Parte 7

La crisi? «Come 20 anni fa. O forse peggio…»

L'economista Fabio Sdogati (PoliMi): «È il solito ciclo del dollaro, ma la situazione è potenzialmente più grave. E coinvolge anche le economie avanzate»

Di Matteo Cavallito
Fabio Sdogati, ordinario di Economia internazionale al Politecnico di Milano

La crisi che si scorge all’orizzonte «non è paragonabile a quella del 2007 ma ha forti analogie con quella del 1997-98 che colpì i mercati emergenti a seguito dell’apprezzamento del dollaro». Rispetto ad allora, tuttavia, l’interdipendenza economica è cresciuta notevolmente trasformandosi in «un ulteriore meccanismo di propagazione della crisi stessa, con conseguenze potenzialmente più gravi». Lo sostiene Fabio Sdogati, Ordinario di Economia Internazionale presso il Politecnico di Milano.

L’apprezzamento del dollaro sulle valute locali sta avendo un forte impatto sui Paesi emergenti. Come giudica questo scenario?

È una storia nota, lo abbiamo già visto succedere in passato: quando il dollaro si apprezza i Paesi emergenti si trovano in grande difficoltà. La speculazione rafforza questo ciclo e gli investitori ritirano i propri capitali. È un brutto colpo, che alcuni Paesi, come Turchia e Russia ad esempio, stanno patendo in modo particolare. L’Argentina attraversa una fase ancora più difficile per via dei suoi problemi pregressi: il debito estero e le carenze del suo sistema produttivo.

A Wall Street, nel frattempo, è tornata a farsi vedere la volatilità. Si parla di un forte rischio sul carry trade. Concorda?

La volatilità è stata bloccata artificialmente per anni dalle banche centrali e dalle loro politiche espansive. La ripresa delle oscillazioni dei prezzi sul mercato, rientra nella norma e credo che sarà piuttosto graduale. In ogni caso il carry trade diventa oggi molto più rischioso soprattutto se dovesse esserci una risalita dei tassi più rapida del previsto. Di recente, il Ceo di JP Morgan Jamie Dimon ha ipotizzato che i titoli decennali americani possano arrivare a rendere il 4% entro la fine del 2018. Non mi stupirei se accadesse davvero.

Dimon on U.S. Economy, China’s Bond Market, CybersecurityChe conseguenze possono derivare da una guerra commerciale USA- Cina?

Partiamo da un presupposto: nel mondo, sostanzialmente, non esistono più merci prodotte interamente in un singolo Paese. Per questa ragione le ricadute di una guerra commerciale non si scaricheranno soltanto su Pechino ma anche su tutti i suoi principali fornitori come Corea del Sud, Thailandia, Vietnam e Giappone. Vent’anni fa si sperimentò una fase analoga del ciclo del dollaro con conseguenze negative per le economie emergenti. Solo che rispetto ad allora la catena mondiale di subfornitura è diventata assai più ampia e oggi può essere un ulteriore meccanismo di propagazione della crisi. La situazione, insomma, è potenzialmente più grave rispetto al ’97-’98. E coinvolge anche le economie avanzate.

Dazi e guerre commercialiIn che modo?

Per anni la scarsa crescita della domanda di beni e servizi nei Paesi avanzati è stata compensata dai mercati emergenti. Se questi ultimi vanno in crisi possono esasperare il rallentamento delle economie mature.

A proposito di rallentamento: come giudica la frenata tedesca? Ci saranno conseguenze per l’Italia?

La frenata della Germania mi sembra fisiologica: contrariamente al passato il Paese ha raggiunto la piena occupazione e non ha problemi di produttività. Detto questo però è evidente che il rallentamento tedesco genera un calo della domanda di prodotti semilavorati e intermedi dagli altri Paesi. L’Italia è particolarmente esposta: la Germania, d’altra parte, resta la prima destinazione del nostro export.

Gli avanzi primari non bastano. Alle finanze italiane servono politiche di crescita

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