JP Morgan e la “balena”, via libera alla causa degli azionisti

La banca Usa JP Morgan dovrà affrontare una causa legale a seguito dello scandalo della “London whale”. La maxi operazione sui derivati costata circa 6, 2 miliardi ...

Di Matteo Cavallito
Foto di Håkan Dahlström

La banca Usa JP Morgan dovrà affrontare una causa legale promossa dai suoi azionisti a seguito delle perdite riportate nel 2012 per il cosiddetto scandalo della “balena di Londra”. I fatti risalgono ai primi mesi di quell’anno quando l’istituto, in una maxi operazione di proprietary trading, perse circa 6, 2 miliardi di dollari in rischiose transazioni sui derivati. Responsabile diretto del disastro un trader di nome Bruno Iksil, soprannominato “The London Whale” (la balena londinese, appunto) per la sua consolidata abitudine a piazzare scommesse su enormi volumi di transazioni. Il problema, ha notato in questi giorni il giudice George Daniels, della corte distrettuale di Manhattan, è che gli azionisti hanno il diritto di intentare causa non solo contro il broker-cetaceo ma anche nei confronti dei massimi vertici della banca, a cominciare dal ceo Jamie Dimon e dall’ex Chief Financial Officer Douglas Braunstein. L’accusa? Essere stati a conoscenza dei rischi delle operazioni e averli scientemente minimizzati agli occhi del pubblico e degli azionisti.

 

Nel dettaglio, l’operazione incriminata si svolse più o meno così. JP Morgan scommise su un indice di mercato noto come Markit CDX NA IG Series 9 che identifica lo stato di salute di 121 compagnie americane ad elevato rating, in pratica un paniere di Credit default swaps, i derivati che assicurano in caso di bancarotta sulle obbligazioni. Se il rischio default delle compagnie rappresentate diminuisce, il prezzo dei Cds, e quindi il valore dell’indice, diminuisce. Se al contrario conti e prospettive peggiorano, il costo dell’assicurazione sul default (rappresentato dal prezzo dei Cds e quindi il valore dell’indice), aumenta. Nel marzo 2012, con l’ indice a quota 112, JP Morgan ipotizzò un miglioramento delle condizioni di mercato scommettendo quindi sul deprezzamento dell’indice stesso. Un paio di mesi più tardi però l’indice era salito a quota 150, provocando perdite miliardarie che, per altro, sarebbero state inizialmente sottostimate.

 

Nell’aprile del 2012, ricorda la Reuters, con le prime avvisaglie già evidenti, Dimon minimizzò il rischio dell’operazione definendo i rapporti negativi sul portafoglio degli investimenti come “una tempesta in un bicchier d’acqua” (“tempest in a teapot”, nell’espressione idiomatica originale). L’anno scorso, ricorda ancora l’agenzia, JP Morgan aveva patteggiato la causa legale sulle perdite di Iksil pagando oltre 1 miliardo di dollari di multa alle autorità Usa e UK. Nel patteggiamento la banca aveva ammesso le proprie responsabilità in merito alla vicenda.

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