Kenia, la beneficienza dei ricchi mette in crisi il tessile locale

Il settore della produzione di abbigliamento locale messa in grave difficoltà dall’importazione delle donazioni di vestiti dall’Occidente. Allo studio una legge…

Di Corrado Fontana


Pare brutto da dire ma a volte la solidarietà e la nobile pratica del riuso e del recupero di abbigliamento usati non hanno solo effetti positivi. In Kenia, secondo quanto riporta un approfondimento di «The Guardian», proprio il massiccio flusso di vestiti importati dai Paesi più ricchi, raccolti a seguito di donazioni anche da parte di ong e soggetti senza fini prettamente commerciali, sta mettendo in ginocchio la già fragile produzione dell’industria tessile locale, con la immediata conseguenza di minacciare molti posti di lavoro. Nefaste distorsioni del mercato capitalistico e del consumismo, si potrebbe dire, alle quali il governo del Paese centro orientale dell’Africa sta meditando se porre un rimedio, tramite una legge: Kenia, Uganda e Tanzania starebbero pensando come limitare o interrompere l’importazione di abiti usati sui propri territori.   

 

E se è vero che l’industria tessile in Kenia pare questione non di pochi giorni fa (fino al 1980 impiegava circa 500 mila persone, oggi intorno alle 20 mila, con un declino del 96%), tuttavia non può essere ininfluente il fatto che il Paese ora importi circa 100 mila tonnellate di abiti di seconda mano, scarpe e accessori ogni anno. Secondo la ong internazionale Oxfam più del 70% dei vestiti donati globalmente finisce proprio in Africa.

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