intermediazione utilizzato per gestire la liquidità di Gesfid.

Le perquisizioni e i rapporti con società offshore

Le entità offshore collegate a IWBank non finiscono qui. Stefano Elli ha raccontato su Plus24, il settimanale del Sole 24 Ore, ciò che nel 2015 «cercavano i finanzieri quando si sono presentati a perquisire le sedi di Milano, Brescia e Varese di IWBank»: «Operazioni per 15-16 milioni effettuate con soggetti che triangolavano attraverso i conti online di IWBank denaro che tra Svizzera, Irlanda, Bahamas e Cayman.

Sono quattro le società localizzate alle Bahamas e alle Cayman su cui si sono appuntate le attenzioni della Gdf:

  • Cristallina Investment Fund,
  • Cristallina Strategy Iceberg,
  • Frontwave Capital
  • e Alphabet Global Fund (presente nei Bahamas Leaks, ndr).

La Securities Commission delle Bahamas (Scb) il 26 luglio 2011 registra due società: Orhus Fund Limited (altra entità registrata nei Bahamas Leaks) e Cristallina Investment Fund, entrambe autorizzate su iniziativa della Finter Bank & Trust, oggi Ansbacher Bank».

La Finter Bank & Trust fino al 2012 era controllata dalla Finter Bank di Zurigo, dal 2006 di proprietà di Italmobiliare (holding del gruppo Pesenti) poi ceduta a settembre 2015 a Vontobel. Giampiero Pesenti, presidente di Italcementi e Italmobiliare, è stato consigliere di Finter Bank Zürich. Italmobiliare ha ribattuto ha ribattuto agli articoli di Elli affermando di non sapere nulla di Cristallina Investment Fund e che FinterBank di Nassau è stata banca depositaria di fondi gestiti da terzi senza che Italmobiliare fosse coinvolta nella loro gestione.

I rapporti tra le società di Nassau, Coima Res e Iw Bank

Ansbacher Bank (ex Finter Bank and Trust) è oggi controllata dalla Qatar National Bank, a sua volta controllata al 50% dalla Qatar Investment Authority, il fondo sovrano primo azionista di Coima Res, società immobiliare italiana di cui è presidente Massimo Capuano. Capuano, ex ad di Borsa italiana e di Centrobanca, la Corporate & Investment Bank del gruppo Ubi dal febbraio 2011 fino alla sua integrazione in Ubi Banca nel giugno 2013, è presidente di IWBank dal 3 giugno 2013. In Coima Res come consigliere indipendente sedeva sino al 2018 anche Laura Zanetti, figlia di Emilio, ex presidente della Banca Popolare di Bergamo (gruppo Ubi).

Le indagini della Procura di Brescia

Il 30 maggio 2017 l’allora procuratore aggiunto di Brescia, Sandro Raimondi ordinò l’acquisizione di documenti di Ubi per un’indagine della Direzione distrettuale antimafia che coinvolge, tra gli altri, il responsabile antiriciclaggio di gruppo Carlo Peroni e il suo capo Mauro Senati, responsabile del controllo rischi. Secondo il pm, dall’agosto 2012 al 31 dicembre 2016 «presso la struttura a cui sono demandati i compiti in materia di antiriciclaggio di Ubi banca si sono verificati sistematici episodi di omissione di segnalazioni per operazioni sospette» per una selezionata platea di «soggetti legati a figure apicali in seno al gruppo bancario ovvero facenti parte della governance della banca».

Il procedimento a Milano

Quanto a IWBank, lunedì 25 marzo è iniziato il giudizio con il rito abbreviato i 14 imputati che il Pm milanese Elio Ramondini ha indagato con l’accusa di ostacolo alle funzioni di vigilanza e violazione delle norme antiriciclaggio.

Tra questi ci sono:

  • Alessandro Prampolini (ad e dg della banca dal primo agosto 2009 all’8 ottobre 2012),
  • Mario Cera (consigliere dal 18 settembre 2009 al 17 maggio 2013 e presidente dal 3 marzo 2010 al 17 maggio 2013),
  • Gian Cesare Toffetti (consigliere dall’11 aprile 2007 e vicepresidente dal primo agosto 2009),
  • Giorgio Frigeri (consigliere dall’8 aprile 2009 al 16 maggio 2012 e presidente sino al 3 marzo 2010),
  • Pietro Alberico Mazzola (consigliere dal 18 settembre 2009 al 26 aprile 2012),
  • Ettore Giuseppe Medda (consigliere dal 7 maggio 2008 al 13 maggio 2009 e dal 18 settembre 2009 al 14 maggio 2014),
  • Pierangelo Rigamonti (consigliere dal 18 settembre 2009 al 29 agosto 2012),
  • Renato Tassetti (consigliere del 6 novembre 2009),
  • Mario Noera (consigliere dall’8 aprile 2009 al 16 maggio 2012),
  • Rodolfo Luzzana (consigliere dal 10 maggio 2010),
  • Cosmo Nardella (presidente del collegio sindacale dall’8 aprile 2009 al 31 dicembre 2011),
  • Pecuvio Rondini (sindaco dal 13 maggio 2009 al 31 dicembre 2011)
  • Giorgio Dall’Oglio (sindaco dal 29 marzo 2006 al 31 dicembre 2011).

