Nomine GSE, il “governo del cambiamento” ha paura di cambiare

Rinviata al 26 luglio la scelta dei nuovi vertici. E i quattro nomi ritenuti più accreditati sono tutto tranne che una svolta in favore dell'ambiente

Di Emanuele Isonio
Un incontro ospitato all'auditorium del GSE di Roma

Per carità, non è compito semplice trovare chi offra adeguate garanzie per governare una società come il GSE che ha il compito di amministrare 16 miliardi l’anno di incentivi alle rinnovabili. Ma l’aria che tira attorno alle poltrone da rinnovare ai vertici del Gestore dei servizi energetici fa sospettare che Tomasi di Lampedusa, in Italia, vada sempre di moda. «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» affermava Tancredi, nipote del principe di Salina. E il capitolo 1 delle nomine in salsa Lega-stellata è l’ennesima prova di quanto l’Italia gli approcci alla vita e al potere descritti nel Gattopardo ce li abbia nel sangue.

L’avvio dell’era “post-Sperandini” è infatti il primo banco di prova sul tema nomine della nuova maggioranza, che entro la fine dell’anno dovrà occuparsi di qualcosa come 350 poltrone. Cassa Depositi e Prestiti, Rai, Sogei, Invimit, Eur spa, Centostazioni, Arera (l’Autorità di regolazione per Energia Reti e Ambiente).

Il governo Conte dovrebbe (o avrebbe dovuto) fare del cambiamento il proprio filo guida. Eppure, nonostante le tante promesse elettorali dei suoi due ingombranti vice, la passione per la continuità è dura da abbandonare. A partire dall’addio all’impegno alla trasparenza: gli accordi per chi dovrà guidare il GSE nel prossimo triennio sono (ancora una volta) un dossier per pochi privilegiati. E, a leggere i fatti, quei pochi faticano pure a mettersi d’accordo. L’ultimo segnale è arrivato ieri: il 12 luglio doveva essere il giorno fatidico in cui, all’assemblea dei soci del GSE, si sarebbero finalmente fatti i nomi del nuovo top management. Nulla di fatto. L’assemblea si è infatti subito chiusa ed è stata riaggiornata al 26 luglio. Segnale chiaro, per chi respira, pure marginalmente, le vicende romane: la quadra dei nomi ancora non c’è. La partita della governance energetica sta evidentemente attirando più di un appetito.

Ma l’odore di continuità non riguarda solo una questione di metodo. Anche i nomi che circolano, confrontandosi (a taccuini rigorosamente chiusi) con chi sta seguendo la vicenda in ambienti parlamentari e ministeriali, danno indicazioni ben precise di un futuro assai simile al recente passato. Quattro sono i candidati che si ripetono con maggiore insistenza.

Gli “Sperandini-boys”

I primi due sono esponenti della soluzione interna. Due “rampolli di Viale Maresciallo Pilsudski” (l’indirizzo del quartier generale GSE). «Ci sono loro dietro le criticatissime scelte dell’attuale presidente che ha danneggiato il comparto delle energie pulite in Italia. I tipici burocrati che hanno ricevuto il mandato di risparmiare sulle erogazioni alle rinnovabili e hanno eseguito il compito» ci racconta una fonte che da anni segue le vicende del GSE.

Il primo dei due “boys” è considerato una sorta di “delfino” dell’attuale presidente: Gabriele Susanna. Una laurea in Ingegneria energetica all’università di Roma Tor Vergata nel 2006. Entrato nel GSE l’anno successivo. Prima alla Divisione internazionale. Successivamente, per sei anni, all’Unità Qualifiche impianti e dal 2014 alla Direzione Efficienza ed energia termica, della quale è direttore dal marzo 2017. Da un anno si occupa inoltre, seppure ad interim, della delicata questione dei certificati bianchi. Per i quali il “triennio Sperandini” non ha certo brillato. E ha anzi lasciato uno strascico di decine e decine di cause con le imprese del settore.

Attilio Punzo, attuale direttore delle attività di Monitoraggio Operativo e Business Development del GSE.

L’altro “figlio del GSE” (considerato in pole position) è Attilio Punzo. Anche per lui una carriera pressoché esclusiva dentro l’azienda pubblica, fin da quando ancora si chiamava GRTN (Gestore della rete di trasmissione nazionale). Prima responsabile dell’Analisi economico-finanziaria, poi dell’unità Pianificazione e Innovazione e infine direttore delle attività di Monitoraggio Operativo e Business Development.

Di competenza ne hanno entrambi da vendere, ci mancherebbe. Ma due professionisti che hanno lavorato a così stretto contatto con gli attuali vertici, sarebbero in grado di dare quella discontinuità promessa? Senza considerare un aspetto per nulla secondario: una buona prassi della governance delle società per azioni impone (o quanto meno dovrebbe imporre) che i dirigenti interni non vengano selezionati per i vertici politici della stessa azienda. Ne va del ruolo di terzietà che questi ultimi dovrebbero assicurare.

