Recessione alle porte: le banche centrali dichiarano guerra ai mercati

La fine dello stimolo monetario penalizza i mercati. Le Borse soffrono. I segnali di recessione si rafforzano: si rischia un’altra tempesta (anche in Europa)

Di Matteo Cavallito
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«Per i mercati finanziari la dichiarazione di guerra è già avvenuta da tempo e si gioca a livello monetario». Lo sostiene Didier Saint-Georges, Managing Director e membro del comitato investimenti della società di gestione Carmignac, in una nota diffusa nei giorni scorsi. Le principali banche centrali, insomma, sono pronte a chiudere la fase espansiva iniziata dopo la crisi del 2008 ma il momento non potrebbe essere meno favorevole. I segnali di recessione ci sono tutti e l’aria inizia a farsi pesante.

Il Nasdaq MarketSite a Times Square, New York. Dalla crisi ad oggi l’indice dei titoli tecnologici ha guadagnato quasi il 500%. CC0 Creative Commons

I mercati annaspano

Le borse mostrano da tempo una certa crisi. I mercati azionari emergenti, sottolinea in particolare la nota, hanno ceduto mediamente il 17%: quelli cinesi hanno bruciato un quinto del loro valore.

L’Eurostoxx 50, un termometro affidabile per i mercati borsistici del vecchio Continente, viaggia poco sopra i 3.000 punti e ha perso quasi il 13% dall’inizio dell’anno. L’indice globale Msci World, infine, è sceso nei giorni scorsi a quota 1.965 punti cedendo così il 12,6% dal picco di gennaio.

Gli USA, per ora sono relativamente stazionari. Ma non per caso: a compensare gli effetti negativi della risalita dei tassi c’è il rientro dei capitali offshore motivato tanto dalle agevolazioni fiscali quanto dalla fuga dai mercati emergenti (flight to quality). Che, da parte loro, sono le arcinote vittime delle mosse rialziste della Fed e del conflitto commerciale Washington-Pechino.

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Fine di una storia

Lo scenario si chiarisce di giorno in giorno. E non è una bella sensazione. Per ora siamo alle «scaramucce», sottolinea Carmignac, il preludio alla «prima vera offensiva». Quanto peserà quest’ultima, ovviamente, non è dato saperlo. Quel che è certo, però, è che la decennale storia d’amore tra le banche centrali e i mercati ha contribuito non poco a gonfiare i bilanci delle prime e l’ego dei secondi.

Nell’aprile 2018, segnalava un rapporto della società di consulenza Yardeni Research, gli asset in mano a Federal Reserve, BCE e Bank of Japan sfioravano i 15 trilioni di dollari, 3,5 volte la somma registrata nel 2008. Una massa di titoli più o meno problematici (debiti sovrani, obbligazioni corporate, prodotti strutturati della crisi) drenata sui mercati in cambio di liquidità a tassi nulli o quasi che ha mandato in orbita le borse.

Negli ultimi dieci anni, ricorda in proposito Carmignac, lo S&P 500 è cresciuto del 167% mentre il Nasdaq ha fatto segnare uno spaventoso +464%. Ora però la festa sembra davvero finita.

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Anche Tokyo frena sugli acquisti

A novembre il valore degli asset in mano alla Bank of Japan ha raggiunto quota 553.600 miliardi di yen, circa 4,9 trilioni di dollari. La BoJ è diventata così la prima banca centrale del G7 con un bilancio superiore al valore del Pil nazionale. Il dato è impressionante soprattutto nel confronto con quello di dieci anni prima: appena 100 mila miliardi di yen. Ma la notizia è che anche Tokyo ha deciso di porre un freno alla festa. Alla fine di ottobre, l’istituto centrale ha annunciato un rallentamento degli acquisti, prima vera operazione “restrittiva” da diversi anni. Per ora nessuno ha cambiato idea. Eppure le notizie sul fronte macro non sono incoraggianti. Nell’ultimo trimestre il Pil giapponese ha registrato una contrazione su base annuale del 2,5%. È la peggiore inversione di rotta degli ultimi quattro anni.

Occhi puntati sulla BCE

Tutta l’attenzione però è per Mario Draghi. La certezza è che alla fine dell’anno la BCE chiuderà il suo programma di acquisto titoli, iniziativa pluriennale da due trilioni di euro che ha consentito all’Europa – Italia in primis – e ai suoi mercati di uscire dalle secche della deflazione e dello spread. I dubbi semmai riguardano il futuro dei tassi, sul cui rialzo, per ora, non si fanno previsioni troppo convinte. L’inflazione, ha ammesso il numero uno di Eurotower, non è ancora soddisfacente il che non esclude la necessità di mantenere qualche stimolo per i mercati. Oltre che per l’economia reale e le sue imprese più a rischio.

Le banche centrali hanno creato un esercito di zombieAllarme zombie

L’allarme, in questo senso, lo ha lanciato la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International Settlements – BIS) in un rapporto diffuso a settembre. Anni di Quantitative Easing e di tassi nulli hanno contribuito a creare una massa di compagnie zombie. Morti viventi dell’economia che sopravvivono solo grazie ai bassissimi costi di indebitamento.

Alla fine degli anni ’80, nelle economie avanzate, i walking dead rappresentavano appena il 2% delle imprese; nel 2016 avevano raggiunto il 12%. In caso di rialzo dei tassi, con conseguente aumento dei costi del credito, le imprese più inefficienti – nota il Guardian – rischiano di essere spazzate via dal mercato. Producendo così un aumento della disoccupazione. L’ultima cosa di cui i mercati hanno bisogno.

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