La giustizia minorile funziona. Ma quante disuguaglianze…

La misura della messa in prova ha avuto esito positivo nell’80% dei casi. Lo rivela il 4° Rapporto Antigone sugli Istituti di Pena per Minorenni

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C’è una buona notizia nel panorama malconcio della giustizia italiana: quella minorile è un sistema che funziona poiché riesce a ridurre a numeri minimi i ragazzi anche grazie alla sospensione del processo e alla messa alla prova. Questi infatti hanno rappresentato una delle innovazioni giuridiche e culturali che più hanno caratterizzato in senso non repressivo e custodiale la giustizia minorile. Tra il 1992 e il 2016 l’andamento nella concessione delle misure è sempre, più o meno, stato crescente, passando dai 788 provvedimenti di sospensione del processo per messa alla prova nel 1992 fino ai 3.757 casi del 2016.

Una crescita di quasi cinque volte che avrebbe dovuto comportare una crescita corrispondente del personale di giustizia e dei servizi sociali, cosa non accaduta. Nel decennio intercorrente tra il 1992 e il 2002 l’istituto della sospensione del procedimento con relativa messa alla prova è cresciuto al diminuire del numero dei ragazzi denunciati. L’esito positivo finale della misura ha superato la percentuale dell’80% più o meno tutti gli anni, salvo rare eccezioni. E’ stata dell’80,9% nel 2016. Sono i primi dati di Guardiamo Oltre, il 4° Rapporto di Antigone sugli Istituti di Pena per Minorenni (IPM)

Ciò nonostante, in questi numeri ci sono sempre le stesse persone: gli stranieri, i ragazzi più marginali del sud Italia, tutti coloro per i quali la fragilità sociale e l’assenza di legami sul territorio rende difficile trovare percorsi alternativi alla detenzione. Una fotografia delle disuguaglianze crescenti cui il sistema-Italia non sa dare risposta.

Nei sedici Istituti Penali per Minorenni (IPM) d’Italia i ragazzi/e sono 452: i minorenni sono il 42%, i maggiorenni il 58%. Le ragazze sono 34 (pari all’8%) mentre gli stranieri sono in totale 200 e rappresentano il 44% della popolazione detenuta.

Il 48,2% di chi è attualmente detenuto in un IPM è in custodia cautelare. E ad esserlo sono soprattutto i minorenni. Tra loro l’81,6% non ha ancora una condanna definitiva. Inoltre gli stranieri in custodia cautelare sono più degli italiani, rappresentando il 53,5% del totale.

“Nonostante questo quadro – dichiara Susanna Marietti, responsabile dell’Osservatorio Minori di Antigone – possiamo fare di più e meglio. Possiamo cancellare ogni forma di selezione sociale nella giustizia minorile e spingere ovunque quella capacità di attenzione alle problematiche del singolo che gli operatori hanno sempre dimostrato”.

“Guardiamo oltre – sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – anche relativamente ai contenuti della riforma voluta dal Governo per le carceri italiane che a giorni dovrebbe essere presentata”.  “La speranza – gli fa eco Alessio Scandurra, altro curatore del rapporto insieme a Susanna Marietti – è quella che finalmente si scriva un ordinamento penitenziario organico specifico per i minori detenuti, nuove regole che mettano al centro in maniera radicale un progetto educativo e non repressivo e l’apertura al territorio. I ragazzi in carcere non possono essere gestiti con le stesse regole degli adulti”.

@lamarty_twi