Nel mondo dei media: se l’informazione è nelle mani di pochi

Nel comparto dei media le fusioni sono all'ordine del giorno. La concentrazione porta alle aziende più potere, ma toglie libertà e autonomia alle testate

Pochi grandi colossi controllano il mondo dei media, nel mondo e in Italia © ADragan/iStockPhoto

Se c’è un settore in cui la concentrazione della proprietà (talvolta un vero oligopolio) è evidente, è quello dei media. Come evidenti sono le conseguenze deleterie che ne derivano, innanzitutto in termini di libertà di informazione, che va progressivamente a scomparire. Accade a livello globale, con pochi colossi che controllano il mercato dell’informazione (e dell’intrattenimento) mondiale. E accade nei singoli Paesi. In Italia in primis con l’intero comparto nelle mani di pochi “signori dell’informazione”.

Nel mondo pochi big controllano l’informazione

Charter Communications, Netflix, ViacomCBS, Disney, DISH Network, Fox, Discovery e Omnicom Group. Sono i grandi conglomerati che controllano il settore dei media a livello globale. Lo sostiene Forbes che lo scorso maggio la pubblicato Forbes Global 2000, la classifica delle principali società quotate in termini di fatturato.

Al primo posto, appunto, c’è Comcast, seguito da Charter Communications, le uniche due società di media tra le prime 100 che hanno visto una crescita dal 2020.

Concentrazione nei media: più grandi, più forti

Le fusioni e acquisizioni nel mondo dei media sono all’ordine del giorno. Un modo per competere tra colossi, in un mercato in cui più sei grande e più conti (cosa che vale per tutti i settori, ma per alcuni di più). Ne è un esempio la fusione, avvenuta nel dicembre 2019, tra Cbs e Viacom, entrambi sotto il controllo della famiglia Redstone. Ne è nata ViacomCBS, uno dei più importanti produttori e fornitori di contenuti a livello mondiale, da oltre 13 miliardi di dollari in termini di investimenti annuali in contenuti. Una fusione voluta per poter competere meglio con le rivali più grandi, soprattutto dopo l’unione tra AT&T e Time Warner e quella tra Walt Disney e 21st Century Fox (nel marzo 2019). 

Disney
Quella tra Disney e 21st Century Fox nel marzo 2019 è una delle più importanti fusioni degli ultimi anni nel comparto dei media © Marvin Samuel Tolentino PinedaiStockPhoto

Perché certamente la fusione tra aziende dei media porta a maggiori margini di profitto, riduzione del rischio e mantenimento di un vantaggio competitivo.

Nel mondo dei media, più fusioni significa meno libertà

Se, da un lato, la fusione tra due società comporta economie di scala e un aumento del potere commerciale della nuova realtà, dall’altro, se si parla di comparto de media, la concentrazione dell’offerta in poche mani ha come naturale conseguenza la perdita di libertà e di autonomia.

La concentrazione della proprietà, infatti, è considerata uno degli aspetti cruciali che riducono il pluralismo dei media. Perché riduce la pluralità dei punti di vista politici, culturali e sociali. 

Trasparenza della proprietà dei media, influenza commerciale e dei proprietari sui contenuti editoriali, concentrazione dei media, indipendenza politica, pluralismo, inclusività sociale e protezione dei giornalisti. Sono alcuni dei fattori considerati dal Centro per il pluralismo e la libertà dei media, sostenuto dalla Commissione europea, per valutare il mercato dell’informazione. Oltre a una valutazione di insieme sul panorama europeo ha approfondito la situazione nei singoli Paesi Ue. E l’Italia è risultato un Paese ad “alto rischio”.

Il Italia il mercato dei media è un oligopolio

Proprio la poca trasparenza della proprietà dei media, l’influenza commerciale e dei proprietari sui contenuti editoriali, l’alta concentrazione dei media sono gli elementi che segnano un alto rischio per il pluralismo dei media in Italia (caratteristica del panorama audiovisivo degli ultimi trent’anni). I primi 4 player del settore – Rai, Fininvest, Sky e Cairo – realizzano il 90% delle entrate del mercato audiovisivo. E, nonostante le iniziative dell’autorità di regolamentazione e dell’autorità garante della concorrenza di fronte alla sfida digitale, anche l’indicatore della concentrazione della piattaforma on line e l’applicazione della concorrenza sono ad alto rischio.

L’informazione in Italia è in mano a pochi nomi

In Italia pochi grandi nomi si spartiscono il mercato dell’informazione.

  • La famiglia Agnelli da agosto 2020 controlla GEDI (ex Editoriale l’Espresso), fino a quel momento di proprietà dell’ingegner Carlo De Benedetti. Per essere precisi GEDI è stata acquisita da Giano Holding, società costituita ad hoc da EXOR, la holding quotata della famiglia Agnelli (che controlla tra le altre anche la Juventus). Tra i quotidiani nazionali, GEDI è proprietaria di La Repubblica e La Stampa. Ma anche del Secolo XIX di Genova e di una moltitudine di testate locali.
  • Silvio Berlusconi: oltre a Mediaset e Mondadori, tramite la Fondazione San Raffaele (di cui possiede il 60% delle azioni), controlla anche Libero Quotidiano. Possiede inoltre quasi per intero l’azionariato del Giornale, tramite la Società Europea di Edizioni. 
  • Urbano Cairo: è editore del Corriere della Sera, della Gazzetta dello Sport, che fanno parte di RCS Mediagroup (già Rizzoli-Corriere della Sera) di cui Cairo ha acquisito il settore dei giornali.
  • Francesco Gaetano Caltagirone: il costruttore romano è proprietario del Messaggero, di Leggo, del Mattino di Napoli e di altri quotidiani locali.
  • Confindustria: è proprietaria del Sole 24 ore, di Radio 24 e dell’agenzia di stampa Radiocor.
  • Andrea Riffeser Monti: è presidente del gruppo Monrif (fondato dallo scomparso petroliere Attilio Monti). Possiede Il resto del Carlino di Bologna e la Nazione di Firenze. Con l’acquisizione del milanese Il Giorno, gli eredi hanno costituito il Consorzio QN-Quotidiano Nazionale.
  • Roberto Amodei: l’editore monopolizza la stampa sportiva (Gazzetta dello Sport esclusa).
  • Carlo Panerai: è specializzato in pubblicazioni economico-finanziarie e di lusso, con Class Editori. Pubblica i quotidiani MF Milano Finanza e Italia Oggi, ma anche diversi periodici.
  • Antonio Angelucci: ha acquistato L’Unità, prima del suo fallimento. E oggi è l’editore del quotidiano romano Il Tempo.

Essere più grandi per competere con gli Usa

In Europa non esiste una legislazione specifica sulla concentrazione dei media, ma una serie di strumenti giuridici come il protocollo di Amsterdam, la direttiva sui servizi di media audiovisivi e programmi d’azione, contribuiscono direttamente e indirettamente a frenare la concentrazione dei media a livello dell’UE. Su questo fronte però esistono pressioni contrapposte. Perché siamo di fronte a un mercato internazionale e, per competere con i colossi made in Usa, i  big europei sostengono di dover aumentare la propria massa critica. Da qui la richiesta di rimuovere le restrizioni sulla proprietà dei media all’interno dell’Ue in modo che i campioni europei possano accumularsi per respingere la minaccia degli Stati Uniti.