Speculazione

Quando l’arbitro è di parte: 84 miliardi di dollari sottratti dalle corporation agli Stati

Sfruttando gli arbitrati internazionali (ISDS), le multinazionali hanno fatto pagare risarcimenti miliardari ai governi. Un effetto delle clausole presenti nei trattati di libero scambio

Di Matteo Cavallito

Negli ultimi trent’anni gli Stati hanno dovuto pagare oltre 84 miliardi di dollari alle multinazionali che li hanno portati in tribunale. Lo riferisce la Campagna Stop TTIP/CETA in un rapporto presentato in contemporanea con il World Economic Forum (WEF) di Davos. L’indagine punta il dito sui cosiddetti ISDS o Investor-state dispute settlement, gli arbitrati internazionali concepiti per risolvere le contese tra governi e corporation. Uno strumento giuridico troppo sbilanciato a favore di queste ultime, dicono gli attivisti. Che, attraverso la portavoce Monica Di Sisto, membro del coordinamento europeo della campagna, parlano di «enorme minaccia per la democrazia, i diritti umani e l’ambiente».

A Davos, Svizzera, si svolge ogni anno il World Economic Forum. Foto: Clydell Kinchen, U.S. Department of Defense CC0 Public Domain

«Un sistema giudiziario parallelo»

Nati negli anni ’70 per tutelare gli investitori attivi nei Paesi più instabili, gli arbitrati si sono presi la scena nel corso degli anni.

Fino all’ultimo decennio del XX secolo, spiegano gli attivisti, si contavano in media meno di dieci cause all’anno; nell’ultimo quinquennio, stima l’UNCTAD, il dato medio è salito a 60 casi annuali. E coinvolge, sempre più spesso, anche i governi dei Paesi avanzati.

È una conseguenza, con ogni probabilità, della diffusione dei trattati di libero scambio di cui gli arbitrati sono parte integrante. Le intese commerciali, in molti casi, riconoscono alle multinazionali il potere di rivolgersi a tribunali specializzati, a partire dall’ICSID, il Centro internazionale per il regolamento delle controversie sugli investimenti di Washington, presso la World Bank. «Il meccanismo crea un sistema giudiziario parallelo, opaco e accessibile solo agli investitori privati» accusano gli attivisti.

Uno scatto durante i lavori del vertice bilaterale FMI/World Bank a Istanbul nel 2009. Gli attivisti accusano la World Bank di aver creato un meccanismo per la risoluzione delle contese  tra Stati e multinazionali che genera «un sistema giudiziario parallelo, opaco e accessibile solo agli investitori privati». Foto: World Bank Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

Canada: multinazionali Vs clima

Nel novembre 2018, la compagnia mineraria statunitense Westmoreland Coal, ha citato in tribunale il Canada chiedendo mezzo miliardo di risarcimento. Il motivo? Dopo che la provincia dell’Alberta aveva imposto lo stop al carbone entro il 2030 per contrastare il cambiamento climatico, la compagnia americana si è sentita danneggiata.

L’amministrazione locale aveva approvato una serie di aiuti pubblici per le aziende termoelettriche canadesi, ma non per quelle estrattive, come la Westmoreland. Quest’ultima ha quindi accusato il governo locale di discriminazione e di violazione degli accordi previsti dal NAFTA, il trattato di libero scambio tra Usa, Messico e Canada. A partire dagli anni ’90, il governo di Ottawa e le sue amministrazioni locali sono state citate in giudizio in 27 diversi arbitrati costati ai contribuenti oltre 300 milioni di dollari.

Carbone. CC0 Public Domain da Pixabay.com

Italia vittima…

In Italia ci sarebbero attualmente 11 casi pendenti che, secondo gli attivisti, farebbero della Penisola il secondo Paese europeo più colpito dagli arbitrati dopo la Spagna.