IWBank è indagata per la violazione della legge 231 sulla responsabilità amministrativa.

Le ipotesi di reato restate fuori dal procedimento

Inizialmente, Ramondini aveva ipotizzato per alcuni indagati anche i reati di riciclaggio e autoriciclaggio, anche in concorso, e di associazione a delinquere, che poi non sono stato contestati nelle richieste di rinvio a giudizio. Questo in attesa che la polizia giudiziaria completi i (difficili) accertamenti sui “reati presupposti” – ad esempio evasione fiscale, appropriazione indebita, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, o altri – che i titolari dei conti “facili” avrebbero commesso grazie alla mancanza di controlli. I magistrati contestano i reati anche alla banca per non aver vegliato e impedito i reati contestati ai suoi amministratori.

Le ispezioni di Banca d’Italia, le risposte degli imputati

Ma gli imputati di IWBank ora sostengono di non aver potuto ostacolare nessuno, visto che Bankitalia era venuta a fare una ispezione nel 2011 e poi nel 2013. Il capo della prima ispezione, Carmelo Lattuca, ha invece affermato al pm di aver segnalato alla banca, invano, una valutazione «di grado 4 – parzialmente sfavorevole». Nonostante sia stata proprio l’ispezione condotta nel 2013 dalla Banca d’Italia a portare alla segnalazione delle 104mila posizioni non verificate nell’archivio clienti, Bankitalia non si è costituita parte civile. «Si tratta di mancanze soltanto formali», si difende la banca, «via via corrette sotto il controllo della Banca d’Italia».

La requisitoria del Pm Ramondini e le falle nei controlli antiriciclaggio di IWBank

Secondo il sito bluerating.com, la richiesta di pena avanzata nell’udienza di lunedì 25 marzo dal Pm Ramondini è stata motivata dal fatto che «gli imputati avrebbero fatto in modo che la Banca d’Italia non si rendesse conto che l’istituto non aveva alcun presidio antiriciclaggio e che mancava l’anagrafica di 104mila clienti. Stando alla ricostruzione dei magistrati, tra il 2008 e il 2014 Iwbank sarebbe stata “una banca fuori controllo”, con 104mila posizioni di clienti prive di adeguate verifiche, come era stato rilevato dal capo del team ispettivo della Banca d’Italia che aveva realizzato una ispezione presso la controllante Ubi Banca nei primi sei mesi del 2011».

Secondo l’accusa, gli imputati «omettevano di evidenziare alla Banca d’Italia le irregolarità in tema di adeguata verifica e registrazione nell’AUI (Archivio unico informatico) della banca». Secondo gli inquirenti le carenze nelle procedure antiriciclaggio andavano dalla «non corretta registrazione nell’Archivio unico informatico» delle operazioni dei clienti alla «mancata registrazione di operazioni disposte da intermediari residenti in Paesi non equivalenti», (quei Paesi in cui le procedure di controllo antiriciclaggio non sono allo stesso livello di quelle obbligatorie in base alla legge italiana e che sono quindi elencati tra i Paesi “a rischio”, ndr), passando per il «mancato inserimento del titolare del conto» fino alla «mancata qualificazione dei clienti secondo il profilo di rischio» (di riciclaggio, ndr), al «mancato censimento delle carte di credito e prepagate aggiuntive intestate a terzi» e all’assenza «di personale con competenze specifiche in materia di antiriciclaggio».

Per la Procura di Milano, «IWbank avrebbe dovuto comunicare queste mancanze alla Banca d’Italia, invece la banca le avrebbe tenute nascoste».

La sentenza: banca e imputati assolti. Non c’è stato ostacolo alla Vigilanza

Il Gup del tribunale di Milano Cristina Mannocci ha assolto «perché il fatto non sussiste» tutti i 14 imputati nel procedimento Iwbank (gruppo Ubi Banca), compreso lo stesso istituto, accusati di ostacolo all’autorità di vigilanza (Banca d’Italia). Il gup del tribunale di Milano ha assolto ex dirigenti, ex consiglieri ed ex sindaci dell’istituto di credito online del gruppo Ubi. Il Gup Mannocci, al termine del processo con rito abbreviato, non ha accolto la tesi della procura di Milano e ha assolto tutti gli imputati dalle accuse.

Contattata tre volte per iscritto su queste cifre e altre vicende relative alle procedure antiriciclaggio di IWBank, Ubi Banca non ha mai risposto alle nostre domande.

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