L’opzione esterna

I nomi più quotati nel caso prevalesse l’opzione esterna sono invece quelli di Carlo Maria Medaglia e di Maurizio Di Marcotullio. Onnipresente il primo, quasi sconosciuto il secondo.

Carlo Maria Medaglia

Carlo Maria Medaglia, laurea in fisica nel 1999, ha un grande merito. Essere riuscito a lavorare contemporaneamente con il governo Renzi (e poi Gentiloni) e al tempo stesso con il Campidoglio targato Raggi. È stato infatti capo della segreteria tecnica del Ministero dell’Ambiente nell’era del centrista in quota UDC, Gian Luca Galletti (uno dei ministri che meno saranno rimpianti da chi si occupa di clima ed ecologia). E fino all’anno scorso, anche presidente e Ad di Roma Servizi per la Mobilità, l’agenzia controllata al 100% dal Comune e incaricata di programmare il trasporto cittadino nella Capitale. Le quotazioni di Medaglia per la corsa alla poltrona più alta del GSE sono legate anche al suo ruolo nella Link Campus University. Che non è certo HarvardOxford ma è un ateneo cruciale in questo frammento di storia politica italiana. Dalle sue aule infatti arrivano nelle istituzioni numerosi esponenti dell’attuale ondata grillina.

La sede della Link Campus University a Roma

Fondato dall’85enne esponente Dc, Vincenzo Scotti (sette volte ministro), voci (e qualche documento compromettente) di legami con Mosca, è ormai un punto di riferimento per Di Maio e per le sue aspirazioni di accreditarsi con lobby e potentati vari. Dalle sue aule esce l’attuale ministro della Difesa, Elisabetta Trenta (era vicedirettrice del Master in intelligence e sicurezza) e l’assessore al Digitale di Roma Capitale, Flavia Marzano. Vi insegna quella che i 5 Stelle avevano designato come ministro dell’Interno (la criminologa Paola Giannetakis). Lì insegna e ha un ruolo come prorettore alla Ricerca anche Medaglia. Insomma: gli ambienti e le conoscenze giuste per sopperire a un fatto ineludibile: Medaglia non risulta avere alcuna esperienza pregressa in campo energetico.

Alla fine, della quaterna di nomi papabili, le speranze di cambiamento dovrebbero essere rappresentate da Maurizio Di Marcotullio. Per i temi energetici, un Carneade. Tirato fuori dal cilindro – a quanto risulta – da Casaleggio Jr.

Il suo impiego? Commercialista dell’Ordine di Roma. I rumors che lo inseriscono fra i candidati al GSE lo definiscono “consulente fiscale con esperienze nel campo delle rinnovabili”. Ma è forse una descrizione troppo buonista. Nello stesso sito internet dello studio di cui è cofondatore si legge che la “fiscalità delle energie rinnovabili” è solo una delle aree seguite, insieme a “Pianificazioni fiscali nazionali ed estere, operazioni straordinarie fusione e acquisizioni, perizie e valutazioni d’azienda, ristrutturazioni, tax real estate, wealth management”. Insomma, di tutto un po’.

Alla faccia della direttiva del 2013

Un curriculum debolissimo per il ruolo che sarebbe chiamato a ricoprire. E che difficilmente può essere fatto rientrare fra i requisiti che dovrebbe possedere un candidato per essere eletto ai vertici di una società pubblica.

Già nella direttiva che elencava i criteri di nomina dei vertici delle società pubbliche, emanata il 24 giugno 2013 dall’allora ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni (governo Letta) si richiedeva:

  • “Esperienza pregressa per un periodo congruo in incarichi di analoga responsabilità, ovvero in ruoli dirigenziali apicali nel settore pubblico o privato.
  • Conduzione di aziende nel settore industriale di riferimento.
  • Conduzione di aziende comparabili per dimensione o complessità
  • Autorevolezza adeguata all’incarico, verificabile sulla base della reputazione, dei risultati conseguiti nei ruoli apicali in precedenza ricoperti nel settore pubblico o privato e della riconoscibilità nei mercati di riferimento”.

Criteri sacrosanti. Che però appaiono lontani anni luce dai nomi che girano. I soliti rumors rivelano che, nelle trattative Lega-M5S, il GSE viene considerato il boccone meno pregiato. Con buona pace dei delicati dossier che ha sul tavolo, cruciali per il futuro energetico italiano. Una sorta di ministero di seconda fascia da assegnare, secondo i crismi del Manuale Cencelli, a chi non riuscirà a mettere il cappello sulle poltrone più ghiotte. Qui le caselle di peso portano il nome di Cassa Depositi e Prestiti, RAI e Arera.

La sensazione è che il risiko si sbloccherà tutto insieme. Una volta piazzata una casella, a cascata si collocheranno le altre. Sotto il caldo cielo dell’estate romana, nulla di nuovo sotto il sole. E per chi spera in un cambio di passo in favore di clima, ambiente e investimenti sostenibili, questa non-notizia non è un buona notizia.

 

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