Celebre la causa intentata nel maggio 2017 dalla compagnia petrolifera britannica Rockhopper dopo il rifiuto del governo Renzi (correva l’anno 2016) di concedere il via libera al progetto Ombrina Mare. Dopo aver perso la possibilità di estrarre petrolio entro le 12 miglia marine della costa abruzzese, la compagnia ha chiesto i danni: non ci sono notizie ufficiali ma una recente stima di Corporate Europe Observatory e Transnational Institute ipotizza una richiesta da 350 milioni di dollari. Alla fine del 2018, l’Italia ha perso la sua prima causa e dovrà ora versare 7,4 milioni di dollari alla società danese Greentech Energy Systems. L’azienda contestava le modifiche alla normativa sugli incentivi alle rinnovabili nel 2014.

Petrolieri (l’immagine è generica) all’attacco. La compagnia britannica Rockhopper, segnala  una recente stima di Corporate Europe Observatory e Transnational Institute, avrebbe chiesto all’Italia 350 milioni di dollari di risarcimento. Foto: Pixabay CC0 Public Domain

…e carnefice

Nel 2006, un gruppo di investitori italiani e una holding lussemburghese hanno portato in tribunale il Sudafrica contestando la legge locale che imponeva alle aziende estrattive di aprire agli investitori neri il 26% del loro azionariato. La norma puntava a ridurre il gap economico tra le etnie lasciato in eredità dal regime dell’apartheid. Ma era giudicata dai querelanti in contrasto con due diversi trattati commerciali. Nel 2010, gli investitori hanno rinunciato a procedere dopo aver ottenuto, però, una deroga sulla quota azionaria da destinare ai neri: appena il 5%. Meno del 10% delle spese legali sostenute dal Sudafrica è stato rimborsato.

In totale le cause intentate dalle multinazionali italiane nel mondo sono 36 e coinvolgono 22 diversi governi, soprattutto in Africa e America Latina.

Il ruolo della finanza

Nel mare magnum degli arbitrati, la finanza sguazza alla grande. Nel 2013, la slovacca Postová Bank e il suo azionista cipriota Istro Kapital hanno fatto appello a due trattati bilaterali con Atene per chiedere un risarcimento sui titoli di Stato in default. Ed è stato l’arbitrato lo strumento scelto dal fondo speculativo Elliott – attuale azionista di maggioranza dell’AC Milan, celebre per aver mandato a suo tempo KO l’Argentina – per portare in tribunale la Corea del Sud. Il fondo contesta la fusione tra il colosso Samsung e la Cheil Industries chiedendo 770 milioni di dollari di danni, calcolati non si sa come.

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Il 60% delle volte, affermano gli attivisti citando le ultime statistiche, le battaglie legali si concludono con la vittoria delle multinazionali. Proprio per questo gli operatori scelgono in molte occasioni di buttarsi indirettamente nell’affare. Ha fatto così il fondo americano Tenor Capital Management che ha investito 76 milioni di dollari nella compagnia mineraria canadese Crystallex per sostenerne la causa contro il Venezuela. L’arbitrato ha dato torto a Caracas fruttando a Tenor 800 milioni di dollari, dieci volte l’investimento iniziale.

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Trattati nel mirino

La Campagna Stop TTIP/CETA ha lanciato una petizione internazionale per chiedere ai governi europei lo stralcio delle clausole arbitrali. L’obiettivo è l’insieme degli accordi commerciali e di investimento vigenti e in fase di trattativa.

Nel mirino c’è anche il TTIP (Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership), il trattato commerciale Europa-Usa che gli attivisti contestano da tempo. L’elezione di Trump e la conseguente svolta protezionista americana sembravano aver messo la parola fine al progetto. Ma i negoziati per il raggiungimento di un nuovo accordo sono tuttora in agenda.

Il 12 febbraio prossimo, il Parlamento europeo voterà il testo del trattato per la liberalizzazione degli investimenti tra Europa e Singapore che comprende anche un arbitrato. Gli attivisti ne chiedono la bocciatura «come primo segnale tangibile di buona volontà politica».

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