L’intervista a Berdini (ex giunta Raggi), da sempre contrario al nuovo stadio

L'intervista a Paolo Berdini, urbanista ed ex assessore della Giunta Raggi: “Lo stadio a Tor di Valle è un progetto che sfama solo interessi privati”

Di Emanele Isonio
L'urbanista Paolo Berdini

Probabilmente saranno i 9 arresti legati alla costruzione dello stadio della Roma a determinarne lo stop. Ma in Campidoglio era arrivata anche una pila di ricorsi e atti di opposizione: 31 in tutto. Si sono opposti i comitati di pendolari e residenti, preoccupati per la viabilità che andrebbe in tilt, gli ambientalisti in allarme per l’Ecomostro e il rischio speculazione, il Codacons che giudica l’operazione “illegittima”, i Radicali. E ancora gruppi di ingegneri e architetti, compreso Paolo Berdini, urbanista di fama internazionale, assessore all’Urbanistica e Lavori Pubblici per 8 mesi durante la giunta Raggi, che ha spedito in Comune un suo documento per chiedere di fermare l’approvazione della variante urbanistica.

«Sulla questione “stadio della Roma calcio” i Cinquestelle e Virginia Raggi hanno cancellato le promesse fatte in campagna elettorale. Una inversione a U rispetto alle posizioni nettamente contrarie all’opera espresse quando Roma era guidata da Ignazio Marino».

 

Professor Berdini, il suo è stato uno dei soli quattro nomi di assessori rivelati dalla Raggi prima delle elezioni. In teoria avrebbe dovuto essere fra gli inamovibili. Che è successo invece?

È successo che ho dovuto osservare un progressivo cambio di rotta rispetto a quanto i Cinquestelle hanno sempre affermato quando erano all’opposizione, sia a Roma sia a livello nazionale.

 

Quando ha iniziato a collaborare con loro?

Ho iniziato nel 2013 con il gruppo 5 Stelle alla Camera per scrivere una legge per bloccare il consumo di suolo. Quel testo fu trasformato in una proposta di legge e pubblicizzato in giro per l’Italia. Poco dopo, i 4 consiglieri pentastellati al Comune di Roma (tra i quali la stessa Raggi), all’opposizione della giunta Marino, mi chiesero di collaborare alle azioni contro il progetto stadio. Nel programma quindi la loro posizione era chiarissima.

 

Poi con la vittoria alle elezioni comunali di giugno 2016, il cambio di rotta…

Sono stato scavalcato nella ricerca di un compromesso con Pallotta e soci. Una cosa molto grave, soprattutto perché dopo mesi di lavoro era arrivato il parere negativo dagli uffici dell’assessorato Urbanistica contro quello sciagurato progetto. E invece si riapre il “tavolo di confronto” con la speculazione fondiaria.

 

Non la stupisce che una forza politica di rottura, come affermano di essere i 5 Stelle, nonostante una clamorosa vittoria elettorale, abbia accettato quel progetto?

Ovviamente. Si avvertiva in città una tensione positiva enorme: dopo gli scandali dell’amministrazione Alemanno e Mafia capitale, governava Roma una forza pulita libera da interessi oscuri. Forse è mancata quella indispensabile cultura politica che può permettere di affrontare le sfide più difficili. Sullo stadio si sono spaventati di una eventuale richiesta di risarcimento da parte dell’AS Roma. Qualcosa di simile era già accaduto nei mesi scorsi per il progetto di recupero del compendio immobiliare dell’ex Fiera di Roma di via Cristoforo Colombo, ma in quell’occasione nella mia posizione ero stato spalleggiato da Marcello Minenna e Carla Raineri (assessore al Bilancio e capo di gabinetto, dimessisi a settembre in polemica con Raffaele Marra, ndr).

 

Ha ricevuto pressioni di gruppi finanziari per un via libera al progetto?

Personalmente no. Ma è evidente che importanti istituti bancari hanno interesse a poter finanziare un progetto faraonico come questo. E alla stessa Unicredit conviene se Parnasi, che è un importante debitore della banca, si rafforza economicamente.

 

E i 5 Stelle che vantaggio traggono?

Avevano già detto no alle Olimpiadi – secondo me a torto perché avrebbero potuto dimostrare all’Italia intera come si può trasformare un grande appuntamento spesso segnato da sprechi e scandali in un’opportunità di rilancio per la città. Ma non hanno accettato la sfida. Eppure si trattava di un progetto pubblico interamente finanziato dallo Stato. Il paradosso è che hanno rifiutato un’opera pubblica come sarebbero state i Giochi olimpici e invece hanno detto sì a un progetto che soddisfa esclusivamente appetiti privati. Forse qualcuno all’interno di quel movimento pensa che per arrivare al governo nazionale qualche prezzo vada pagato…

 

Dal punto di vista tecnico, che ne pensa dell’accordo trovato tra il Comune e la AS Roma?

Ho sempre detto che nell’area di Tor di Valle, a forte rischio idrogeologico e completamente avulsa dal tessuto urbano della città, anche costruire un solo metro cubo di cemento è un errore. E ho al contrario sempre perorato l’ipotesi di costruire il nuovo stadio altrove, dove sarebbe potuto diventare un’opportunità di sviluppo di una periferia, come nella zona di Torre Spaccata, nella periferia sud-est di Roma. Solo per aver espresso la mia opinione sono stato vergognosamente accusato di favorire interessi di altri proprietari terrieri. La macchina del fango si era messa in moto.

 

A Roma c’è lo Stadio Olimpico. Poi c’è il Flaminio, considerato un gioiello di architettura ma che cade a pezzi abbandonato. Ma serve davvero un terzo stadio?

Quelle due strutture esistenti andrebbero profondamente rimaneggiate per renderle adeguate alle attuali esigenze ma sono intoccabili perché sottoposte a vincolo monumentale. Forse si sarebbe potuto avviare – come è stato fatto per lo stadio del tennis del Foro italico – un serio rapporto con le Soprintendenze per permettere mutamenti rispettosi delle caratteristiche dei manufatti così da evitare di avere zone abbandonate in piena città. Ma ho accettato pure la sfida di un altro stadio, se collocato in un luogo che potrebbe trasformarlo in un beneficio per l’intera comunità. Del resto, la legge sugli stadi è in vigore e chi amministra deve rispettare le leggi dello Stato.

 

Quindi esistono grandi opere compatibili con l’interesse collettivo?

Sì. A patto che sia il potere pubblico, a partire dall’amministrazione comunale, a guidare i giochi, decidendo dove vanno fatte e in che modo. Altrimenti è solo un favore ai poteri forti. E purtroppo la storia urbana di Roma negli ultimi venti anni, e cioè da quando trionfa l’urbanistica contrattata, è un ignobile campionario delle più spregevoli speculazioni immobiliari.

 

A proposito dei poteri forti: questa vicenda dimostra che essere onesti non basta. Che cosa serve per contrastarli davvero?

Bisogna essere preparati e aver studiato. Tanto.

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