Diritti umani

Alle minoranze Usa, pene più severe. Il (costoso) razzismo delle Corti federali

La retorica anti-immigrazione ha influito anche sulla giustizia Usa. A parità di reato, ispanici e neri ricevono condanne più dure. Un danno anche economico

Di Emanuele Isonio
"Equal Justice under law" è la frase che campeggia nel timpano della facciata della sede della Corte Suprema Usa. Ma un confronto tra la severità delle sentenze emesse contro i bianchi e contro le minoranze mette in serio dubbio l'esistenza di una "giustizia uguale in base alla legge"

Sentenze sistematicamente più severe a parità di reato e di tipologia di autore del crimine, solo per l’appartenenza a un’etnia rispetto a un’altra. Un razzismo di Stato, che avviene nelle Corti federali statunitensi. Nel 21esimo secolo. E, almeno per il momento, le discriminazioni non sono legate alle politiche razziste di Donald Trump.

Il fenomeno va avanti da ben più tempo. Decenni almeno. Ad acuire la disuguaglianza una data in particolare: l’11 settembre 2001. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, nelle Corti di giustizia federali statunitensi sono aumentate le condanne discriminatorie nei confronti delle minoranze, a partire da quelle comminate contro gli ispanici. Le sentenze contro queste categorie sono mediamente più elevate rispetto a quelle irrogate agli imputati di razza bianca. E poco importa evidentemente che gli ispanici nulla avessero a che fare con l’attentato della Grande Mela.

Il costoso razzismo delle Corti federali

La retorica anti-immigrazione ha influito anche sulla giustizia Usa. A parità di reato, ispanici e neri ricevono condanne più dure. Un danno anche economico. Qui per più info: https://bit.ly/2u7kpbA

Posted by Valori.it on Thursday, July 5, 2018

Usa terra di carceri

A rivelare il fenomeno è una approfondita ricerca realizzata da Irman Rasul, professore di Economia all’University College di Londra e codirettore del Centro ESRC per le analisi microeconomiche delle politiche pubbliche presso l’Institute of Fiscal Studies.

Gli Stati Uniti già brillano per il numero di cittadini finiti in carcere. Un quarto di tutti i detenuti del mondo è nelle galere a stelle e strisce (nonostante il Paese abbia appena il 5% della popolazione mondiale). Un numero impressionante se paragonato con altri Stati. 655 detenuti ogni 100mila abitanti. Il doppio del secondo in classifica (la Turchia) e del terzo (Israele). Sei volte più della Francia. Quasi 7 volte in più dell’Italia.

Gli Usa stravincono la classifica dei Paesi con più detenuti. Numero di detenuti ogni 100mila abitanti. Anno 2018. FONTE: OCSE

Un gap di 5 mesi a parità di reato

Che, nella formazione di quel dato, alcune minoranze “contribuissero” di più è  notizia sconcertante ma ormai nota. Un afroamericano su 9 fra i 20 e i 34 anni è attualmente in prigione. E uno su tre, nel corso della propria vita, finirà prima o poi in carcere. Gli ispanici hanno una probabilità di finire in carcere 4 volte maggiore rispetto ai bianchi. Inoltre, mediamente, gli statunitensi di razza bianca sono condannati a 41 mesi di carcere, gli ispanici a 42, i neri a 83 mesi.

La novità dello studio dell’economista indiano è di aver paragonato reati simili commessi da imputati simili. “Abbiamo paragonato le sentenze emesse contro imputati simili per età, tipo di reati e storia penale” ha spiegato l’economista intervenendo al 13° Festival dell’Economia di Trento. “È emerso che subito dopo gli attentati aerei di New York nel 2001, il gap dei mesi di condanna tra ispanici e bianchi, che già era di 4 mesi, è salito a 5 mesi”.

Disparità di condanne: gap di mesi di carcere comminati a cittadini neri e ispanici rispetto ai bianchi, a parità di reato e storia criminale dell’imputato. FONTE: US Federal Courts
Aumento del divario delle condanne comminate ai cittadini Usa di origine ispanica rispetto ai bianchi. Confronto pre e post 11 Settembre 2001. Fonte: Imran Rasul. Contagious Animosity in the Field.

Razzismo giudiziario, quanto mi costi?

Il problema non ha solo risvolti di giustizia ed equità. A voler essere cinici e avidi, c’è anche un importante riflesso economico. La discriminazione ha un costo annuale enorme, se si calcola che la maggior parte della popolazione carceraria statunitense è composta da minoranze etniche. «Il costo per mantenere un detenuto in carcere è di 29mila dollari l’anno. Se considerate che il 40% degli imputati nelle corti federali è ispanico, l’aumento di spesa per il budget federale è decisamente rilevante», osserva Rasul.

C’è poi da considerare il danno al Pil globale dettato dal fatto che ciascun condannato, una volta terminato di scontare la propria pena, ha comunque difficoltà a reinserirsi nella società. E questo è un costo per la collettività che l’economista dell’UCL stima fra 36 e 42mila dollari.

Corti federali, la créme della giustizia Usa

L’aspetto allarmante, secondo Rasul, è che la retorica politica, le campagne di violenza verbale e la prevenzione verso le minoranze hanno influenzato anche i giudici delle corti federali che rappresentano (o quantomeno dovrebbero rappresentare) l’eccellenza della giustizia statunitense: «Negli Usa ci sono appena 90 corti federali e 700 giudici che vengono nominati a vita su scelta del Presidente degli Stati Uniti dopo conferma del Congresso. Dovrebbero quindi essere immuni da queste influenze». Eppure questo non accade. «Lo dimostra anche – ha concluso Rasul – il fatto che nelle corti dove ci sono più giudici non bianchi, il tasso di disparità e di maggiore severità delle pene per le minoranze si riduce. L’etnia quindi entra nel sistema giudiziario».

Cosa si può fare? Tre i suggerimenti proposti dall’economista: «Educare i giudici rendendoli consapevoli del fenomeno. Monitorare le loro sentenze, chiedendo che giustifichino in misura maggiore le loro decisioni. Cambiare i criteri di selezione, affinché si arrivino a includere di più esponenti delle minoranze».

Disparità nelle sentenze tra Ispanici e bianchi negli Usa. Il gap è maggiore dove ci sono meno giudici appartenenti alle minoranze. Fonte: Imran Rasul. Contagious Animosity in the Field.

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