Le vere vittime della guerra Trump-Xi

Nuvole nere si addensano sulla testa dei mercati emergenti: il rialzo dei tassi Fed e la guerra commerciale tra Usa e Cina spaventano gli investitori

Di Matteo Cavallito
il presidente Usa Donald Trump e l'omologo cinese Xi Jingping con le rispettive first lady, Melania e Peng Liyuan

È presto, d’accordo, per parlare apertamente di “tempesta perfetta”. Ma la convergenza dei fattori rilevata nelle ultime settimane appare davvero preoccupante. A un decennio di distanza dallo scoppio della crisi globale, il mondo guarda ancora all’America e alle due grandi dinamiche macroeconomiche del nuovo corso: il rialzo dei tassi della Federal Reserve e la guerra commerciale tra Washington e Pechino. Donald Trump e Xi Jinping, per ora, alzano la voce a colpi di dazi sulle importazioni. E il rischio è che a pagarne il prezzo più alto possano essere i grandi protagonisti del nuovo secolo economico: i mercati emergenti.

Monete locali deboli, rischi forti per i conti pubblici

Osservato speciale è ovviamente il debito in dollari di questi ultimi su cui incombe la progressiva stretta monetaria americana. La svalutazione delle monete locali, che potrebbe essere favorita dal rialzo dei tassi USA, finisce infatti per rendere più costoso il ricorso agli eurobond – i titoli denominati in valuta estera, quasi sempre biglietti verdi – generando ulteriori rischi per i conti pubblici. Una prospettiva che non rassicura certo gli operatori.

I problemi, però, non riguardano solo il debito. Come notava a inizio anno un’analisi della Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements, BIS), infatti, la storia dimostra con una certa regolarità come le svalutazioni producano spesso anche un calo degli investimenti. Questo fenomeno, sottolinea la Banca, è talmente rilevante da azzerare il vantaggio competitivo sull’export garantito per contro da una moneta più debole. Nel saldo costi/benefici delle scelte strategiche della FED, in altre parole, le economie emergenti finirebbero per rimetterci. “La nostra analisi – scrive la BIS – dimostra che un dollaro più forte ha effetti macroeconomici reali che vanno nella direzione opposta rispetto alle dinamiche commerciali standard. Nonostante l’aumento delle esportazioni nette, l’effetto frenante del biglietto verde sull’investimento può mitigare qualsiasi beneficio proveniente dalle esportazioni”.

Investitori in ritirata?

Gli investitori dei mercati emergenti”, ha scritto ad aprile il Financial Times, “mostrano segnali di cautela poiché il pesante ritmo delle vendite di debito da parte di aziende, banche e governi si è combinato dall’inizio dell’anno con una performance negativa dei prezzi delle obbligazioni”. Nel primo trimestre – sostiene la società di analisi Dealogic – i titoli sovrani emessi dagli emergenti (dati al 23 marzo) ammontano a 100 miliardi di dollari, 16 in meno rispetto ai primi tre mesi 2017; i bond delle società private, invece, si attestano a 179 miliardi, una cifra molto distante dal record registrato nel primo trimestre 2016 (241 miliardi). Il primo aprile il JPMorgan global EM bond index, l’indicatore che misura la performance delle obbligazioni emesse dalle nuove economie, segnava un rendimento negativo del 2,3% contro il +9,1% dello scorso anno. Oggi, l’iShares J.P.Morgan $ Emerging Markets Bond, un exchange traded fund (ETF) che replica la performance del medesimo indice, viaggia attorno ai 90 punti, contro i 95 di inizio anno

 

A proposito di ETF: verso la fine di marzo, in una nota ripresa dalla rivista Barron, l’analista di Bank of America Merrill Lynch, David Hauner, ha sottolineato la crescente presenza di questi veicoli finanziari nel mercato obbligazionario emergente. L’ipotesi, aggiunge, è che una ritirata strategica dei fondi possa anche innescare una crisi di liquidità. “Il debito dei mercati emergenti ha avuto per anni una certa popolarità – scrive Barron – (…) ma il rialzo dei tassi americani potrebbe renderlo ora meno attraente”. A febbraio, il saldo finale investimenti/disinvestimenti negli emerging markets ha fatto registrare un deflusso di 1,2 miliardi di dollari. Tra i Paesi più esposti agli ETF, Hauner cita in particolare Ecuador, Sri Lanka e Romania. Tra i meno coinvolti Malesia e Russia.

Vittime di “guerra”

A complicare il tutto, infine, c’è la guerra dei dazi. Bank of New York Mellon, in particolare, ha puntato il dito sulle nazioni che rischiano di subire i maggiori contraccolpi sul fronte delle esportazioni come Brasile, Turchia e India, principali fornitori di acciaio degli Stati Uniti. Ma il problema potrebbe essere più esteso. L’ipotesi che più spaventa i mercati, sostiene in particolare la Reuters, è che il conflitto commerciale possa colpire di riflesso proprio le economie emergenti. “La Cina è un hub dove i prodotti provenienti dal resto dell’Asia vengono assemblati per essere riesportati in Occidente e negli Stati Uniti in particolare”, ha dichiarato Inan Demir, senior economist presso Nomura International, secondo il quale l’imposizione dei dazi ridurrebbe di riflesso lo spazio per l’export degli altri Paesi in direzione Pechino.

È solo un’ipotesi, d’accordo. Ma la logica sembra stringente e i mercati potrebbero aver già fiutato qualcosa: lo scorso 4 aprile, l’indice MSCI ha perso l’1,5% bruciando tutti i rialzi del 2018 sulla spinta delle performance negative delle piazze asiatiche – Hong Kong, Malesia e Corea del Sud – e della borsa sudafricana.

Male anche le valute che nella stessa giornata hanno fatto registrare significativi deprezzamenti. Il rand sudafricano ha perso lo 0,74% sul biglietto verde mentre la lira turca ha ceduto lo 0,67%. Più contenuti i ribassi di rublo, won sudcoreano e peso messicano. I deprezzamenti, per altro, contrastano con il trend positivo sperimentato nell’ultimo anno che ha evidenziato una significativa stabilizzazione dei tassi di cambio. E il timore, a questo punto, è che ad ogni escalation della tensione sull’asse Washington-Pechino possa seguire una correzione al ribasso delle valute emergenti. Con ovvie ricadute sul debito estero.

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